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I migranti, la sinistra e la teoria del colibrì

Nella foresta scoppia un incendio, tutti gli animali fuggono, solo un colibrì vola fino al fiume, si riempie d’acqua il minuscolo becco e riparte velocemente per versarne il contenuto sulle fiamme. E continua così fino a quando un ippopotamo gli fa notare che quelle poche gocce su un incendio così grande sono ridicole. Lui risponde: “Forse sì, ma ho fatto la mia parte”.

Non si tratta di una favola esopica con annessa morale finale: è la cosiddetta teoria del colibrì, priva di basi scientifiche, ma non per questo meno vera. Il primo ad utilizzarla parlando di migranti è lo scrittore francese Emmanuele Carrère nel suo breve reportage intitolato A Calais, edito da Adelphi e dedicato alla cosiddetta Giungla, la città fantasma di tende e di fango che proprio in questi giorni viene sgomberata dallo sforzo congiunto delle forze di polizia francesi e inglesi.

calais   L’incendio che invade la foresta è rappresentato dai 7000 migranti che abitano nella Giungla, il campo profughi sorto ai bordi della Calais-reale, una cittadina nel nord della Francia a cinquanta chilometri di mare da Dover. Per anni è stato la temporanea sistemazione di chi, in condizioni disumane, aspettava lungo l’autostrada il momento giusto per saltare su un tir in corsa verso il tunnel della manica e il Regno Unito, anche rischiando di essere investito. Le fulminee operazioni di smantellamento, a quanto dicono le fonti ufficiali, sono state portate a termine nel giro di una settimana – svolgendosi non senza problemi e lasciando aperti non pochi interrogativi: alcuni migranti non hanno accettato le sistemazioni proposte nei circa 250 centri d’accoglienza sparsi per tutta la Francia e si sono dati alla macchia nei dintorni, non volendo rinunciare al sogno inglese. Inoltre, molti minori non accompagnati ancora aspettano nel limbo dei container nella speranza di ottenere il ricongiungimento familiare con i parenti che si trovano già in Inghilterra. La recente brexit non facilita certo la loro situazione.

I colibrì della teoria di Carrére sono quegli abitanti di Calais che – fino allo sgombero – hanno tentato di dare una mano, non hanno voltato la faccia dall’altra parte, non hanno continuato a vivere placidi come se a pochi chilometri da loro non ci fosse un’enorme città parallela fatta di gente che aveva indiscutibile bisogno di aiuto. I colibrì di Calais sono i privati cittadini che portavano coperte e prestavano connessioni wi-fi, le associazioni, i volontari No Borders; entusiasti, ma troppo pochi per gestire e risolvere una situazione intricata e politicamente più grossa di loro.

La stessa teoria, con qualche aggiustamento, è un utile modello interpretativo della realtà anche fuori dai particolari confini di Calais, e può aiutarci a capire la questione dei migranti, per districarne i protagonisti e individuarne così alcune criticità.

Esplicitando e ampliando i termini abbastanza auto-evidenti della metafora, la foresta non è solamente Calais, ma tutta l’Europa abitata dagli animali ed invasa (come molti ci vorrebbero fare credere) dall’incendio dei migranti. Troviamo molti colibrì, anche allargando il nostro orizzonte geografico: sono quella porzione di società virtuosa, quella parte sana della popolazione europea che è già pronta e naturalmente incline all’accoglienza – per motivi che possono essere culturali, politici, personali, religiosi. L’Europa dei colibrì esiste, è quella dei singoli, delle associazioni, delle cooperative, dei comuni che accolgono più del dovuto, dei volontari, dei sussidi e dei corsi di lingua, delle famiglie che “fanno la loro parte” senza che nessuno glielo debba chiedere, e tentano così di spegnere e domare l’incendio.

