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Jonathan Franzen, Purity: il Romanzo del nostro tempo

La percezione arriva, forte e chiara, nel momento esatto in cui si volta l’ultima pagina di Purity (2015, Einaudi), ultimo romanzo di Jonathan Franzen (1959), astro (non certo più nascente) della letteratura nordamericana.
Si tratta, per rompere gli indugi, della consapevolezza del capolavoro; consapevolezza che comincia ad assumere una forma distinta già durante la lettura, ma che appare fulgida al suo termine. È la risultante di una duplice sensazione, una sorta di biforcazione: da un lato si avverte chiaramente la soddisfazione, l’appagamento generato dalla fruizione di un’opera complessa, densa di sfaccettature; d’altra parte, tuttavia, quell’appagamento è bilanciato dal desiderio immediato di ri-fruire dell’opera da capo, nella certezza di essersi persi qualcosa in quel magma.
Il capolavoro si situa da qualche parte al punto d’equilibrio di queste due sensazioni: e
Purity ne è un esempio perfetto, micidiale, quasi impietoso.

 

Le narrazioni di Purity

Definire Purity come il romanzo perfetto per il nostro tempo significa, prima di tutto, prendere coscienza, per lodarla, della sua complessità. A costo di dire una banalità, un mondo ed un tempo complessi necessitano, almeno a volte, di una letteratura e di una narrazione altrettanto complessi, che li rispecchino in tutto e per tutto.
Di fronte all’imperante tendenza alla semplificazione, Franzen sceglie la via della complicazione, e la porta avanti in ogni direzione immaginabile, perché è quella, senza ipocrisie o purismi di facciata, che riflette il mondo attuale.

Così, Purity si presenta al lettore come un incredibile gioco di specchi e di rimandi, ed allo stesso tempo assume la forma narrativa di una matrioska: la struttura interna prevede una divisione in sette macro-capitoli che, più che capitoli, paiono sin dall’inizio vere e proprie “sezioni”, quasi sette piccoli romanzi a formare un’epopea, un ciclo di eventi che conduce allo scioglimento del finale – naturalmente aperto, o quantomeno non del tutto chiuso, proprio per far soffermare su quell’amaro in bocca che si forma e si addensa tra le pagine.
Al termine della lettura integrale si ha la certezza che ognuna delle sette parti fosse fondamentale per l’assimilazione definitiva della vicenda, e che nessuna di esse potesse vivere di vita propria presentandosi come racconto; tuttavia, leggendo si ha la sensazione opposta, e cioè quella di una ramificazione non gerarchica delle storie, che si dipanano tutte da un’unica Storia, ma possono avere piena autonomia. Si tratta di un vero e proprio
puzzle: per avere la visione d’insieme bisogna arrivare in fondo, fino a sistemare l’ultimo pezzo.
La ramificazione delle storie che vanno a costituire la Storia del romanzo, oltre a non essere gerarchica, non sottostà nemmeno ad alcuna regola lineare: i pezzi del
puzzle
sono davvero posti alla rinfusa nella scatola, e sta al lettore rimetterli insieme, trovando corrispondenze a posteriori tra una parte e l’altra, a posteriori proprio perché subito non riconosciute.
Capita, nello scorrere le pagine, proprio quello che succede quando si ha ronzante in testa il motivo di una canzone di cui non si ricorda il titolo: è necessario pensare ad altro, spostare il
focus e l’attenzione, perché torni alla mente.
L’ordine degli eventi non è lineare, non esiste alcuna unità di luogo o di tempo: anzi, il romanzo sembra scandire un incessante ed altalenante movimento tra passato e presente, a ritroso ed avanti, alla scoperta non di un solo tempo, di una sola storia, di un solo personaggio ma, a partire proprio da un solo personaggio, alla scoperta della moltitudine. Il tempo cronologico è completamente scardinato, così come qualsiasi parvenza di narratore onnisciente ed esterno: infatti la voce narrante si fa almeno in quattro (tanti sono i personaggi principali della vicenda), avendo più o meno conoscenze a seconda del punto di vista che assume; e quest’ultimo è sempre interno, simile ad un’inquadratura in soggettiva – talmente in soggettiva che ciascun personaggio, per la prima metà del romanzo, appare completamente slegato dagli altri, come appartenesse ad un’altra vicenda. La riunione ideale delle figure centrali, e l’agnizione totale del lettore, avverranno soltanto quando si arriverà a capire che
Purity è un Universo fatto di universi.

Le storie di Purity

Se la plurivocità, la mescolanza caratterizzano la forma, non possono che fare lo stesso con il contenuto: anzi, viene a crearsi in questo caso, tra le due componenti fondamentali dell’opera d’arte, una simmetria tale da far sorgere una domanda: Franzen ha scritto il suo quarto romanzo mentre lo pensava? Oppure, il contenuto è arrivato prima, e l’autore si è mostrato magistralmente capace di far coincidere ogni personaggio con la propria “voce”, e dunque con uno stile diverso?

