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Natura morta con attori. Una riflessione sul concetto di rappresentazione

Dobbiamo aspettare qualche minuto prima che il silenzio venga rotto da Matteo e Marta. Camminano nervosamente lungo la scena in una danza silenziosa.

Il primo scambio di battute ci parla di una conversazione telefonica. Lei, una prostituta arriva finalmente a casa di Matteo: ieri poeta, oggi killer di poeti.

Da qui inizia un gioco di scatole cinesi che prende di mira la rappresentazione e rincorre la Verità in un vortice frenetico che scaverà nel passato dei protagonisti. «Questa», ci dice il regista Alessandro Machìa, «è un’opera sulla rappresentazione». Intorno a questo concetto e alle sue declinazioni si dipana l’intera messinscena.

Che cos’è, innanzitutto, che sta avvenendo davanti agli spettatori. Una messinscena nel suo duplice significato, quello di spettacolo teatrale, a cui noi spettatori stiamo assistendo, e nel suo significato ordinario e negativamente connotato; una finzione reale, un’azione tesa ad ingannare.

Questo primo nodo tematico viene portato avanti in maniera esplicita dagli attori, con riferimenti ad un pubblico che sta guardando e ad un copione che si sta recitando – dove si gioca sull’ambiguità del termine copione nel contesto in cui è utilizzato –, ma a quale copione si fa riferimento? A quello realmente recitato dagli attori o, con riferimento ironico, al copione cui siamo destinati dalle convenzioni sociali?

2-alessandro-averoneLa prima parte è quindi una riflessione sulle cancellature volontarie della comunicazione, al riparo di un linguaggio che impone la convenzionalità dei gesti.

Ciò che viene suggerito è che in fondo la differenza tra teatro e realtà sia sottile, che quasi scompaia nelle interazioni sociali e ci si trovi come se avessimo un copione da rispettare. La vita dunque viene tematizzata come una rappresentazione teatrale, come recita, che in quanto tale, presuppone la presenza di personaggi incaricati – o sarebbe meglio dire, costretti – a sostenere l’onere della messinscena.

Un secondo nodo tematico è dunque quello della funzione a cui un mondo, retto da convenzioni e convenevoli, ci costringe, relegandoci alla condizione di personaggi, non più persone (e qui è evidente il richiamo all’etimologia del termine ‘persona’ dalla maschera di legno utilizzata nei teatri antichi ‘per sonare’, ovvero per amplificare il suono della voce, e caratteristicamente esagerata nei tratti del viso per essere meglio identificabile) costretti a “dire, senza dire niente”.

A questo tema ci si richiama in vario modo. L’idea che questa sia una fragile mascherata tra i due affonda le radici in un passato incontro a Venezia che della maschera e della sua fragilità fluttuante ne ha fatto due caratteristiche stereotipiche.

Allo stesso modo, è simbolica la prostituzione di Marta. La prostituzione come elemento catalizzatore di un incontro in grado di mettere tra parentesi il girotondo inutile delle convenzioni – laddove lo scopo è scoperto e acquisito in partenza – pagando – non occorre mentire o fingere, in una parola, rappresentarsi, per ottenere ciò che è già acquisito.

È grazie a questa messa tra parentesi che la messa in scena può diventare indagine del rapporto delle persone con se stessi e con gli altri. L’esser poeta di Matteo svanisce parallelamente allo svanire delle ideologie che Marta rincorreva in quel pomeriggio del loro primo e dimenticato incontro a Venezia. A distanza di anni i due si ritroveranno e si scopriranno apparentati non solo da quel comune passato ma anche dal comune destino subìto da ciò che più li identificava come personaggi e che semplicemente è svanito per mancanza di attrito con una realtà che si è rivelata bugiarda, costruita.

Natura morta con attori esplora il risvolto esistenziale in cui si traduce una vita da “personaggio”. Indaga la frustrazione provocata dalla frattura (insanabile?) tra il personaggio che siamo costretti ad essere e il significato essenziale che vorremmo conferire alle nostre azioni e che ci sembra precluso dalla nostra inautenticità. In fondo è uno dei risvolti del teatro stesso. Le azioni che si svolgono all’interno dello spazio finzionale non hanno un risvolto pratico, non sono fatti del mondo come tutti gli altri, ma sono ospitati dal mondo. Nessuno, finito lo spettacolo darebbe della puttana all’attrice che ha interpretato Marta. In questo risiede la sospensione ontologica delle rappresentazioni teatrali.

Un’indagine che si dipana per mezzo di un linguaggio volutamente lirico, correndo a tratti il rischio di appesantire l’azione con “troppe parole” lasciando il dubbio sulla funzione di questa scelta stilistica, che tuttavia viene bilanciata da meravigliose composizioni coreografiche. Le azioni si saturano in immagini e fissano il climax delle scene. Emblematica in tal senso è la posizione dei personaggi in una delle scene chiave. Matteo decide di uscire dalla menzogna e confessare la sua missione criminale e Marta, come un Cristo, assume la posa della crocifissione, quasi volesse assumere su di sé la colpa di Matteo, a significare la folle ricerca di una santità volontariamente e costantemente tradita dalla sua professione.

Un’indagine che cerca di rispondere ad una domanda ben precisa che emerge solo alla fine: se l’inautenticità è il nostro ineluttabile destino, se «poeti e criminali guardano ormai il mondo dalla stessa feritoia», ha senso sperare in un futuro squarcio del velo e in un’umanità in grado di sostenere il peso della verità?

Sì. Risponde Matteo.

 

2-tramedautoreNatura morta con attori è un’opera del pugliese, classe 1987, Fabrizio Sinisi, per la regia di Alessandro Machìa e interpretato da Alessandro Averone e Federica Sandrini. L’opera si inserisce all’interno della rassegna Tramedautore, XVI edizione del festival internazionale del teatro d’autore. Ospitato al Piccolo Teatro Grassi di Milano, per questa edizione il festival ha selezionato autori esclusivamente europei. Autori provenienti da Germania, Italia, Macedonia, Montenegro e Norvegia per dieci spettacoli accomunati dal filo rosso della contemporaneità; risultato di processi storici recenti che dagli anni ’70 ha attraversato crisi economiche, sociali e geopolitiche che, per quanto diversificate tra loro, hanno una matrice comune. Processi critici che hanno pian piano disgregato il comune terreno assiologico minando la possibilità di uno sviluppo europeo unitario che invece di avviarsi verso un comune progetto rischia di diventare una ritirata verso particolarismi e relativismi nazionali.

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