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Le case che siamo

E’ necessario partire dal lessico.

La lingua italiana è fatta di circa 250.000 parole. Il termine casa è tra le 2000 parole che, nel Vocabolario di Base di Tullio De Mauro, fanno parte del cosiddetto lessico fondamentale. Per dirla più semplicemente, casa è una parola che si impara subito, si usa molto e non si dimentica mai.

«Sono a casa!», dice mio padre alle otto quando torna dal lavoro.
«C’è qualcuno in casa?», lo dico io, quando rientro dall’università e voglio sapere se mi toccherà mangiare da sola o con i miei coinquilini.
«Quand’è che torni a casa?», me lo chiede al telefono mia madre, ancora non rassegnata alla mia vita da fuori sede, se non mi vede da più di tre giorni.
«Sto bene, ma mi manca casa», dice lo studente in Erasmus quando sente gli amici su Skype.
«Vuoi salire a casa?», sussurra il ragazzo coraggioso al quarto appuntamento, le mani timide incrociate dietro la schiena, dondolando i piedi sulle punte.
«Se ne tornassero a casa loro», borbotta sotto i baffi il vecchio leghista riferendosi alla famiglia marocchina appena trasferitasi nel suo stesso condominio.

Sono tutte cose che diciamo frequentemente, insomma, e come quelle espressioni che ci capita di usare spesso, ci escono fuori dalla bocca così, distratte, inconsapevoli e scivolose come il burro.

Questa sera sono rientrata alle sette e mi sono esibita nella mia domanda di rito. Non ha risposto nessuno, ma è successa una cosa strana: invece di andare dritta in cucina per mettere su l’acqua della pasta, sono rimasta ferma in corridoio con la porta aperta, ho pensato a quello che avevo detto, e ho scoperto che dentro c’era – nascosto, appena intuito – un privilegio.

E’ una considerazione banale, forse zuccherosa: non tutti possono dire «Sono a casa». Il rischio del troppo sentimentalisto si combatte quantificando, a colpi di dati statistici.

Sessanta milioni di persone sono costrette ad abbandonare le loro case e sradicate dal contesto sociale in cui sono nate, sessantaseimila al giorno soltanto nel 2015. Sono i dati riportati dall’Internal Displacement Monitoring Center (Idmc), un ente che fa parte del Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc), organizzazione umanitaria non governativa. Il problema, con i numeri, è che spesso è difficile figurarseli concretamente, rimangono lettera morta. Sessanta milioni: tante persone quante abitano l’Italia intera. Tra le cause, le più disparate: i flussi migratori interni o esterni dovuti alle guerre, la povertà, le calamità naturali.

A Virgin Mary statue is seen in a church following an earthquake at Cossito near Amatrice, central Italy, August 26, 2016. REUTERS/Max Rossi

Calamità naturale è stato il terremoto che ha colpito Amatrice, Accumoli e le zone limitrofe il 24 agosto scorso – l’ultimo di una lunga serie italiana.
A fine agosto Matteo Renzi ha lanciato il progetto Casa Italia, con cui ha promesso di ricostruire in maniera razionale, veloce, rispettosa della fisionomia originaria del territorio – per non ripetere gli errori e i ritardi dell’Abruzzo. «Per Casa Italia prendo tutto quello che mi serve». Ha fatto la voce grossa, Renzi, sfidando l’Unione Europea, pretendendo che le spese per la ricostruzione siano scorporate dal patto di stabilità, nell’eterna lotta tra la l’austerità tedesca e gli appelli – di italiani e greci, su tutti – ad una maggior flessibilità. Solo il tempo ci dirà come, quanto e con quali fondi riuscirà a ricostruire. Rimane vero che su questo come su altri, caldissimi nodi, si gioca la credibilità di un’Europa che oggi appare avara, spaventata, incapace di investire sul lungo termine, troppo occupata a contare i centesimi e a tirare su i muri per preoccuparsi dei diritti e delle questioni più umanamente urgenti.

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L’urgenza di ricostruire è diversa ma sempre forte, in Lazio come in Siria. A Kobane, la colpa non è la terra che trema, ma l’uomo: l’80% della città è stata distrutta dai bombardamenti.
«Per resuscitare Kobane non è bastato rimboccarmi le maniche, perciò ho deciso di ricostruirla con la stessa rabbia con cui è stata distrutta».
Sono parole di Hawzhin Azeez, una giovane donna curda rientrata nel suo paese dall’Australia, per dirigere il Kobane Reconstruction Board. E’ un progetto partito il 19 gennaio 2015, tre giorni dopo la liberazione della città. Il blocco totale del confine imposto dai turchi rende difficoltoso addirittura il passaggio delle materie prime (i mattoni!), ma i lavori continuano e già 200.000 persone su 400.000 sono tornate a Kobane. E’ la prova che chi è andato via ritorna, se messo in condizione di farlo: una casa in cui tornare è la condizione necessaria del nostos. Perché il ritorno è un movimento naturale, insito nella natura dell’uomo dai tempi di Ulisse. Perché se i tedeschi traducono Nostalgia come Heimweh (letteralmente il dolore della casa) un motivo ci sarà.

