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Le opportunità “sprecate”: il contratto di apprendistato alta formazione

Nella bufera dei contratti di lavoro sempre sotto la continua revisione legislativa, un negozio giuridico che dovrebbe essere sfruttato e che rimane inutilizzato è quello relativo al contratto di apprendistato alta formazione. L’alta formazione e la ricerca come previsto all’articolo 45 del D.lgs. 81/2015 è una forma di apprendistato che può essere utilizzato in tutti i settori (privato e pubblico) per avviare al lavoro soggetti di età compresa tra i 18 anni e i 29 anni in un percorso determinato da un protocollo siglato con l’istituzione formativa (Università) per permettere il conseguimento di titoli di studio universitari (laurea breve o magistrale/specialistica), titoli di alta formazione post-lauream (Master di I o II livello, Corsi di perfezionamento) o addirittura Dottorati di ricerca ed anche il praticantato per l’accesso alle professioni ordinistiche.

Il contratto di apprendistato alta formazione: requisiti e modalità di espletamento

Ex post riforma dei contratti di lavoro prevista dal D.lgs 81/2015, correttivo del Jobs Act, questa forma di contratto ha il pregio di consentire un risparmio di dieci punti percentuali di oneri retributivi rispetto all’apprendistato professionalizzante “canonico”. Oggi, come in passato sono interessati tutti i comparti, da quello pubblico a quello privato per consentire di avviare al lavoro giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni e permette, al contempo, di fare perseguire titoli di studio accademici ed universitari, di alta formazione, dottorati di ricerca oltre l’espletamento del praticantato utile per accedere ed ottenete l’abilitazione alle professioni ordinistiche. Forte è l’interesse del giovane neofita a vedersi siglato una forma contrattuale di questa fattispecie proprio per consentire il conseguimento di un titolo di studio accademico, un corso post-lauream, un dottorato o un’abilitazione professionale.

Per avviare il rapporto di apprendistato di alta formazione si deve sottoscrivere una Convenzione con l’Università o Politecnico (struttura addetta alla formazione) in cui si formalizzerà il progetto formativo e si chiarirà la durata, i contenuti e le modalità dell’espletamento del piano di formazione a carico del datore di lavoro, le modalità di riconoscimento dei crediti formativi maturati per le ore di formazione conseguite in azienda. Per le ore di formazione svolte nell’istituzione formativa (Università o Politecnico) il datore di lavoro è esonerato dall’obbligo di corrispondere la retribuzione; per le ore di formazione a carico dell’imprenditore è riconosciuta una retribuzione pari al 10% di quella che sarebbe dovuta: ecco allora la convenienza per le aziende ad attivare un contratto di apprendistato alta formazione rispetto a quello professionalizzante.

Molte Regioni si sono già attivate per stanziare fondi utili ad incentivare le assunzioni con tale forma contrattuale ma spesso capita che queste risorse “fresche” vengano ritirate perché non usufruite e rimaste inutilizzate dalle imprese stesse.

La realtà: un contratto inutilizzato

Rimangono statici e freddi i rapporti che le istituzioni formative, Politecnici ed Università, instaurano con il mondo del lavoro, appaiono assolutamente impreparate o talvolta, reticenti nell’instaurare un dialogo “costruttivo” con l’esterno e soprattutto con il mondo aziendale. Questo rapporto “distaccato” tra mondo lavorativo e mondo accademico si riflette sullo scontento diffuso e generalizzato dei giovani brillanti neolaureati che sono sempre più costretti ad emigrare all’estero perché in Italia non sono valorizzate e sfruttate le competenze ed il bagaglio culturale appreso nel corso dei loro studi.

Del resto, anche la stragrande maggioranza delle imprese italiane non ricerca profili brillanti da inserire nel proprio organico ma, rimane l’assai diffusa abitudine di reclutare persone attraverso meccanismi informali, passaparola, conoscenze e favoritismi personali non badando, il più delle volte, al brillante ed eccellente percorso di studi ed al background culturale del neofita. Anche per quanto concerne la preferenza delle aziende al possesso dei titoli post-lauream (Master e corsi di Perfezionamento), o addirittura del conseguimento del titolo di Dottore di ricerca, la maggioranza delle imprese non richiede ai candidati il possesso di questi titoli tra i requisiti di selezione del personale. Addirittura molte imprese sono ancora confinate a ricercare neodiplomati o laureati con laurea breve e nulla di più.

Anche se l’odierna propensione dei giovani neolaureati è quella di presentarsi sul mercato del lavoro sempre più impeccabili e con un dispiegamento di titoli accademici di alto livello, in effetti, vi è una noncuranza diffusa nel prediligere l’inserimento di queste reclute, venendo a favorire l’amico/a, il conoscente, il figlio/a dello storico dipendente e la lista di favoritismi personali potrebbe continuare all’infinito.
Per tutti questi meccanismi e prassi diffuse sul mercato del lavoro, l’utilizzo di questa forma contrattuale non decolla assolutamente nel nostro paese e si viene a sprecare una marea di opportunità che potrebbero derivare dall’inserimento di giovani reclute e forza lavoro in azienda, dal combinato e fruttuoso intreccio tra momento formativo e professionale. Ancora una volta un’occasione legislativa sprecata!