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Nobel Letteratura 2016 / 1. “The times they are a-changing”

Sono all’incirca le 13 di Giovedì 13 Ottobre. Da poco si è diffusa la notizia della morte del Premio Nobel Dario Fo (che aveva ottenuto il riconoscimento nel 1997, grazie alla sua opera di drammaturgo), e da ancora meno tempo è stata diramata con ufficialità l’assegnazione dell’ambito riconoscimento, nell’ambito della letteratura, per questo 2016 in via di conclusione.

Inutile girarci intorno: il Nobel per la letteratura 2016 è stato assegnato a Bob Dylan.

Non avendo, in questo piccolo spazio, la pretesa di riassumere compiutamente la vita e l’esperienza del cantautore americano (anche perché, probabilmente, il personaggio è già fin troppo noto), passerei direttamente ad analizzare la situazione. Si tratta di un’analisi che va condotta soltanto, per adesso, su linee generali, il più possibile ampie e suscettibili di sviluppi: questo, se non altro, perché a mancare all’appello è uno dei tasselli fondamentali dell’assegnazione del Nobel letterario, e cioè il discorso, tenuto a Stoccolma, del premiato. Per sentire ciò che il diretto interessato Dylan ha da dire in proposito, infatti, si dovrà aspettare la prima settimana di Dicembre.

Il primo dato da considerare è senza dubbio la portata storica di questa assegnazione: è la prima volta, nella storia del Premio, che il Nobel per la letteratura va ad un cantautore. L’evento non è nemmeno minimamente paragonabile all’ingresso, nel novero della letteratura “da Nobel”, della scrittura teatrale: essa, infatti, ha già dato al mondo ben più di un premiato (da Eugene O’Neill fino ad arrivare proprio al nostro compianto Fo). Non solo: è terminata da un pezzo la querelle che vede da una parte i sostenitori dell’autonomia del Teatro come forma d’arte, e dall’altra i fautori di un inserimento della scrittura teatrale nel grande territorio della letteratura.

La mia prima riflessione, relativamente a caldo, è proprio questa: che questo Nobel possa segnare, rappresentare l’inizio di una nuova disfida critica, capace di far assurgere il cantautorato a nuova forma letteraria?

Per i più (ma forse, ormai, anche per i meno) attenti, la premiazione di Bob Dylan può rappresentare, in parte, una conferma di tendenza. Anche in Italia, che “i tempi” stessero “cambiando” era già nell’aria da qualche tempo: quante Antologie di letteratura per le scuole medie inferiori e superiori contengono, oggi, brani di cantautori, soprattutto italiani (uno su tutti: Fabrizio De Andrè) ma anche stranieri (come, per l’appunto, Dylan, o Springsteen)? Quanti festival letterari italiani hanno, nel loro palinsesto, come ospiti anche personalità di spicco della storia del Rock (come Neil Young o Patti Smith)?

Dopotutto, non è vecchia la notizia che, in molte scuole del nostro Paese, a partire dai prossimi anni scolastici si terranno vere e proprie lezioni sui cantautori italiani; e, d’altro canto, sono anni che è invalso l’uso di definire molti musicisti e songwriters come “poeti”. Se a questo si aggiungono le esperienze letterarie di molte di queste figure (dai romanzi di Nick Cave, alle poesie di Lou Reed, per arrivare alla recentissima autobiografia di Bruce Springsteen, edita in Italia da Mondadori), si può pensare che il Nobel a Dylan rappresenti davvero soltanto la conferma di un movimento culturale già in atto da tempo, più che un’azione provocatoria atta a demistificare la letteratura “ufficiale”.

Provocatoria, questa premiazione, non lo è proprio, anche se forse avrebbe voluto esserlo: che cosa c’è di provocatorio nel premiare un’eminenza grigia del grande folk americano degli anni Sessanta? In quale paese la “culturalitá” di Bob Dylan è meno “ufficiale” di quella di un grande romanziere come Philip Roth, o di un poeta come l’austriaco Peter Handke?

Il Nobel, dunque, anche in questo caso intercetta e “sigilla” una tendenza culturale. Ma è indubbio, d’altro canto, che questa assegnazione porti con sé un immenso bagaglio di rischi.

Il primo di questi è già una certezza: è già chiaro, infatti (e per verificarlo basta aprire la homepage di un qualsiasi Social Network) che la notizia fa e farà discutere, e che creerà schieramenti particolarmente barricaderi.

Da una parte, i più conservatori culturalmente vedranno spodestato il dominio di prosa e poesia dal campo della letteratura, e urleranno in difesa dell’autonomia delle Arti, della loro specificità e dei caratteri che le distinguono. Dall’altra, i progressisti “a oltranza” della cultura non potranno che esprimere il proprio plauso alla scelta dell’Accademia svedese. Ci saranno poi i franchi tiratori, gli “indipendenti”, che si lagneranno del filo-americanismo insito nella scelta dei premiati, che (almeno in Italia) proporranno petizioni per il Nobel postumo a De Andrè, e che rafforzeranno le loro tesi sostenendo che, se Dylan fosse Indiano, o Danese, il Nobel non l’avrebbe visto nemmeno in cartolina.

Tutte queste posizioni sono, a mio avviso, troppo nette per non essere, quantomeno, premature. Ma procediamo con ordine.