Perché è proprio questo che succede: se la vita della giovane Pip Tyler è tratteggiata con tinte che mescolano il romanzo d’analisi è quello di formazione, la Berlino Est in mano alla DDR in cui si muove un Andreas Wolf non ancora famoso ha l’aspetto di una città profondamente notturna, dove il personaggio si muove in un connubio che mescola Dr. Jekyll and Mr. Hyde con un romanzo storico di denuncia sociale (Dickens su tutti), e i paesaggi esotici nei quali lo stesso fondatore del mi(s)tico Sunlight Project si troverà ad agire sono dipinti traendo spunto dal romanzo noir e d’inchiesta sudamericano e scandinavo (si pensi alle indagini letterarie di Don Winslow e di Steig Larsson); d’altra parte, nella sezione che riguarda il personaggio di Tom, con focalizzazione, punto di vista e persona fissi proprio sul giornalista d’inchiesta del Denver Indipendent, la scrittura si volge – nei punti dove Tom racconta della sua tormentata relazione con l’ereditiera e artista Anabel Laird – addirittura all’onirismo ed al simbolismo, divenendo fumosa ed analogica.

Tutti questi “mondi interi” evocati dalla penna di Franzen (come fa giustamente notare Michiko Kakutani dalle colonne del New York Times) obbediscono, tuttavia, a due tendenze generali, che li raggruppano sotto lo stesso segno: in primo luogo, come si è visto, vero e proprio motore catalizzatore della vicenda e dell’attenzione del lettore è la gestione dell’ordine temporale, che va a creare un dissesto ed una costante aspettativa nel lettore, cui manca costantemente la totalità dei punti di riferimento – per averla, dovrà arrivare all’ultima “puntata” di un romanzo costruito seguendo il modello seriale oggi così tanto in voga, dove ogni personaggio (esempio principe, Game of Thrones) prosegue in parallelo agli altri. Dall’altra parte, l’intento chiaramente sotteso a tutta la vicenda è quello di dar voce ad un realismo che ben si adatti ai nostri tempi, venato di una moralità cinica e spietata che fa terra bruciata intorno alla giovane Pip: emblema del nostro mondo, la ragazza dovrà scontrarsi violentemente con il suo passato, lasciandoselo alle spalle per poter concepire un futuro degno di essere vissuto.

Ed è a questo punto che ritengo necessaria la pratica di un unico, minimo spoiler, atto a fornire la chiave di lettura dell’intero romanzo. Purity, infatti, non è altro che il nome di battesimo di Pip Tyler, rifiutato e nascosto per pudore. Ed è proprio la purezza l’idea centrale che anima la scrittura di Franzen: un’idea destinata a restare soltanto tale, che si manifesta per la sua assenza. In Purity non c’è niente, non c’è nessuno che sia puro, ed è proprio questo il punto: si tratta della denuncia del totale fallimento delle aspettative di purezza che hanno animato l’uomo finora. L’esempio più rappresentativo, il mostro macroscopico dell’impurità è il più attuale che ci sia: Internet, con la sua pretesa di totale libertà e trasparenza. Andreas Wolf fonda il Sunlight Project non per filantropia o per desiderio effettivo di “migliorare il mondo” (quella è la favola con cui catechizza i suoi “discepoli”, proprio come un qualunque sacerdote), ma per insabbiare il suo passato nella DDR; ma dalla DDR ad Internet il passo è in realtà breve: “sostituendo socialismo con network si otteneva Internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”. È in questo universo che prende piede la ricerca di Pip, tra Tom Aberant, giornalista combattuto tra le ambizioni personali e l’altruismo (ma solo per un fine egoistico: tenersi le donne della sua vita), Anabel Laird, ereditiera che per sfuggire al suo passato riempie la sua vita di regole folli (dal veganesimo ad una sorta di francescanesimo, pauperismo di ritorno) che la fanno cadere nell’altro estremo, e lo stesso Andreas, che (oltre a tutto il resto) rappresenta, con la sua sessualità distorta e tenebrosa, il Maschio, con tutte le sue ombre.

Il Maschio (l’Uomo) e il Corpo, sembrano non poter essere puri mai, quasi per definizione: la corporeità – che spesso si trasforma in volgarità esplicita, quasi espressionistica – scandisce la scrittura, e il senso di colpa scandisce la vita ed il punto di vista di ciascun personaggio. Un senso di colpa da cui nessuno riesce a liberarsi, e che genera una marcescenza a tutto tondo, anche fisica.

Gli Innocenti sono due e, dantescamente, non sono intesi.

Il primo è l’ebreo Dreyfuss, coinquilino di Pip. C’è solo un problema: è anarchico e schizofrenico. L’altra è proprio Pip, che però non lo sa: dovrà fare i conti con la sua vita, il suo passato, il suo corpo, le sue idee. Dovrà crescere passando attraverso gli abissi, ridicoli e orrendi (“l’orrore, l’orrore!”) dell’Uomo, per trovare per la prima volta il senso del suo vero nome.

Cosa ne pensi?