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L’anti-re: Richard Burton

In un’intervista del 2014 a Kate Burton, attrice come il padre, lo menziona brevemente dicendo che non molti al di sotto dell’età dei 40 anni sanno cosa significhi questo nome: Richard Burton.

Per tutti i fan di Anthony Hopkins, va detto che il suo stile recitativo è direttamente derivato da quello di Burton. Il carisma, la presenza che distrae l’attenzione dagli altri attori, l’intensità che traspare senza sembrare eccessiva, sono tutti attributi che possono sembrare banali. Però nel pensare a un attore come Robert DeNiro, non è immediato ricordare che da circa 20 anni si è trasformato principalmente in un attore di commedie. Eppure quanti attori in attività incarnano queste qualità meglio di lui? DeNiro in The Deer Hunter (1978), o in qualunque film di Martin Scorsese, crea nello spettatore rispetto per il personaggio, allo stesso modo di Burton in circa ognuna delle sue apparizioni. Quest’ultimo non era nemmeno parte della generazione successiva di attori method, i quali trarranno le proprie performance da emozioni realmente sentite durante le riprese. Burton aveva la più classica delle formazioni shakespeariane; questo dopo la sua infanzia nella povertà gallese, nelle orme del padre minatore.

Emblema di un certo tipo di classicismo, se ne allontana involontariamente nel momento in cui il pubblico viene a sapere della sua relazione negli anni ‘60 con una delle più regali personalità del cinema: Elizabeth Taylor –entrambi tradendo i propri sposi. Nella decade successiva a quella in cui l’opinione pubblica esiliò Ingrid Bergman per uno “scandalo” simile, Burton e Taylor diventano un simbolo di ribellione. A proposito, uno dei pochi ruoli comici di Burton è in uno dei film più rappresentativi del cinema hippie psichedelico, Candy (1968), dove appare anche Marlon Brando. Anche Brando, per altri motivi, ebbe la propria dose di controversie: motivi lontani dall’abuso di alcool e dalla relazione tumultuosa con Taylor. Questa superficie della persona di Burton si scioglie presto leggendo i suoi diari, pubblicati nel 2012. Lì si trova l’essenza di un uomo materialmente sazio ma costantemente preoccupato, sensibile, e dal passato a dir poco turbolento. Si possono intravedere certuni di questi aspetti in pochi minuti di qualunque intervista presente sul web. Quel che non si può vedere allo stesso modo che nei diari è il suo infinito attaccamento a Taylor negli anni di convivenza, ma la persona diversa che emerge alla fine del loro rapporto sì. In ogni intervista successiva, egli è un libro aperto, e non a parole.

Burton è l’attore più spesso nominato all’Oscar senza esserselo aggiudicato, ma la sua vita è stata fin troppo breve. Diane Keaton racconta nella sua autobiografia dell’ultima nomination della carriera dell’attore, coincidente con la sera della propria vittoria per Annie Hall (1977); lo trova dietro le quinte a fumare da solo. Lì le dice che “non vincerà mai una di queste dannate statuette”.

Sono molti i film che sono –e sembrano- datati, che vale ancora la pena di vedere, perché esponenti di una storia umana singolare. In questa categoria rientrano sicuramente Cleopatra (1963), The V.I.P.s (1963), Becket (1964), The Spy Who Came In From The Cold (1965) e The Comedians (1967). Altri film come The Sandpiper (1965) o Circle Of Two (1980) sembrano di questo tipo, ma acquisiscono reale valore con la performance. In un’altra categoria vanno i film “teatrali”, di enorme importanza. Look Back In Anger (1959) ne è un esempio lampante, espressione di frustrazione del ceto lavoratore, in una storia senza stereotipi e dal ritmo vibrante.

Alcuni di questi sono oggi completamente dimenticati e neanche disponibili in DVD, come Hammersmith Is Out (1972), un film con alcuni difetti, che però racconta quella che poteva facilmente diventare non meno di una leggenda moderna. Uno di questo genere è Who’s Afraid Of Virginia Woolf? (1966) che, al contrario, è forse il film più ricordato della sua filmografia, assieme a Cleopatra. Il paradosso è che Who’s Afraid Of Virginia Woolf? non è un unicum della sua carriera nel genere teatrale a funzionare a tutti gli effetti, ma è l’unico ancora celebre. Tre di questi film in particolare, sono discutibilmente i tre film più importanti di cui fa parte.

Il primo è The Night Of The Iguana (1964), con un cast d’eccezione (tra gli altri Ava Gardner, Deborah Kerr e Sue Lyon), diretto da John Huston e scritto da Tennessee Williams. Richard Burton è protagonista nei panni di un prete ai limiti della propria crisi esistenziale. La storia, i dialoghi e le performance che ne conseguono rendono questo un film che, dopo una prima visione, va accantonato. Infatti il rischio è quello di abituarsi a –e quindi alzare- le aspettative di profondità filosofica, eccessivamente per la maggior parte di quel che il cinema ha generalmente da offrire.

Il secondo è Boom! (1968). Sempre scritto da Tennessee Williams, è un film nel quale Burton recita assieme a Taylor. Vi è anche la partecipazione di Noel Coward, famoso scrittore di teatro del XX° secolo. Questa è la storia di una donna morente su un’isola italiana che governa, visitata dal misterioso personaggio di Burton di vaghi intenti. Anche questo è da tenere da parte dopo averlo visto, per la cupezza dell’allegoria di fondo e del tema; ma questo è un punto a favore, così come la sceneggiatura, la recitazione e l’atmosfera, suggestiva, pur essendo figlia di una regia di impostazione classica.

Il terzo è Equus (1977), diretto da Sidney Lumet, che tratta di uno psichiatra e del suo paziente, costretto alle visite dopo aver acciecato sei cavalli. Un altro film troppo forte per essere visto più volte in poco tempo, Equus è un’opera che pone questioni filosofiche e, soprattutto, religiose, del tutto indirettamente. Lo fa in maniera meno provocatoria, quindi meno invasiva, ma assolutamente più intima e con più naturalezza rispetto a certi film, che fanno le stesse domande, con uno stile ben più aggressivo, come quelli di Ingmar Bergman –regista di una serie di capolavori.

Detto ciò, il mondo ha scelto oggi di dimenticare l’uomo e quel che rappresenta, così come la sua filmografia, i cui spunti di originalità sembrano ancora tali. E’ più facilmente ricordato come un uomo che aveva tutto e che non ha raggiunto il proprio potenziale, o come uno dei mariti di Elizabeth Taylor. Colui che però lei ha amato di più, l’unico nell’ombra del quale si disse felice di scomparire; per lasciare a lui tutto lo spazio di far brillare, nell’immaginario comune, la luce di cui brillava con lei in privato e, con gli altri, al cinema.

Non è mai andata proprio così ma, negli anni ‘60, c’è stato un attimo in cui la loro grandezza di singoli era della stessa “misura” e, addirittura, dipendeva l’una dall’altra. Questo mese Richard Burton compierebbe 91 anni.

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