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Il ridere democratico / 2

Nel pensare a come continuare queste piccole riflessioni sul rapporto tra riso e democrazia, ero giunto chiarirmi quale incipit dare alla seconda parte. L’imprevedibilità delle cose ha invece fatto in modo di sconvolgere, come al solito, ogni progetto.

Il 13 Ottobre, muore a Milano Dario Fo, ultimo premio Nobel italiano (1997), la cui assegnazione è stata motivata da una definizione parsa calzante all’argomento in corso: «Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Non posso permettermi, non essendo un esperto, la classica ampia analisi della figura artistica e letteraria, dal momento che, tra l’altro, essa è vastissima e difficile da districare, nella sua complessità. Dario Fo è un guazzabuglio, sia come artista che come uomo politico, ma è proprio qui il punto di approdo delle nostre riflessioni.

Il nodo della questione risiede infatti nelle scelte civili e non nel giudizio delle scelte compiute, ma nell’evidenza delle stesse. Dario Fo era fino ad oggi uno dei pochi intellettuali rimasti (per lo meno in Italia) in grado di schierarsi, di prendere parte ad atti, radicali, magari non condivisibili, ma pur sempre forti e netti. Scelte a volte etichettabili come errate, per alcuni, ma mai silenziose o sommesse. Le posizioni dell’attore sono sempre state ribollenti, come il suo linguaggio e come la sua presenza catalizzatrice sul palco. Un calderone rinascimentale in pieno moto.

Fo nasce come repubblichino, giovane soldato di Salò, passa al comunismo del PCI e approda, ai giorni nostri, al M5S, ancor prima che tale nome venga istituito per denotare il movimento che conosciamo; è dedito all’attivismo politico di sinistra sin dal dopoguerra, per arrivare poi agli anni di piombo, periodo in cui fonda, insieme a Franca Rame e altri, Soccorso Rosso Militante: una struttura che fornisse assistenza ai militanti di estrema sinistra rinchiusi nelle carceri.

Questo personaggio, classificato da Wikipedia come “drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo e attivista italiano”, rappresenta la figura dell’intellettuale a tutto tondo, che non esita però a fare della propria arte un valore concreto, sociale e politico.

Differenziandosi da figure come Pasolini e Sartre, protagonisti solitari di molte battaglie non inerenti l’asfittico campo letterario, Fo è sempre stato circondato da persone, ha sempre scelto una via sociale condivisa per affrontare le varie questioni divenendo così di volta in volta sostenitore e sostenuto nelle sue idee e nei suoi gesti.

Punto di arrivo, come detto, è lo schieramento, in una sorta di triarchia, a fianco di Grillo e Casaleggio a partire dal 2013 e dall’apparizione sul palco di Milano. Spesso tale appoggio ad un movimento dai caratteri ambigui, almeno nella sua fase costitutiva ed iniziale (si ricordi il “Vincere e vinceremo” di Grillo a Genova o le paventate “Marce su Roma”), gli fu criticato da molti (Vauro in primis, che oggi lo piange così), ma il comico si disse sempre in disaccordo con le cadute destrorse di Grillo, tentando di definire la propria figura all’interno del Movimento, come l’ “anima di sinistra”.

Non è però qui che vogliamo portare le nostre riflessioni. Al di là delle sue scelte, Fo ha da sempre dimostrato che l’intellettuale ha un ruolo da perseguire all’interno della società, ossia quello di schierarsi. Schierarsi significa fare della propria figura un termine a cui associarsi o da rigettare, spingendo però sempre verso una dialettica produttiva, di critiche o asserzioni ragionate a causa della loro profondità. Oltre a ciò, con il suo atteggiamento, Fo ha sempre mostrato che, nello scegliere, l’intellettuale e l’artista deve essere (ed è) libero. Libero anche di sbagliare, certo, offrendo il fianco alle più spietate critiche, ma è qui il punto: onori, ma soprattutto oneri.
Una sua affermazione aforistica è divenuta infatti assai popolare: «In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa». Questo è Fo. Questa è la comprensione che già il giovane Leopardi aveva avuto: non servono belle lettere, ma buone e utili.

