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La sinistra, il Pd e Renzi: breve ritratto di una coalizione che fu e non può più essere

È il settembre del 2011, due mesi prima della caduta di Silvio Berlusconi e del suo ultimo governo. Alla festa nazionale dell’Italia dei Valori posano insieme tre capi di partito, per quella che la cronaca politica battezzerà come la “foto di Vasto”. Sono Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, Nichi Vendola, segretario di Sinistra Ecologia e Libertà, e Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei Valori.

La foto di Vasto tra Vendola Bersani e Di Pietro © ANSA

La foto di Vasto tra Vendola Bersani e Di Pietro © ANSA

Quella foto, che immortala i tre leader sorridenti e a braccetto, nelle settimane e nei mesi successivi diventa il simbolo dell’alleanza tra le tre forze politiche. In rappresentanza di un centro sinistra unito. Un Partito Democratico in grado di tenere insieme il legalitarismo e il liberalismo economico dell’IdV con una forza di sinistra nuova e rifondata come Sel. Una coalizione di centro sinistra pronta a sconfiggere l’avversario di sempre, Berlusconi, mai così in crisi e così debole come in quel momento. Bene, oggi quasi nessuno nemmeno ricorda cosa sia la “foto di Vasto” e non soltanto perché i suoi tre protagonisti, da tempo, non sono più centrali nella scena politica.

Nel novembre 2011 Berlusconi cade, ma Bersani, con un atto di miopia politica per alcuni e di grande saggezza e responsabilità per altri, invece di scegliere la strada delle elezioni anticipate decide di assecondare la volontà del Presidente Napolitano. Di fronte allo spread impazzito e a una situazione che vede l’Italia al centro della crisi del debito dei paesi Ue, accorda la fiducia del proprio gruppo parlamentare al nascente Governo Monti. Il risultato, per il centro sinistra, è che mentre l’Italia esce a fatica dalla tempesta dello spread la coalizione rappresentata dalla foto di Vasto evapora: l’Idv passa all’opposizione del Governo Monti in Parlamento e rompe ogni rapporto con il Pd di Bersani. E intanto precipita anche nei sondaggi sulle intenzioni di voto. Sel, invece, pur essendo contrario al Governo Monti, non è in Parlamento e non vive l’imbarazzo di sedere in aula tra i banchi dell’opposizione mentre il grande partito alleato fa parte della maggioranza. E così l’alleanza Pd-Sel prosegue fino alla fondazione della coalizione Italia Bene Comune, che si presenta alle elezioni dell’aprile 2013.

Quella coalizione, che pur avendo dalla sua tutti i favori del pronostico finirà per subire la rimonta del centro destra berlusconiano e per non vincere quelle elezioni, è l’ultima espressione di un centro sinistra italiano. Con la nascita del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta, l’alleanza Pd-Sel si rompe e il partito di Vendola, ritenendo inattuabile il programma presentato agli elettori, passa all’opposizione, stesso ruolo che esercita ancora oggi nei confronti del successivo Governo Renzi. La sconfitta elettorale e la nascita del governo sostenuto da Pd e Pdl, i due grandi partiti di centro sinistra e centro destra, marca quelle distanze tra Pd e Sel che già erano emerse dopo la foto di Vasto e durante l’attività del Governo Monti. Due partiti che pur abitando lo stesso habitat politico, quello del centro sinistra, non condividono molti elementi di fondo e che soprattutto parlano a due elettorati che possono talvolta interscambiarsi ma che sono diversi.

Sostenere che l’arrivo di Matteo Renzi alla guida del Pd e del Governo che ha sostituito l’esecutivo Letta abbia segnato la fine del centro sinistra può quindi essere fuorviante. Matteo Renzi altro non è che la conseguenza della sconfitta subita dalla coalizione di centro sinistra alle elezioni del 2013, manifestatasi nella scelta degli elettori del Pd durante le primarie avvenute nel dicembre di quell’anno. Il centro sinistra, così come si era presentato al voto, era già stato bocciato da un elettorato che, nonostante la caduta di Berlusconi e l’esperienza Monti, non aveva ritenuto l’alleanza tra il Pd di Bersani e Sel di Vendola una proposta convincente e in grado di governare bene il paese. Di certo c’è, però, che il renzismo ha contribuito a spostare il Pd verso posizioni più centriste, verso un riformismo con sfumature liberali, di cui un provvedimento come il Jobs Act è una delle principali dimostrazioni, che ha un po’ allontanato il partito dal suo tradizionale cammino “socialdemocratico”. Un tracciato seguito fino alla conclusione della segreteria Bersani.