La prima correzione da fare alla teoria è di tipo linguistico e riguarda proprio la metafora dell’incendio. Ce lo spiega indefessa da mesi Annalisa Camilli su Internazionale: bisogna smetterla di parlare di migranti in termini di crisi o di emergenza. È arrivato il momento di accettare che si tratta di un fenomeno strutturale e non emergenziale, che non è spuntato fuori dal nulla e che probabilmente continuerà per molti anni ancora. A questo aggiustamento di prospettiva molto possono contribuire i giornalisti, che influenzano la percezione dell’opinione pubblica con le parole che usano, con il tipo di narrativa che scelgono per parlare di un determinato fenomeno. Non è un mero dettaglio lessicale privo di conseguenze pratiche: le parole a cui veniamo abituati per descrivere il mondo che ci circonda si traducono concretamente nel modo in cui scegliamo di approcciarci ad esso. Parole come “incendio”, “crisi”, “invasione” o “emergenza”, così frequentemente abbinate ai flussi migratori, non invitano certo alla tolleranza.

Gli eventi italiani (le barricate di Gorino) e francesi (lo sgombero di Calais) di questi giorni ci costringono inoltre non solamente a modificare linguisticamente la teoria del colibrì, quanto a considerarla politicamente da una diversa prospettiva, ugualmente importante e troppo spesso ignorata: quella di tutti gli altri animali. Chi già abitava nella foresta, infatti, ormai imbevuto della retorica dell’incendio, non si limita più a non farsi carico del problema, a non dare una mano: resiste, ha paura, si organizza per respingere.

Sono animali arrabbiati gli abitanti di Gorino, frazione di Goro in provincia di Ferrara, che tirano su le barricate per evitare di accogliere dodici donne migranti nell’unico ostello del paese. Sono animali arrabbiati gli abitanti dei comuni francesi di Forges-les-bains, Louvenciennes e Loubeyrat, in cui l’edificio destinato ad accogliere i migranti provenienti da Calais è stato dato alle fiamme durante la notte, di Saint-Denis-de-Cabanne, in cui 250 persone hanno riposto all’appello del Front National e si sono riunite davanti alla chiesa del paese per manifestare contro l’arrivo dei migranti, e di Saint Bauzille-de-Putois, in cui il sindaco ha addirittura dato le dimissioni per protesta.

Se ci sforziamo di collegare le vicende italiane con quelle francesi dell’ultima settimana in un disegno geopolitico orizzontale, sovranazionale e unitario, è facile comprendere che l’episodio italiano non è isolato, bensì da leggere in una prospettiva più ampia ed europea come un chiaro segnale d’allarme, come la spia di una precisa tendenza generale: esistono tante piccole Gorino sparse per l’Europa, spesso accomunate da un preciso profilo sociologico ed economico. Si tratta di piccoli centri, con una densità abitativa che non supera i 7000 abitanti, con un’economia non florida, una prospettiva culturale ristretta e lontana dal fermento delle grandi città, in cui la diffidenza per lo straniero e l’irrazionale paura di essere invasi sono fisiologicamente più forti di qualunque cultura dell’accoglienza.

La prima reazione delle istituzioni davanti a questi rifiuti ad accogliere è stata – come è giusto – di denuncia e di indignazione. Renzi, intiepidito dall’incombente voto del 4 dicembre, dice che “non è questa l’Italia che conosce” ma che bisogna comprendere gli abitanti “stanchi”, e anche il ministro Alfano – non certo il più virtuoso dei colibrì, ma costretto alla moderazione dal suo ruolo istituzionale – condanna la vicenda di Gorino.

Eccoci dunque al grande assente nella teoria del colibrì: le istituzioni, i governi – non solo della nostra foresta-Italia, ma di tutta la foresta-Europa. Più precisamente, è quella stessa parte politica che si fregia di essere portatrice di una secolare ed illuminista tradizione di apertura e solidarietà, l’ala più progressista e “a sinistra” nello spettro politico europeo (intendendo il termine nella sua accezione più ampia e meno partitica), è quella parte che dovrebbe credibilmente porsi in contrapposizione al Front National e alla Lega che considera gli abitanti di Gorino come i nuovi eroi nazionali, che – quando si tratta di affrontare la questione migrantiè timida e carente, per non dire buonista ed ipocrita. La mancanza diventa palese nel momento in cui, dopo una giusta e giustificata reazione di indignazione davanti a diffusi episodi di intolleranza, il ragionamento si ferma, è mutilo, l’azione politica manca di un pezzo essenziale. Si tratterebbe semplicemente – tanto per inziare – di porsi un paio di domande: “Perché a Gorino è successo quello che è successo? ”, e soprattutto: “Cosa è necessario fare perché non accada di nuovo?”.

