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La musica di Cameron Crowe, regista

Quando sto per iniziare un film o una serie, di solito, cerco di cancellare ogni tipo di pregiudizio e di pensare il meno possibile a ciò che dovrei aspettarmi. A volte capitano certe allusioni, magari non troppo popolari, che so di poter cogliere solo grazie alla mia conoscenza di un dato semi-oscuro di cultura di massa caro al cineasta. Ciò significa di solito che si tratta di un dettaglio caro anche a me, quindi aumenta il mio gusto per il film. O la serie.

Un anno fa, scopro Almost Famous. Un film del 2000 che parla di quanto furono idilliaci gli anni Settanta. O forse no. Forse parla di quanto fu idilliaca la mentalità generale degli amanti di musica allora, in un mondo non per forza idilliaco. Forse no. Forse parla di un bambino che cresce in quel mondo e in queste circostanze, subendone le pene e tutto il fascino. Qualunque sia l’angolo preferito di ogni spettatore che ha apprezzato questo film, qualunque sia la frase, l’immagine o la sequenza che rimane impressa nelle persone che ne hanno colto la poesia intrinseca, è il tipo di film che sta a rappresentare qualcosa, che si schiera da una parte nel dipingere la realtà. Proprio perché la dipinge e non la descrive.
E a proposito dei cenni del regista, ce ne sono per me e per tutti gli amanti del rock. Gli album citati o facenti parte della messa in scena sono una piccola ricompensa a tutti coloro che sono accorti della gerarchia di questa tradizione, di questo movimento sinonimo di ribellione pacifica. Almost Famous di Cameron Crowe è un film più unico che raro.

Il film finisce dopo le più volatili due ore e mezza e passa, come il canto del cigno di un’era vissuta da persone che oggi rappresentano l’ex-gioventù. Pongo la questione in questi termini perché mi viene da chiedermi successivamente cosa è rimasto di quella generazione e se la mia è invece all’altezza.
Il mese scorso, mentre cerco casualmente sul web notizie di uno dei miei musicisti preferiti (Lindsey Buckingham –leader di Fleetwood Mac), scopro con immensa gioia, che fa un’apparizione in una nuova serie di Cameron Crowe, di nuovo riguardante il mondo della musica. Stavolta, sedici anni dopo l’uscita del film, Crowe, che per la prima volta ritorna al suo argomento preferito, decide di ambientarlo nella nostra epoca. Il rock nel 2016.

Inevitabilmente mi chiedo come si possa riuscire a far brillare oggi la candela di un modo di vivere proprio di diverse decadi fa. Avendo anche appena finito Stranger Things –serie tecnicamente perfetta- ho più di un dubbio da combattere, preso dall’irrazionale depressione che segue ogni cosa bella.
Termino però il pilot della prima serie di Crowe con occhi lucidi. Un personaggio in particolare, Kelly Ann interpretata da Imogen Poots, sembra porsi gli stessi dubbi che avevo io prima di iniziare. Crowe si rende conto del problema che è il disinnamorarsi della musica quando vivi per essa e, immergendo lo spettatore nel racconto degli umili ed eccentrici addetti all’allestimento dei concerti, mi fa completamente dimenticare la mia brama di un’epoca d’oro (qui gli anni Settanta). Lo spirito del film torna intatto nella serie e il tutto ambientando la maggior parte dell’azione negli stessi palazzi dei concerti, o nei tour-bus. Come nel film, si segue una band fittizia, ma, a differenza del film, l’attenzione è di molto sbilanciata proprio sugli addetti ai lavori; ovvero i fans più dedicati.

E a proposito di cenni del creatore della serie, ce ne sono per me e per tutti gli amanti del rock che sono ben accorti ma non intrappolati dal passato. Tra i “vecchi” bootlegs di Bob Dylan e le hits degli ultimi due anni di Courtney Barnett –una tra le rockers odierne più significative- compaiono anche i Lucius e per l’appunto Lindsey Buckingham che, appropriatamente, si concentra sulla parte più recente del suo repertorio musicale.
Si può dire che Crowe faccia un cinema sentimentale, di tipo leggermente fuori moda? Assolutamente sì. Questo però è anche chiaramente un suo obbiettivo. Ho sempre pensato che qualunque cliché può uscire dalla banalità se fatto proprio da chi lo usa senza mezzi termini. La serie è di quest’estate e si intitola Roadies. Il creatore, Cameron Crowe, non è un mio conoscente, ma sicuramente un mio amico.

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