Uno dei principali obiettivi di Renzi, fin dalla sua elezione a segretario, è infatti quello di andare a intercettare quella parte di elettorato ormai deluso che ha sempre votato il polo opposto, il centro destra. Un’operazione probabilmente in parte riuscita nella primavera del 2014, quando il Pd ottenne più del 40% dei consensi alle elezioni europee, anche se oggi tutti i sondaggi segnalano il partito di Renzi ben lontano da quel risultato. Per tanti motivi, soprattutto perché l’entusiasmo iniziale dell’opinione pubblica nei confronti del governo è svanito di fronte a risultati, vedi in campo economico, che non hanno rispettato le aspettative.

Il Partito Democratico renziano ha così via via perso per strada alcune sue figure di spicco. Entrati sempre più in contrasto con la linea impressa dal segretario, sono usciti esponenti come Giuseppe Civati (terzo nelle primarie per la segreteria del partito del 2013) e Stefano Fassina, mentre all’interno del partito si è formata la cosiddetta “minoranza”, capeggiata dallo stesso Bersani, da Gianni Cuperlo (sconfitto da Renzi nelle primarie del 2013) e da Roberto Speranza (ex capogruppo del partito alla Camera, dimessosi nel 2015). A dividere al suo interno il Pd e il partito dagli ex alleati di sinistra di Sel, che nel frattempo stanno cercando da mesi di riorganizzarsi sotto il nome di Sinistra Italiana, c’è poi anche la fondamentale questione della riforma costituzionale voluta dal Governo e della legge elettorale, l’Italicum, ad essa collegata. Due provvedimenti che sia la minoranza interna che Sinistra Italiana contestano aspramente, leggendovi un tradimento dei principi della Costituzione e la volontà da parte del Premier rafforzare l’esecutivo a scapito della dialettica parlamentare.

È anche in questa profonda divisione che appaiono chiari gli elementi divergenti tra varie anime del centro sinistra, oggi diviso in renziani, democratici ma antirenziani (la minoranza) e coloro che si collocano alla sinistra del Pd. Ma è forse mettendo da parte il dibattito sulle riforme e guardando alle scelte politiche di base che si capisce perché un centrosinistra come quello di Vasto o di Italia Bene Comune è oggi utopia. Il Pd renziano ha da tempo scelto la strada di un riformismo liberale che guarda con ammirazione ad esempi del passato, come il “blairismo” inglese e la sua terza via o le politiche, caratterizzate dalle pesanti riforme strutturali, attuate da Gerhard Schroeder in Germania lo scorso decennio con il programma “Agenda 2010”.

Tsipras e Iglesias a comizio insieme ©ESSEBLOG.IT

Tsipras e Iglesias a comizio insieme ©ESSEBLOG.IT

A tutt’altri modelli politici, invece, si rifanno oggi la minoranza Pd e SI: alla lotta in Europa portata avanti dal greco Tsipras contro l’austerità imposta dalla Germania e al suo successo elettorale in patria, così come a quello di Pablo Iglesias e del suo Podemos che in Spagna sostiene analoghe idee. O a quello di Jeremy Corbyn, che ha pochi giorni fa rivinto le primarie del Partito Laburista inglese dopo averlo già portato su posizioni antiblairiane e fortemente di sinistra. Fino ad arrivare a un innamoramento per Bernie Sanders, il candidato “socialista” sconfitto con fatica da Hillary Clinton nelle corsa alla nomination del Partito Democratico.

Ancor più che su riforma costituzionale e legge elettorale è su questa concezione diametralmente opposta delle politiche che servono adesso all’Italia, e all’Europa, che si consuma una frattura ad oggi insanabile nel centro sinistra italiano.

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