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Lost in Translation 2 / che barbari!

[continua da qui]

Nel capitolo precedente abbiamo visto come la traduzione sia praticamente sempre causa di grandi problemi comunicativi. Abbiamo intrapreso questo percorso attraverso esempi quasi sempre di vita quotidiana, in cui la traduzione spesso è intesa come l’interpretazione -o la mancata interpretazione- della punteggiatura.

8mwka6p01h3pkbhdgmcakagfosmTradurre da una lingua all’altra non comporta però trasportare solo informazioni ma anche una visione del mondo; Wilhelm von Humboldt osserva che lingue differenti non significa solo modi diversi di chiamare la stessa cosa: sono proprio visioni diverse di quella cosa.

La più grande opera di traduzione simultanea e di grandi dimensioni la ritroviamo nelle conferenze internazionali; dove dobbiamo tenere molto bene presente, in queste situazioni, che esistono tutta una serie di problemi che vanno anche molto oltre quelli che abbiamo visto insieme – come se non bastassero, in effetti.

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In una conferenza internazionale si smette di parlare una lingua e si comincia a parlarne tante altre: la lingua della retorica, delle ideologie, della persuasione e della manipolazione; in questo il traduttore non può che soccombere incolpevole.

Una democrazia non è una democrazia popolare; “detente” ad esempio significa due cose completamente diverse nel vocabolario Russo ed in quello della NATO; libertà e schiavitù sono due termini molto confusi tra loro in moltissime lingue – non nella nostra, però.

Errori che sembrano essere insignificanti o dovuti ad un eccessivo zelo da parte del traduttore possono portare a risultati catastrofici.

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Il professor Ekvall, interprete esperto di lingue orientali e sovietiche, che per moltissimi anni ha seguito il lavoro delle assemblee internazionali, ci riporta uno degli esempi più spettacolari di errori che avrebbero potuto cambiare la storia per come la conosciamo ora.
[di seguito tutti i virgolettati sono tratti da “Faithful Echo, Robert B. Ekvall Twayne Publisher, New York, 1960, pp 109-113, ndr]

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Nell’estate del 1954 si è tenuta la seduta finale della conferenza di Ginevra sulla Corea; Paul Henri Spaak rappresentava le Nazioni Unite contro l’intransigenza della Corea del Nord, della Cina e dell’URSS. Secondo Spaak

la comprensività e la veracità della proposta delle Nazioni Unite rendeva superfluo esaminare qualunque altra proposta e quindi egli concludeva la dichiarazione con “Cette déclaration est contenue dans notre texte”. La versione inglese simultanea, però, che giunse al mio orecchio diceva: “Questa dichiarazione è compresa nel testo dell’accordo dell’armistizio”. Più tardi si scoprì che l’interprete aveva sentito le parole “dans notre texte” come “dans l’autre texte” e pensando che “l’autre” fosse vago e richiedesse una spiegazione, aveva aggiunto “dell’accordo d’armistizio”.

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A questo punto la situazione prende una piega drammatica, in una escalation di incomprensioni, errori di traduzione e pasticci di altro genere.

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Chu En-Lai (rappresentante della delegazione orientale) cominciò ad accusare fortemente Spaak di aver appena detto una cosa non vera; rilevò che la situazione era diversa: la proposta della delegazione della Repubblica Cinese non faceva parte dell’armistizio.

Paul Henri Spaak osservava Chu En-Lai con un’espressione di lieve distacco misto ad una evidente meraviglia riguardo al perché di tutta quella agitazione. Pensando che forse le sillabe stridule cinesi erano una strana risposta alla bellezza ritmica di quanto era stato così ben espresso in francese, tuttavia disposto ad apprendere il significato di quelle sillabe ignote, Spaak aggiustò bonariamente la cuffia. Ma quando il significato tradotto arrivò, toccò a lui balzare sulla sedia e chiedere a gran voce, con gesti e parole, di poter parlare.

Se provate a immaginarvi la scena, facendo scorrere il film nella vostra mente, è impossibile non trovare divertente tutto questo. Sopratutto se allarghiamo il quadro ed immaginiamo che in tutto questo c’è una grande platea di persone completamente ignare di cosa diamine stia succedendo, tranne coloro che hanno ascoltato il messaggio “colorato” dal traduttore cinese, che quindi trovano l’intervento di Spaak del tutto fuori luogo.

CH, Genf: Aussenminister Frankreich, Pierre Mendès-France(1907-1982), und FR-Delegation an Genfer bzw. Indochina-Vietnam Konferenz , an der Waffenstillstand unter Beteiligung der Volksrepublik China, Frankreichs, Großbritanniens, der UdSSR, der USA sowie den ehemaligen französischen Kolonien Vietnam, Laos und Kambodscha beschlossen wird

Quello che succede ora è l’ennesimo errore in questo teatro di pasticci ed errori che riesce a complicare ancora di più la situazione. Spaak aveva chiarito di non aver mai pronunciato le parole “dell’accordo di armistizio”  e, come accade spesso quando si creano attriti di questo genere, sia lui che il suo avversario politico cercavano di superarsi a vicenda con calde manifestazioni di fretta. L’obiettivo, insomma, era quello di cessare l’imbarazzo.