Anche nelle situazioni in cui Itaca è un miraggio e il ritorno è impossibile c’è tanto bisogno di case, magari nuove, punti nevralgici da cui ripartire. In tutte le città italiane esiste quell’albergo, quell’hotel, quella la vecchia caserma dimessa o quel cadente complesso abitativo dove vengono ammassati i rifugiati, in attesa di un ricollocamento che spesso non avviene, in quello che è un fallimentare, disumano tentativo tutto italiano di gestire l’emergenza. E’ un circolo vizioso in cui siamo entrati nel 2011, quando ad occuparsene era l’allora Ministro degli Interni Roberto Maroni, e da cui non siamo più usciti. Quattro mura solide su cui poter esercitare il lusso dell’aggettivo possessivo e un comodino su cui posare una fotografia sono dettagli preziosi per l’integrazione, né più né meno che la conoscenza della lingua e la ricerca del lavoro.

Profughi, immigrati, poveri, terremotati, sfrattati, sfollati: sono tante e diverse le categorie dei senza-casa.  Si tratta di un’eventualità lontana, che noi – la generazione di Air b&b, Couchsurfing e seconda casa al mare  – non riusciamo nemmeno a immaginare.

Ho controllato sul dizionario Treccani. La definizione di casa che fornisce è quella di una costruzione eretta dall’uomo per propria abitazione; più propriamente, il complesso di ambienti, costruiti in muratura, legno, pannelli prefabbricati o altro materiale, e riuniti in un organismo architettonico rispondente alle esigenze particolari dei suoi abitatori.

E’ chiaro che non è abbastanza.

In Le case che siamo, un esile libricino edito da Nottetempo a metà tra il saggio di architettura e la poesia, Paolo Molinari scrive che «Quando pensiamo alla parola casa si materializzano sorrisi, rimpianti, dolori, odori, gesti elementari e segreti depositati nella nostra mente grazie alla consuetudine che solo la quotidianità può generare. La casa non è più solo un luogo definito ma è diventata un nuovo paesaggio, uno spazio pubblico in cui si realizzano le nevrosi e le idiosincrasie contemporanee e attraverso cui cercare di leggere frammenti possibili della nostra vita futura».

L’operazione che Molinari compie negli otto capitoli che compongono il libro è proprio questa: sviscerare la parola per andare oltre alla definizione, mettere su un tavolo tutte quelle sfumature di significato sottintese, ma pulsanti che stanno attorno al termine casa, una vera e propria nuvola semantica che evoca molto più di quello che dice.

La casa non è solo un tetto sopra la testa. E’ quel posto dove si crea una famiglia, dove si lavora con tranquillità. E’ quel posto dove si invitano a cena gli amici, dove si vivono gli amori, si sedimentano i ricordi, si immaginano i progetti. E’ un cervello intonacato, un cuore in muratura, una grossa scatola in cui mettere al sicuro le memorie. All’indirizzo di casa ci arrivano le cartoline, le lettere, le bollette, le multe. Molte case insieme formano una comunità, con le sue abitudini, tradizioni e caratteristiche e – come diceva Pavese – «un paese ci vuole».

La casa è quel luogo ideale in cui – parafrasando la felicissima espressione all’art. 2 della nostra Costituzione – «si svolge» la personalità di un individuo.

Ecco allora che non avere una casa – a prescindere dalle cause per cui la si è dovuta abbandonare, in Italia come in Siria – smette di essere un dato e diventa un problema enorme, impensabile, gravissimo, che va oltre alla mera sopravvivenza, un furto non solo di vita materiale, ma di vita emotiva, di affetti, di prospettive e di futuro.
Patrizia Cavalli definisce addirittura «beato» chi è «padrone della casa / non dico della casa catastale, / ma della casa, / della casa reale». Certo, i poeti non fanno politica e i risvolti emotivi e sociali sono più difficili da tutelare e fare oggetto di un diritto, ma non per questo sono meno importanti.

I giornali, le televisioni, le conversazioni: siamo bombardati di discorsi. E’ curioso e triste constatare che il discorso sulla casa e sulla questione abitativa – quando non manca del tutto – è nelle nostre vite e nel nostro sistema di informazione perlomeno carente. Bisognerebbe affrontarlo, e con un paziente e costante assalto lessicale riportarlo nei giornali e nelle scuole, all’attenzione dell’opinione pubblica, tra i tavolini dei bar e nelle radio, nei programmi politici e nelle assemblee.

Dopo tutto, è destinato a crollare ciò che non ha delle solide fondamenta, e non vogliamo correre il rischio che la nostra eredità storica e culturale, per chi verrà dopo di noi, sia soltanto un cumulo di tendopoli e macerie.

 

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