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Da mare temperato a tropicale: l’invasione delle specie aliene in Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo è forse il mare più conosciuto di tutti i tempi, dal passato fecondo e ricco, le cui acque sono state solcate dai primi navigatori della nostra storia, e sulle cui nazioni, affacciate a esso, hanno preso origine le primissime civiltà e i primi grandi imperi. mediterranean_sea_16-61811e_38-99124n

Non solo fondamentale per la storia dell’uomo, il Mar Mediterraneo è divenuto oggetto di studio per gli scienziati, che hanno fatto di esso un laboratorio in miniatura per gli studi chimico-fisico-biologici, nonché per quelli oceanografici, in quanto in esso si verificano gli stessi fenomeni che avvengono negli oceani, semplicemente rapportati in una scala più piccola.
Uno dei fenomeni più influenti di oggi è indubbiamente quello della tropicalizzazione del Mediterraneo e dell’invasione di specie aliene all’interno del bacino.
Si sa, il problema del cambiamento globale è un fatto ormai assodato e sulla bocca di tutti da anni, benché ci siano ancora dubbi o titubanze da parte di alcuni studiosi, certi che si tratti semplicemente del normale corso della Terra, soggetta continuamente a cambiamenti climatici, talora più intensi, pronti a determinarne un vero e proprio sconvolgimento.
Tuttavia, è stato accertato che la temperatura superficiale del nostro mare è aumentata nel corso del tempo a partire dagli anni settanta, specialmente durante i mesi estivi, e l’inizio del ventunesimo secolo (2000-2012) ha registrato le più alte temperature sin da quando se ne hanno notizie. L’incremento di temperatura dal 1970-1999 al 2000-2012 (con una media annuale in più di 0,62°C) è considerato maggiore rispetto a quello degli oceani (media annua 0,19 °C), e si prevede un continuo aumento di questo trend per il futuro, sino al raggiungimento di 2°C in più al termine del ventunesimo secolo (2071-2098). (Climate Dynamics- Mariotti et al. 2015).

Se 2°C in più non sembrano così rilevanti, per il clima globale e, soprattutto, per l’ambiente marino, possono risultare, al contrario, molto influenti e portare a dei cambiamenti e a delle modifiche sia a livello di specie animali, sia per quanto riguarda i “normali” fenomeni chimico-fisici che avvengono regolarmente nella colonna d’acqua.
Una delle conseguenze a noi più note dell’incremento termico che il Mare Nostrum sta subendo è senz’altro quello della comparsa di specie dapprima sconosciute o rare, ora diffuse o addirittura comuni all’interno del bacino. Le cosiddette specie aliene del Mediterraneo, la cui origine è differente rispetto al luogo in cui si trovano, sono ormai numerose e negli ultimi trent’anni hanno seguito un incremento molto intenso che continua ad aumentare. Tali specie, di origini prevalentemente tropicali, provengono essenzialmente dal Mar Rosso e vengono chiamate specie lessepsiane. canale-di-suez
L’apertura del Canale di Suez, nel 1869, ne ha sicuramente favorito l’entrata e ha giocato un ruolo notevole nella tropicalizzazione del Mediterraneo, costituendo dunque un facile ingresso di organismi provenienti addirittura dall’Oceano Indiano. Oltre a questo, la regimazione del Nilo, conseguente alla costruzione della diga di Assuan, nonché la progressiva riduzione della salinità in corrispondenza dei Laghi Amari, hanno eliminato due barriere ecologiche creando una via ancor più facile da attraversare. (National Geograchic, marzo 2006). Benché il nostro mare sia sempre stato piuttosto accogliente da un punto di vista biologico, grazie anche al fatto che ha avuto origine dalla Tetide, un mare prettamente tropicale, negli ultimi anni ha subito un incremento di specie alloctone sia legato ai cambiamenti climatici sia, fattore non meno importante, agli importi accidentali di larve o uova di specie provenienti da altri mari od oceani, a causa delle acque di zavorra delle grosse navi che solcano ogni giorno gli stretti. Non solo, dunque, le specie aliene provengono dal Mar Rosso tramite un ingresso “naturale” delle stesse, ma anche dall’Oceano Atlantico attraverso lo Stretto di Gibilterra, o da mari decisamente più lontani per il motivo esposto.
Ma quali sono i problemi che tali specie possono avere sull’ecosistema autoctono naturale? E quali quelle che ormai possiamo considerare comuni e del tutto “naturalizzate”?

