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Luca Doninelli, “Le cose semplici” / Cosa resta in piedi mentre tutto crolla?

Un bimbo rannicchiato sulle ginocchia, fisso sulla battigia. Nudo, con una corona di fiori in testa e di fronte a sé il blu profondo, il verde dell’oceano da cui attende l’arrivo di qualcuno, di quel qualcuno. E’ questa la suggestiva immagine di copertina de Le cose semplici (Bompiani, 2015), romanzo monstre di oltre ottocento pagine, ultima fatica letteraria dello scrittore lombardo Luca Doninelli.

E in questa immcover_le-cose-sempliciagine può dirsi racchiuso l’alveo di tutta la struttura narrativa che tiene in piedi questo ambizioso lavoro: tutto ciò che accade, accade in questa dimensione spazio-temporale incalcolabile che è l’amore, e che nel romanzo assume lo spazio fisico (ma anche metafisico) dell’oceano. L’amore tra Chantal Terrassier, enfant prodige della matematica, e Dodò (questo il nomignolo affibbiatogli dalla sua amata), giovane linguista italiano con ambizioni letterarie destinate a rimanere incompiute, che incontra la donna della sua vita durante un lavoro di tesi a Parigi. Pochi anni dopo il matrimonio, la loro vita insieme è destinata a separarsi. Chantal va a New York, accompagnata da suo marito, per tenere un ciclo di conferenze nelle più prestigiose università americane. Dodò si trattiene in America solo un paio di mesi e poi riparte per l’Italia – si sarebbero rivisti a Milano una volta terminato il tour americano di Chantal – ma niente faceva prevedere che l’oceano li avrebbe divisi per vent’anni. Un collasso improvviso della civiltà investe tutto il globo terrestre: l’economia mondiale frana, le comunicazioni diventano sempre più difficili fino ad interrompersi totalmente nel giro di qualche settimana, l’informazione globale (internet, radio, televisioni) si arresta, i governi smettono di fare il proprio lavoro, così come i commercianti, i professori, gli operai. Le città in poco tempo diventano luoghi inospitali in mano a bande di malviventi che iniziano a fare razzìa di qualsiasi bene privato e della comunità (inquietante l’immagine dei cadaveri in putrefazione ammassati all’interno del Duomo) e si contendono il dominio dei quartieri; i cittadini vivono di espedienti e cercano come possono di sopravvivere. L’amore limpido, disincantato, dei due protagonisti viene travolto in questa apocalisse, riportata da Doninelli attraverso il racconto di una Milano dalle tinte fosche, che ricorda i paesaggi desolati del Mccharthy di The Road, in cui sembra impossibile trovare qualcosa da cui ripartire perché ad essersi definitivamente inceppato è il motore che alimenta lo sviluppo di qualsiasi civiltà: la fiducia nell’uomo e tra gli uomini (vertiginoso il parallelo con i nostri tempi). La narrazione degli eventi avviene attraverso il racconto di Dodò nei libri raccolti e pubblicati postumi dal figlio Mark. Il ricordo di Chantal, filo sottile ma indistruttibile di questo amore tragico, diventa il filtro attraverso il quale Dodò ripercorre gli anni di una Milano violenta e disumana. E non solo. Quell’incontro fatale in un bistrot di Rue des Écoles è anche il filtro attraverso il quale Dodò può riattraversare i dolori, le ferite che ancora segnano la pelle, gli affetti più cari, la famiglia, gli amici. Ecco perché la forza di questo romanzo non è innanzitutto in uno strabiliante intreccio narrativo, nella tensione emotiva o di pathos che l’autore riesce a creare attraverso la successione degli eventi – anche perché, di fatto, in questo romanzo “accade” poco – ma è nella mirabile capacità di Doninelli di dilatare in maniera irrimediabile l’amore tra i due protagonisti, creare un abisso dalle profondità insondabili in cui dentro frana il mondo intero. Perché cos’è un amore se non un oceano dai confini impalpabili in cui ogni aspetto della vita riemerge finalmente illuminato, mostrando il suo misterioso legame con il tutto? Romano Guardini diceva che “nell’esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto io-tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito”[1]. Il romanzo di Doninelli è il racconto di questo mondo crollato, dilaniato (e allo stesso tempo redento) in un grande amore in cui nulla è escluso: la morte, il sesso, la politica, la fede, la filosofia, l’economia, l’antropologia. Come se l’intuizione di Doninelli fosse che in fondo tutto della vita fosse riconducibile ad un unico punto infuocato, che è innanziutto un punto affettivo, in cui quel tutto si illumina. Nessun percorso di conoscenza inizia se non tramite un amore. E la distanza tra Chantal e Dodò, paradossalmente, non è fattore di illanguidimento di questo amore, è piuttosto occasione di radicamento, pur nella disumanità brutale e nella disperadoninellizione dalle quali i protagonisti sono tutt’altro che esenti. E l’amore diventa dunque lo sfondo ideale, la trama sottesa, la scenografia entro la quale tutte le storie si svolgono.