La peculiarità che spinge Fo nel nostro discorso, però, è proprio quella del mezzo: la sua critica non avviene attraverso severi interventi, pamphlet, o rappresentazioni tragiche. È il suo ridere grasso e senza freni che smantella le lamiere del potere, lasciandolo a nudo, il suo modo di fare giullaresco rievoca un vitalismo irriverente e dissacrante proprio delle migliori tradizioni comico-realiste e la sua partecipazione concreta nelle vicende della politica a favore di quel demos citato già nell’articolo precedente, del popolo estromesso dalla democrazia, del vulgus (non è un caso il sostegno agli extra-parlamentari) sia un perfetto correlativo oggettivo che dimostra come l’indirizzo del suo riso sia realmente rivolto dal basso verso l’alto. Ciò non prescinde certo dall’immensa e comprovata cultura necessariamente alla base di una levatura simile, ma la risata è ciò che permette a tutti l’accesso di questa al più vasto pubblico. Un riso divulgativo dunque quello di Fo, paragonato al quale, figure come Benigni tendono a impallidire, non solo per i recenti trasformismi, ma per le effettive messe in pratica di quanto professato letterariamente parlando.
Fo, nel suo agire populista (che sempre lo ha caratterizzato), ha effettivamente svincolato il mezzo del riso dalla sua ipocrisia democratica, la quale ha sempre fatto orecchie da mercante alle esigenze delle classi subalterne. Affiancando alla propria opera artistica, quella pratica, l’attore ha dimostrato coerenza di pensiero, nonostante abbia sempre tentato di trovare corrispondenze tra sé e gli altri, istradandosi costantemente in movimenti e associazioni o creandone ex novo, ma mai facendosi vigore di una posizione solitaria.

Chi può dire se questa sia la scelta migliore. Dovremmo vedere i risultati concreti, metterli a confronto con quelli di autori già citati (Sartre, Pasolini), verificare, insomma, se questo o quel personaggio ha effettivamente influito sulla cultura e la politica in un preciso momento e con quali risultati, ed è un compito troppo ardito e arbitrario per poterlo assumere. Certo è, per portare un esempio tutto italiano, che se Pasolini ha “perso” un confronto, divenendo isolato e bersagliato (ricordiamo Calvino che gli dà del ridicolo), è perché è stato tragico e si è rapportato con tragicità alla vita e alle lettere. Il più grande male di un autore come il poeta di Casarsa sta proprio qui: nel non ridere mai.
Fo invece vince e lo sappiamo bene, perché l’irriverenza schiaccia i suoi avversari e non è un caso che sia attributo letterario dei giganti Morgante e Gargantua: essi calpestano i loro avversari, sapendo sempre di poterla fare franca. Il riso non si erge mai a titanico difensore dei valori, ma partecipando della debolezza e della bassezza (democraticamente attraverso ognuno) corrode in maniera “sotterranea”.
Ma c’è di più. Il giullare, attraverso il riso, attiva un’empatia con il demos, proprio in virtù del fatto che esso ne è caratteristica congenita. Non è un torto dire che ridere appartiene al popolo, anzi, ciò è giusto quando questo ridere è diretto dal popolo e non verso esso. Ribaltare, insomma, il tradizionale concetto e oggetto di riso rende lo strumento satirico efficace e non ipocrita.

Fo sta dunque integralmente dalla parte del popolo nel momento in cui, non solo ne prende le parti in campo pratico (organizzando e partecipando), ma ne sfrutta strumenti espressivi e codici comunicativi per corrodere i poteri. Identificando un vero demos come termine di riferimento, il comico vi si schiera, scadendo anche nel populismo, ma convito continuamente nel precetto anti-elitario che sottende alla più vera democrazia e battendosi per esso e per i suoi componenti.  Dice bene, per concludere, Marino Sinibaldi, direttore di Radio3:

«Ha avuto la baldanza della sua parzialità. Sconcertando, entusiasmando, scandalizzando: come fa l’arte quando non accetta i limiti che le sono imposti. Dario Fo ha coltivato il suo straordinario talento artistico e insieme la sua ardita passione politica. Ma non lasciando che una vocazione cancellasse o indebolisse l’altra: questo è stato in fondo il suo capolavoro.»

 

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