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Elezioni americane / 1 In tempi di porci da guerra

«TIRANNO, era il nome con cui i greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti o per forza o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi1», così Donald Trump, il tiranno, il nazista, “pur anche col potere del popolo” è diventato il quarantacinquesimo presidente del mondo.

Le parole, parole antiche, parole pesanti, appartengono a Vittorio Alfieri e a quella breve guida di sopravvivenza del cittadino che è Della Tirannide. Sullo sfondo, mentre queste parole scorrono ecco quel pazzo, quel visionario, quello sparafucile, quel ladro di polli che sfreccia veloce verso la sua rivoluzione.

Perché a vederlo così, fuori dallo shock e dai tanti tweet (Orange is the new black, sull’alternanza tra lui e Obama è da segnalare quantomeno per genialità) a vederlo vittorioso e finalmente placato, il Tycoon sembra tante cose, un genio e un tiranno, assume tratti mitologici, quasi eroici, mistici.

© ANSA

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Ma a cosa stiamo assistendo? La platea si divide: da un lato le sinistre incredule che si preoccupano del crollo delle borse, del futuro, della credibilità, della stabilità (le sinistre?); dall’altro lato le destre, sempre più sociali, sempre più populistiche, che guardano innamorate il loro Perseo che schiaffeggia Bruxelles e Città del Messico, insieme a tutta la compagnia democratica. Uno schiaffo a Obama, come molti hanno detto, un «Gigantesco Vaffanculo» come ha detto Grillo, che forse vede nel turpiloquio (sacrosanto) l’unico vero merito politico.

Ma si parla, appunto di platea, mai di popolo. Quelli che parlano sono gli astanti, sulla Brexit, su Trump, qualche sparuto gruppo di figuranti del neofascismo che gridano: avete voluto la democrazia? Adesso ve la tenete. Lo stesso succede a sinistra dove invece ci si è dimenticati troppo facilmente della Clinton, della vera Clinton, quella dell’Iraq e non dei diritti civili, quella cattiva, non quella cornuta.

La verità è forse che il concetto stesso di popolo oggi è da modificare sul piano ermeneutico, che non si parla più né di massa né di cittadini, ma di una nuova forma di passività politica, una sorta di folla oceanica che esprime con il voto non la propria presenza civica, non la propria cittadinanza attiva, ma le frustrazioni e i dolori, le simpatie e le antipatie.

Per questo, su questo, Trump aveva già vinto. Aveva vinto costruendo il suo impero economico, aveva vinto vendendo una certa idea di America e di americani, una certa idea di mondo: aggressiva, brutale, approssimativa e fortunosa.

Perché mentre il cowboy si preparava le maglie del popolo e della democrazia si stringevano, in America il costo della vita aumentava, il boom veniva superato, gli stipendi andavano a picco e, soprattutto, il mercato globale diventava un carnaio dove il concetto stesso di Stato Nazione, di colpo, non trovava più posto.

Così l’isolamento auspicato da Trump e dal suo staff e da questi messo in programma non è che una chimera uguale all’internazionalismo fittizio delle sinistre e anche in questo caso è alta la possibilità che la deriva sia nuovamente la ghettizzazione dei vinti, gli stessi che in massa sempre si affidano al tiranno.

Questo perché, come afferma genialmente il politologo Colin Crouch già nei primi anni del duemila: «nella condizione in cui la postdemocrazia cede sempre maggior potere alle lobby economiche, è scarsa la speranza di dare priorità a forti politiche egualitarie che mirino alla redistribuzione del potere e della ricchezza o che mettano limiti agli interessi dei potenti2».

Questo è con ogni probabilità quello che attende il mondo: porci da guerra, lui e gli altri, ma porci del popolo, dal popolo creati come proiezioni stinte e scolorite di un essere umano spaesato e sperso che si trova ad affrontare una società che non capisce, dove tutto si scioglie, si camuffa.

Per questo l’uomo contemporaneo si sospinge senza storia e senza bussola, navigando a vista nel mare enorme e frustrante della non conoscenza, della Postdemocrazia.

1 Vittorio Alfieri, Della Tirannide, Milano, Rizzoli, 1949, p. 10.

2 Colin Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 71.