Ha fatto scalpore, anzitutto, la dichiarazione di Alessandro Baricco: lo scrittore, infatti, esprime dissenso nei confronti dell’assegnazione, chiedendosi che cosa mai c’entri Dylan con la letteratura. È chiaro che siamo di fronte ad un episodio del più becero degli oscurantismi; e stupisce che a farsene portavoce sia proprio Baricco, che ha fatto la sua fortuna tra i banchi di scuola (anche) con la sua versione dell’Iliade. Nessun conoscitore della storia letteraria mondiale (almeno ad un livello senz’altro alto come quello di Baricco) può ignorare che ancora oggi si discute sulla “musicalità”, sull’esecuzione quasi “canora” dei vari Canti (chiamati così non a caso, vien da dire!) dei poemi omerici, da parte di aedi e rapsodi. Né tanto meno può passare sotto silenzio la diffusione della lirica trobadorica, che veniva “cantata” e “suonata” nei secoli centrali del Medioevo, e che è proseguita fino alle soglie del Rinascimento. Da questo punto di vista, dire che Dylan non c’entra con la letteratura è come dire che non c’entrano con la letteratura Omero, o Sordello da Goito, o Cecco Angiolieri, o persino Ludovico Ariosto. Senza contare la scarsa umiltà insista in un’uscita del genere.

In risposta a Baricco, sono fioccate sulle piattaforme social le battute, le vignette satiriche. Ad esemplificare la tendenza è forse quell’immagine con un giovane Dylan intento a reggere un cartello su cui qualcuno (complice Photoshop) ha scritto who’s Baricco? Ora: l’importanza e la fama di Bob Dylan sono universalmente riconosciute e meritate; e, è da dire, spiace molto che il menestrello folk sia americano (e che quindi porga la guancia a tutta una serie di accuse di filo-americanismo). Ma, è ancora maggiormente da dire, spiace ancor di più dover sentire nuovamente le più vetuste posizioni anti-yankees: esse sono semplicemente anacronistiche. Fin dalla loro nascita, gli States dominano il mondo (sotto quasi ogni punto di vista, da quello economico a quello culturale), e mi chiedo come si possa pensare che le cose cambino proprio adesso. È vero che il mondo conosce così bene Dylan perché Dylan è americano: ma non è certo colpa di Dylan. Inoltre, è più che plausibile che, se Dylan non avesse fatto parte della cultura americana (per, forse varrà la pena ricordarlo, criticarla ed ammaccarla dall’interno), difficilmente sarebbe stato Dylan, con tutti gli annessi e connessi.

Dal punto di vista strettamente tecnico, è vero, la canzone d’autore non si può definire una forma letteraria. Sia la poesia che la prosa, infatti, si basano sull’utilizzo dei dispositivi della scrittura (su carta, o su qualsiasi altro supporto), a cui deve seguire la lettura, per lo più individuale. Ma, se si fa un passo indietro, a monte, si nota più di una analogia tra poesia, prosa e forma-canzone: è questa la tesi dei sostenitori “a oltranza” del Nobel a Dylan.

Si tratta, tuttavia, di un placet non particolarmente avvallato e rafforzato da argomentazioni “tecniche”, da addetti ai lavori: per manifestare il proprio sostegno si sta facendo leva, in questi giorni, più che altro sull’importanza culturale, sociale e politica della figura di Bob Dylan. In altre parole, ci si concentra sul contenuto, e molto meno sulla forma, che hanno reso famoso il cantante di Like a rolling stone. Ciò, a sua volta, ha dato adito a molti “tecnici” di sollevarsi, erigendo, per esempio, un grottesco monumento in vita a Philip Roth (che di monumenti non ha bisogno, essendo già ampiamente riconosciuto da critica e pubblico), trasformando il romanziere americano in una sorta di Leonardo di Caprio del Nobel.

Anche in questo caso, si possono sollevare obiezioni: per prima cosa, a chi ancora si ostina a pensare che ci sia qualcuno, da qualche parte, che pensa che l’importanza di Bob Dylan non sia riconosciuta, bisognerebbe far capire quanto anacronistiche appaiono le sue posizioni. Nel mondo della cultura, come in quello della società e della politica, ci sono alcuni dati assunti: e Bob Dylan (sopra il suo livello, forse, solo John Lennon) è uno di questi, tanto quanto lo è, per dire, il voto alle donne.

Secondariamente, può essere utile considerare la motivazione che ha seguito l’assegnazione del Nobel a Dylan da parte dell’Accademia svedese: per aver creato una nuova espressione poetica all’interno della grande tradizione della canzone americana.
Ecco, finalmente, un vero cenno alla forma. Ed è un cenno da tener presente: quando parla della creazione di una nuova forma poetica, che risulterebbe dai testi di Dylan (e dunque facendo riferimento alla scrittura, dispositivo eminentemente letterario…ma non solo, se ci si pensa!), l’Accademia non trascura di far presente che L’artista ha agito in un solco già tracciato (quello della grande tradizione della canzone americana), che di letterario ha ben poco.

Proprio come se, giustamente, in Svezia fossero i primi a sapere che la decisione avrebbe fatto discutere.

Ma forse non è tanto nel discuterne, che risiede l’importanza di questo “evento culturale” (così lo definirei, a pieno titolo); non tanto nel discuterne, quanto nell’analizzare la scelta di questo Premio Nobel, nel domandarsi che cosa ha condotto a questa decisione (senza dubbio “strana”, inattesa) dell’Accademia.

In altre parole, capire e porsi questioni prima di parlare. Nell’attesa, magari, ripetiamolo, che a parlare sia proprio Bob Dylan: e fino ad allora lasciare che la risposta, “amico mio, soffi nel vento”.