Chu pronunciò le parole:

Se la dichiarazione avanzata dai sedici stati delle Nazioni Unite e l’ultima proposta avanzata dalla delegazione della Repubblica Popolare Cinese, benché abbiamo alcune innegabili differenze, provengono da un desiderio comune, invece di una dichiarazione unilaterale proveniente dai sedici stati, perché i diciannove stati rappresentati a questa conferenza di Ginevra non possono esprimere questo desiderio in un accordo comune?

Quello che ho evidenziato in grassetto è sicuramente la parte più importante di tutto l’intervento. Sarebbe stato molto bello se fosse arrivata integra, chiara e pulita.

Ma invece no.

I nervi dei traduttori sono ormai crollati e per un errore quella frase in grassetto non arrivò mai a destinazione. Venne omessa, limitando l’intera dichiarazione.

Ciò che Spaak infine sentì in francese era una preghiera assoluta di un accordo basato su un desiderio comune di risoluzione. Forse sembrava persino una ritardata accettazione cinese del punto di vista che Spaak stesso aveva difeso con tanta eloquenza. Probabilmente Spaak pensava di aver persuaso finalmente Chu a essere ragionevole. A causa degli scambi collerici dovuti al malinteso precedente, Spaak aveva abbandonato per il momento la logica fredda, dura, e ora, desideroso di mostrare che anche lui era ragionevole, lasciò parlare i suoi impulsi.

“En ce que me concerne et pour éviter toute doute, je suis prêt à affirmer che j’accepte la proposition du délégué de la République Chinoise”
(“Per quanto mi riguarda, e per evitare ogni dubbio, sono pronto a dichiarare che accetto la la proposta del delegato della Repubblica Cinese” ndr)

Putiferio in aula. Scoppiò un pandemonio che andò avanti per oltre un’ora. Spaak, il grande leader riconosciuto e condiviso da tutto il mondo occidentale aveva appena (accidentalmente, ma lo sappiamo solo ora) tradito i suoi alleati.

Spaak si era staccato dall’accordo e dall’unità a cui si era giunti con tanta cura prima dell’ultima riunione e si era schierato con il nemico. Il primo ministro Casey dell’Australia, il vice-presidente Garcia delle Filippine ed i capi di altre delegazioni chiedevano tutti la parola. Il generale Bedell Smith, capo della delegazione statunitense, cercava di fare due cose contemporaneamente: ottenere la parola e trattenere, anche con la forza, la delegazione coreana che, convinta di essere stata tradita, aveva cominciato a lasciare la sala. Sir Anthony Eden, preso nella confusione di questi sviluppi inattesi, evidentemente non riusciva a capire se Spaak avesse ceduto o avesse ottenuto una concessione inattesa dai cinesi. Inoltre Eden non poteva decidere a quale di tanti richiedenti dovesse concedere la parola e pertanto anch’egli sembrava indietreggiare parecchio.

Quello che Ekvall non cita, però, è che è l’unico in grado di comprendere tutte le lingue usate in questa conferenza rendendolo anche l’unico che avesse davvero compreso la situazione nella sua completezza.

Se è vero che la funzione dell’interprete deve quindi rimanere quella di un’eco fedele, senza avere ruoli attivi o creativi, è anche vero che per tanto che il traduttore sia preparato, conosca non solo perfettamente la lingua, ma anche il contesto in cui si collocherà il messaggio (ammesso e non concesso che lo sia, così preparato e consapevole), e anche ammettendo una sua totale onestà intellettuale, oltre che un’ineccepibile deontologia, non potremo mai prescindere dalla vitalità e dalla peculiarità di ogni lingua nella sua autonomia, il che ci porta a dover considerare se non casi estremi e paradossali quali quelli visti prima, almeno di dover mettere in preventivo un certo margine di scarto rispetto alla coincidenza perfetta del significato, dati significanti di differenti lingue.

watzlawick_01Ma, a ben vedere, anche rimanendo nella stessa nazione, nella stessa lingua, in un dialogo che si svolga tra persone di pari estrazione culturale, che magari anche si conoscono e si frequentano da tempo e che forse hanno anche opinioni concordi, chi ci assicura che un messaggio abbia coincidenza di significato nelle menti rispettivamente di emittente e ricevente? L’unico modo per saperlo è osservare il feedback. Come ci insegna ancora una volta Watzlawick, il significato della comunicazione è il risultato che si ottiene. E potremmo parafrasare che il successo della traduzione è il risultato che se ne otterrà in termini di risposta da parte del ricevente.

Quindi, quel 3 in latino che può essere capitato di trovarsi in pagella in seguito ad una dannatissima traduzione di fine trimestre,  è il feedback del ricevente, molto esplicito nel dirci che le nostre capacità di traduttori andavano decisamente riviste e implementate. Sì, perché davanti a un Cesare che scriveva: “Itaque caeli gravitate non dolebant”, sarebbe stato corretto riferirsi alla resistenza dei Germani ai climi freddi e caldi e non consegnare un foglio protocollo che recitava: “Perciò non si dolevano per l’autorità del cielo …” facendo passare i poveri Germani per un popolo senza rispetto nemmeno di un loro Dio…quei barbari.

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