Ma questo oceano di volti, di piccoli accadimenti e sfide quotidiane che dividono Chantal e Dodò, non sono semplici espedienti usati per infittire l’intreccio narrativo, ma brillano di luce propria. La penna di Doninelli investe ogni personaggio, anche secondario, di un approfondimento che li libera dal ruolo di semplici comprimari a sostegno del filone narrativo principale, e li trasforma in ulteriori “romanzi nel romanzo”. Ogni minuzia, che durante la lettura può sembrare fuorviante, o incomprensibile nell’economia della storia, alla fine del libro trova il suo insostituibile posto, e rimane l’impressione di trovarsi di fronte ad un imponente affresco, come quello della cappella sistina, un’opera corale composta da più voci, che è in fondo l’espressione più autentica dell’io di ogni uomo. Questo lo dice lucidamente lo stesso autore in un’intervista: Il tentativo di ridurre il romanzo a un prodotto di mercato (con risultati anche eccellenti) ne ha modificato la forma, trasformandolo in uno spazio dentro il quale si mette in gioco l’abilità dello scrittore (il suo ego regale) di costruire un intrigo solido e avvincente. Nulla contro questa concezione, però a mio parere il romanzo è qualcosa di più. Il romanzo è una voce meno personale, meno ego-centrica, più universale, o se vogliamo più collettiva, è un luogo in cui precipita una molteplicità di narrazioni, di voci, di soggetti, è un campo aperto dove i pensieri, le filosofie, i “credo”, le politiche, i campi del sapere si fronteggiano in una battaglia che deve essere al tempo stesso illuminata e cieca“.

Lo scrittore lombardo si lancia dentro questa battaglia senza riserve, abbandonando le redini del progetto iniziale, rinunciando a qualsiasi tentazione di essere padrone dell’opera, e piuttosto si fa tramite (cioè vero autore) delle storie che vede nascere davanti a sé. In questa selva di storie Doninelli mostra l’abilità dei grandi narratori nel passare con estrema disinvoltura dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, e viceversa. Come se le più decisive questioni del mondo, le più profonde interrogazioni filosofiche, o le sterminate dimensioni dell’universo si rendessero davvero chiare solamente coinvolgendosi senza remore nella prosa del mondo. E, viceversa, solo entrando con occhi innamorati (e dunque feriti) nei più piccoli dettagli della realtà sorgono le grandi domande, la vertigine del pensiero, la vastità della storia. Chantal, un’insignificante ragazzina genio della matematica è il punto infuocato del romanzo in cui questa coscienza cosmica, questo sguardo sul mondo diventa carne. La sua certezza granitica su una positività di fondo del reale (anche se incomprensibile nei suoi contorni) è l’unica cosa che non crolla mentre il mondo va allo sfacelo, e diventa l’unico punto da cui poter ripartire per tutti.

La prima impressione, giunti stremati all’ultima riga (per la battaglia fisica con ogni singola pagina a cui il romanzo constantemente ci invita) è quella di un’opera tanto imponente quanto in realtà semplice (come il titolo suggerisce). Semplice come intreccio narrativo e semplice perché inevitabile (“l’unica forma possibile è la narrazione, perché la sostanza della coscienza è il tempo”[2] diceva Juan Josè Saer) per dare voce al mondo abissale dell’autore.

E la seconda impressione è quella di essere di fronte ad un capolavoro destinato a sconfiggere la dittatura degli anni e a rimanere una pietra miliare della letteratura contemporanea, perché come tutti i capolavori ha un tratto inconfondibile: più ostinatamente si radica nel tempo presente (essendone un fulgido specchio) e più lo rifugge, lo supera, diventando profetico e si fa capace di abbracciare gli abissi più reconditi dell’uomo di ogni tempo.

[1] Romano Guardini, L’essenza del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1959
[2] Juan Josè Saer, La Nuova Frontiera, Roma 2012

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