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Basquiat (New York 1960-1988)

Nel segno di Jean-Michel Basquiat: una mostra al MUDEC celebra il “Re nero” dei graffiti

Se Jean-Michel Basquiat fosse vivo oggi, non so bene cosa penserebbe di tutto il clamore mediatico intorno al suo nome. Certo, si dice che fin da piccolo, Basquiat sia stato ossessionato dall’idea di diventare famoso. Eppure, come per tutti gli artisti più o meno giustamente etichettati “maledetti” (o forse come dovrebbe essere per chiunque voglia considerarsi “artista” a prescindere), per Jean-Michel Basquiat l’Arte è stata una necessità espressiva, prima di una ricerca di fama fine a sé stessa.

Il mondo dei segni di Basquiat
Dentro alle tele affollate di personaggi, ombre, scritte cancellate, corone, icone della cultura nera c’è tutto il mondo interiore di Basquiat, i suoi demoni e le sue passioni. La pittura, il graffito, sono fatti personali per il pittore di Brooklyn. D’altra parte, è lui stesso che afferma: «Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita». Per capire quindi l’atlante di segni, ossessivamente onnipresenti, nelle opere di Jean-Michel Basquiat, bisogna conoscere la sua vita. Si tratta di un universo di miti, luci ed ombre personali, che il primo vero artista “nero” diventato famoso, impone al pubblico. Come a dire: «Eccomi, io ci sono!». E se volete capirmi, siete voi a dover entrare nel mio mondo, non io a spiegarvelo.

La vita su tela di Jean-Michel Basquiat
Ogni segno sulle tele di Basquiat non è quindi casuale, ma rimanda ad un preciso riferimento nella sua (breve ma intensa) esistenza. Jean-Michel Basquiat nasce a Brooklyn, New York nel 1960. Il padre è haitiano, mentre la madre è statunitense di origini portoricane. Basquiat manterrà sempre molto viva la sua identità “nera”, tanto che nelle sue opere i riferimenti a quelli che considera i suoi “eroi neri” sono costanti. In particolare quando si parla di musica. Charlie Parker, Miles Davis e Jimi Hendrix sono una presenza costante nelle tele dell’artista. La consapevolezza “nera” di Basquiat si manifesterà soprattutto intorno alla metà degli anni ’80, con l’inizio di un periodo creativo che ricerca e valorizza le radici afroamericane dell’artista. Ed è così che sulle tele appaiono i “re incoronati”: Muhammed Alì e Sugar Ray Robinson, i campioni del baseball Jackie Robinson e Hank Aaron. Atleti, musicisti, profeti neri, maschere nere minacciose che mostrano mandibole e denti serrati. La maschera tribale e la corona diventano la firma di Jean-Michel Basquiat, il suo tag, per dirla alla  maniera del mondo dei graffiti, dal quale proviene.

La corona, tag di Basquiat

La corona, tag di Basquiat

Basquiat manifesta da subito un interesse per il disegno, e all’età di quattro anni è ispirato dalle figure che vede nei cartoni animati. Tutte le figure che popolano le tele del pittore sono in un certo senso versioni di grotteschi cartoon della realtà. Nel 1968 Jean-Michel viene investito da un’auto, subendo gravi lesioni interne che lo costringono ad un lungo riposo, in seguito alla rimozione della milza. Durante la degenza la madre gli regala un libro di anatomia, il manuale Gray’s Anatomy di Henry Gray. Gli elementi anatomici, come le ossa, entreranno profondamente nel vocabolario dei segni dell’artista.

Una contaminazione di musica e parole
Jean-Michel Basquiat è un artista istintivo. Mette su tela ciò che sente, capta, vede, pensa. Un vortice di vita violenta e multi sensoriale che si fa opera. Il riferimento alle parole e alla musica, costante nelle tele, fa parte di quell’universo multidisciplinare che affolla e colpisce la mente dell’artista. Suzanne Mallouk, a lungo fidanzata di Basquiat, viene intervistata da Jennifer Clement, nel libro Widow Basquiat, pubblicato nel 2000. Ricorda Suzanne: «Jean-Michel non leggeva mai. Prendeva libri di mitologia, storia, anatomia, fumetti e giornali, estraeva le parole che lo colpivano e le metteva su tela. Ascoltava la televisione. Ascoltava le parole e le scriveva sui disegni». L’approccio dell’artista alla sua opera è quindi immediato, selvaggio, senza filtri, vorace. Nel lavoro di Basquiat la contaminazione è istintiva, unendo elementi colti tratti da testi di archeologia o anatomia ad altri legati all’ambiente di strada. E proprio dal graffitismo, dal mondo di strada, dall’Hip Hop, l’artista porta con sé il valore della parola, come senso e come “segno”. Spesso la parola è presente, ma cancellata. In lavori come Eroica sono infatti presenti elenchi di nomi, liste di parole coperte o cancellate. La cancellatura serve paradossalmente ad attirare l’attenzione, secondo Basquiat: «Io cancello per rivelare». Talvolta le parole indicano il tema celato sulla tela, altre sono prive di senso. Le parole diventano allora puri segni grafici, primitivi, violenti ed infantili. Sembrano poesie, dove la ripetizione ossessiva di una lettera, si trasforma in ossessione acustica.

Eroica, 1988, acrilico e pastelli su tela

Eroica, 1988, acrilico e pastelli su tela

E qui si arriva all’altro grande elemento quotidiano ed onnipresente di Basquiat, la musica. I riferimenti al suono sono infatti una costante nelle sue opere, sia per gli omaggi ai suoi musicisti ed eroi, ma anche perché Basquiat si muove e vive nella musica. Lui stesso suona: con la band Gray anima le serate underground della New York anni ’80, e produce dischi di cui cura la copertina, come Beat Pop, vinile Hip Hop del 1983. La pittura di Jean-Michel Basquiat è musica, improvvisazione jazz e veemenza Hip Hop. È gesto che si fa suono.

Horn Players, 1983, acrilico e pastelli ad olio su tre tele montate su supporti in legno

Horn Players, 1983, acrilico e pastelli ad olio su tre tele montate su supporti in legno


Un segno violento e vitale
La pittura di Jean-Michel Basquiat è quindi segno violento, vitale, immediato, quotidiano e necessario. Non si può decodificare l’alfabeto di questo artista vitale ed autodistruttivo senza conoscerne la sua vita. Un’esistenza breve e lucente, caratterizzata da una voracità culturale ed un vortice di stimoli, che rimangono oggi come segni violenti su tela. Per affermare «Eccomi, io ci sono !».

http://www.mudec.it/ita/jean-michel-basquiat/

Ho 27 anni e sono laureata in Storia dell’Arte, ho vissuto a Milano, Torino e Dublino, attualmente sono in un piccolo ma meraviglioso tratto di costa ligure, ai confini occidentali dell’Italia, a cercare i miei passi. Adoro tutto ciò che è Arte, Cultura, Cinema, Movimento, Creatività. Cosa voglio fare da grande? Viaggiare, scrivere e conoscere.

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