I progressisti, che avrebbero la precisa responsabilità politica di chiedere e di rispondersi, sembrano non voler capire: il problema dei migranti non sono solamente i migranti.

La sinistra tradisce la sua storia e la sua natura quando liquida con una facile indignazione, calata dall’alto del palazzo, il gran rifiuto degli abitanti di Gorino, omettendo di interrogarsi sui motivi e sulle paure di chi non ha accolto e di agire per disinnescarli; quando non capisce perché un pescatore quarantenne che probabilmente non è mai uscito dal suo paese si senta minacciato e in dovere di alzare delle barricate per non permettere a dodici donne di colore di entrare nel suo paese e nel suo bar; quando prima di decidere il collocamento dei migranti non va sul posto a spiegare a questo stesso pescatore perchè l’accoglienza è l’unica strada percorribile e conviene, sul lungo termine, a lui come e a tutti.

Non è la prima volta che alla sinistra viene rimproverato questo tipo di superficialità. Negli anni sessanta, il principale ambito di interesse di Pasolini era ancora costituito dagli abitanti delle poverissime borgate romane, le cui condizioni di indigenza curiosamente richiamano – con le dovute differenze di tempi e di spazi – quelle della Giungla di Calais e dei tanti altri campi profughi spuntati in Europa come funghi.
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Sulla rubrica che teneva settimanalmente su Vie Nuove si leggono delle considerazioni che possono benissimo essere applicate e traslate dal suo sottoproletariato romano di ieri ai nostri migranti di oggi.

“Il governo italiano, la nostra classe dirigente, la nostra borghesia, e anche parte degli uomini di sinistra […] conoscono bene l’esistenza del mondo sottoproletario della periferia di Roma; ma la conoscono un po’ dal di fuori, come problema da affrontare in un quadro generale di problemi: qualche volta burocraticamente, qualche volta un po’ demagogicamente. […] Sul problema dei non residenti romani non bisogna essere sul piano politico ottimisti nel senso facile e sentimentale della parola: bisogna purtroppo affrontare contraddizioni e complicazioni dolorose, spesso insolubili, spesso atroci. Porre il problema, renderlo oggetto di indignazione, non basta: è un modo un po’ tautologico per salvare la propria coscienza. Bisogna o lottare senza sosta, senza respiro, con la massima dedizione […] o analizzare il problema con la più coraggiosa e spietata intenzione di approfondirlo e esprimerlo”.

Sono considerazioni che suonano ancora attuali ed urgenti, se si pensa che il presidente Hollande decide di sgomberare demagogicamente Calais solamente a pochi mesi dalle elezioni politiche, quando la situazione è da anni sotto gli occhi di tutti e poteva essere gestita – magari in tempi meno brevi – in maniera più seria e organizzata. A scanso di fraintendimenti: Calais andava sgomberata, ma non così. Bisognava fare in modo che i comuni francesi in cui i migranti vengono ora ricollocati potessero essere davvero pronti ad accoglierli. Ora il rischio è semplicemente quello di cancellare una Giungla per ricrearne altre duecento. Dietro al metodo utilizzato si nascondono una volontà politica irresponsabile e a caccia di facili consensi, che non vuole risolvere ma solamente rammendare, che invece di pulire butta la polvere sotto il tappeto, sperando che nessuno se ne accorga.