I pericoli cui un ambiente va incontro nel momento in cui il suo equilibrio naturale viene mutato sono davvero tanti. Quando una specie alloctona invade un ambiente a lei nuovo può subire due destini: perire, se l’ambiente non presenta quelle caratteristiche idonee per la sua sopravvivenza, (cibo, spazio, risorse, clima), oppure prosperare se quegli stessi fattori rispecchiano quelli del luogo di origine. Per le specie lessepsiane si è verificato il secondo caso; riscaldandosi, il Mediterraneo ha cominciato ad “assomigliare” al Mar Rosso per quanto riguarda la temperatura superficiale e le specie in questione non hanno avuto difficoltà a diffondersi, trovando dunque un ambiente fisico simile.
Inoltre, una specie alloctona non ha predatori naturali, pertanto può prosperare senza subire particolare danni e, in aggiunta, divenendo lei stessa predatrice delle specie autoctone. Essa, poi, può portare con sé batteri e virus “nuovi” per le specie native, così da favorire l’insediamento di malattie, ed entrare in competizione per le risorse con un’inevitabile diminuzione della biodiversità autoctona e un aumento di quella aliena. Se trattasi poi di una specie con un tasso riproduttivo alto e una produzione di uova/larve intensa, ecco che abbiamo la goccia che fa traboccare il vaso: la specie aliena si nutre, prospera, si riproduce e aumenta il proprio areale, non più soltanto “acclimatandosi” al nuovo habitat, ma propriamente naturalizzandosi.
Nel marzo 2006, il National Geographic magazine riporta a 200 il numero di specie aliene che hanno attraversato con facilità il canale di Suez e che si sono stabilite nel Mediterraneo. Tra queste, cinquanta sono all’incirca pesci, e tra questi spiccano alcuni nomi che ormai abbiamo potuto conoscere, anche in maniera piuttosto approfondita: pesce trombetta Fistularia commersoni, pesce scoiattolo Sargocentron rfistularia-commersoniubrum, pesce coccodrillo Platycephalus indicus, pesce leone Pterois miles sono solo alcuni esempi di organismi presenti ormai nella parte più meridionale del Mediterraneo. Molto più comuni e diffusi, anche in Mar Ligure, la nota donzella pavonina Thalassoma pavo, o il pesce sergente maggiore Abudefduf vaigiensis, tipico, quest’ultimo, delle barriere coralline; o ancora la cernia del Malabar Epinephelus malabaricus o quella a macchie arancioni Epinephelus coioides, catturata nel Golfo di Trieste (National Geographic, marzo 2006).
Non solo gli animali, ma anche le alghe hanno avuto modo di occupare quello che prima poteva essere paragonato a un habitat ostile, diffondendosi ampiamente e portando a seri danni l’intero ecosistema marino. Classico esempio quello dell’alga verde Caulerpa taxifolia, alga invasiva ormai diffusa quasi in tutto il bacino, pericoloso competitore della fanerogama marina endemica del nostro mare, la Posidonia oceanica.
Alcuni sono i progetti attualmente in atto per monitorare la perdita di biodiversità nel Mediterraneo; tra questi, Csmon Life, il primo progetto nazionale citizen scienze (attività scientifica alla quale partecipano i cittadini), che fa capo all’Università di Trieste e che coinvolge l’istituto agronomico mediterraneo di Bari, La Sapienza di Roma e l’Università di Tor Vergata.caulerpa
Dunque, i problemi legati al fenomeno della tropicalizzazione sono tanti e dannosi, potenzialmente illimitati e fuori dal nostro controllo. Il disturbo ecologico che ne deriva non dovrebbe lasciarci immuni perché gli impatti saranno notevoli. Che sia in parte nostra la causa è indubbio, ma è anche vero che, il più delle volte, la natura segue un corso che non possiamo prevedere. Tutti gli eventi che si sono succeduti dalla nascita del nostro pianeta hanno avuto un inizio e una fine; la natura, in qualche modo, si è sempre ripresa a seguito di una catastrofe, benché questa fosse sempre stata originata da lei stessa. Forse, oggi, è diverso, e l’era dell’uomo ha lasciato e lascerà un segno indelebile sulla Terra.
Le specie si adattano, si creano e si estinguono; quello del Mediterraneo è solo uno dei tanti esempi che ancora avremo modo di conoscere. Non è scontato che il riscaldamento globale potrebbe cessare se davvero le fatidiche emissioni di CO2 diminuissero, non è detto che questo porterebbe a un ristabilirsi delle normali condizioni ecologiche del mare. La Terra è in continua trasformazione, lo è sempre stata dall’inizio dei tempi, e le condizioni climatiche non sono mai state realmente costanti, almeno non per la “costanza” che intendiamo noi. Probabilmente la natura ha già i suoi modi per affrontare il problema e per cercare di rimediare a qualcosa che, forse per una volta, non dipende propriamente e solo da noi.

One Comment

  • Davide

    19 ottobre 2016 at 13:38

    Margherita complimenti, questo articolo non sfigurerebbe sul National Geographic che citi spesso nelle fonti.Davvero un testo scientifico di livello.

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