La sinistra francese fallisce quando non pensa a lungo termine, inizia un’operazione di sgombero che implica uno spostamento di massa di per sé già difficilmente gestibile senza nemmeno assicurarsi di sapere con certezza che vita faranno i migranti una volta smistati nei CAO. La sinistra francese fallisce quando permette che i minori non accompagnati del campo rimangano numerose notti al freddo in attesa che venga loro comunicata una soluzione che non è stata pensata e concordata precedentemente con l’altrettanto colpevole interlocutore inglese. Non si tratta di ingenuità o dilettantismo, ma di una grave inadeguatezza.

In Italia, i fatti sono diversi e forse numericamente di portata più esigua, ma le colpe politiche restano le stesse. In un paesino di pescatori in cui tutti si conoscono da generazioni, basato su un’economia ormai stagnante, a base presumibilmente familiare, che ricorda un po’ il paese dei Malavoglia e il loro ideale dell’ostrica, non si può certo pretendere che tutti siano pronti e capaci a fare i colibrì alla prima occasione utile.
Lo stesso discorso vale per tutti i comuni francesi sopracitati, cugini d’oltralpe dell’intolleranza gorinese. Come possiamo pretendere che siano colibrì degli abitanti che dicono: “Qui non c’è niente. Niente per noi che ci siamo nati, figurarsi per gli altri?”.

E’ di nuovo Carrére a toccare centro incandescente del problema quando, parlando degli abitanti di Calais che si oppongono all’accoglienza, dice: “Molti vivono e hanno sempre vissuto di sussidi di disoccupazione, si trovano in una situazione forse meno precaria ma per certi versi molto piu stagnante, piu irrimediabile, e io mi chiedo se questo non incida sul loro risentimento”. Gli animali arrabbiati della foresta-Europa sono un vero e proprio nuovo “Lumpenproletariat” che ha “trovato qualcuno ancora piu disgraziato di lui da odiare” – e finchè la sinistra non troverà un modo per parlare con questa fascia della popolazione, l’unico risultato dei flussi migratori sarà una disatrosa guerra senza vincitori tra poveri e più poveri.

Per quanto riguarda infatti il non trascurabile lato economico della questione migranti (un’altra sfumatura della vicenda che vede la sinistra timida e restia ad approfondire) è lucido per non dire vagamente pasoliniano il J’accuse di Enrico Pedemonte su Pagina 99 del 22 ottobre:

“Uno dei miti buonisti assai cari alla sinistra tradizionale è stato negare la dimensione sociale e il dramma economico vissuti da milioni di persone che entrano in diretto contatto con l’immigrazione. Non è del resto un caso che i voti della sinistra si concentrino nei quartieri borghesi e diventino sempre più occasionali nelle ex aree industriali e nelle periferie. Accettare il fatto che in alcuni casi (certamente in Portogallo e in Grecia, forse in Italia) gli immigrati entrino direttamente in competizione con i lavoratori locali, è un primo passo verso il riconoscimento della realtà. Larga parte della politica e della cultura progressista europea negano che esista un problema di competizione tra lavoratori nativi e immigrati e raccontano la favola non dimostrata dei lavoratori stranieri che svolgono ruoli che i locali non vogliono svolgere. Accogliere migranti in fuga dalle guerre e dai Paesi poveri è un problema umanitario a cui non ci possiamo sottrarre. Ma sul lavoro, come sulle differenze culturali, meglio raccontare la verità e cercare soluzioni concrete ai problemi che nascondersi dietro trucchi buonisti facile preda del populismo”.

La predisposizione all’accoglienza non è dunque un discorso facile con cui tracciare una linea che separa i buoni dai cattivi e i colibrì dagli abitanti di Gorino. L’educazione alla solidarietà non nasce magicamente e dal nulla in ogni ambiente a colpi di citazioni dal Vangelo di Matteo (“Ero straniero e mi avete accolto”), non si può pretendere come dote innata. E’ un fatto serio, che passa necessariamente attraverso considerazioni economiche e politiche anche scomode, richiede organizzazione, lucidità di vedute, piani a lungo termine. Perché non tutti nasciamo colibrì, ma certo tutti possiamo diventarlo.

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