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Il pompino di Tiziana Cantone ovvero il fascismo del Δι’ είκόνων λέγειν

O tempora, o mores, così parlava Cicerone nella prima parte delle Catilinarie quando, in apertura di orazione, si lamentava dei suoi tempi corrotti e perfidi, del senato romano che, malgrado tutte le prove portate contro il congiurato, ancora non si era espresso sulla pena capitale.

Che tempi, che costumi, abbiamo ripetuto noi questa settimana, venendo a sapere dell’infausto suicidio di Tiziana Cantone, ragazza campana coinvolta in una vera e propria persecuzione mediatica legata ai filmati porno registrati da lei con amanti e amici e circolati nella girandola del web nell’ultimo anno.

Le immagini dei brevi amatoriali mescolano, come spesso succede, comicità ed erotismo cui si unisce, visti gli ultimi sviluppi, una grande angoscia tragica. Nel video più celebre l’ambientazione è questa: un uomo con il suo smartphone riprende una donna (Tiziana appunto) che gli fa un pompino (si potrebbe dire fellatio, ma tant’è). Altrettanto celebre è la frase della giovane: “Stai facendo un video? Bravo”. Anche questa rimbalzata come gif e come emoticon su mezzo web, prima sotto forma di sfottò e, oggi, come Engolpion, bene esposto sul petto dei tanti penitenti lacrimosi che oggi gridano: Mea culpa.

E la colpa forse è davvero nostra, di questo popolo di oratores silenziosi che, proprio come si faceva una volta con qualche foto della Fenech nei seminari e nelle camerate di mezza Italia, continua indefessamente a masturbarsi sui video di Tiziana Cantone e su tanto altro materiale pornografico amatoriale che circola in rete.

Fin qui nulla che non sia storia. Ma dietro l’icona, dietro, appunto, l’είκών, il ritratto, la figura, si cela la persona, Tiziana, certo, come la più recente Diletta Leotta, o le tante attrici americane coinvolte nello scandalo chiamato “The Fappening”. Ed è questa compresenza di immagine e anima ad attribuire alla prima una violenza e un potere inauditi.

Ma qual è questo potere? Come si chiama? Cosa anima lo spessore di queste donne–icone, di queste Maddalene di Internet destinate, oggi come allora, alla lapidazione? Platone, nel Politico, usa per la prima volta l’espressione Δι’ είκόνων λέγειν, ossia del parlare, diremmo oggi, per mezzo di figure, di immagini, citandone poi tutte le complicazioni. Quella che il filosofo ingaggia contro il dominio dell’immagine e del mythos e a favore del trionfo del Logos è una lotta vecchia come il mondo e, apparentemente, senza soluzione.  

platone

Anche oggi, soprattutto oggi, ci troviamo a parlare per immagini e, attraverso queste, la società massificata degli internauti (evento sociale questo forse mai seriamente discusso) aumenta esponenzialmente la carica violenta dell’immagine stessa, perché la fissa al centro della discussione senza lasciare neanche il minimo spazio al pensiero, al discorso, alle motivazioni. La dimostrazione di tutto ciò sta proprio nel caso della Cantone, donna oggetto, fino a questo momento, concepita soltanto come icona centripeta delle nostre voglie e priva, in quanto sola immagine, di un’anima.

Illuminanti, in questo senso, alcune parole del filosofo francese Jean-Luc Nancy, ordinario all’Università di Strasburgo, che afferma: «Il tema della violenza dell’immagine va trattato cominciando con il dire che l’immagine è per se stessa violenta […] credo che l’immagine sia violenta di per sé perché si impone subito con la sua sola presenza, in tutta la sua verità[1]».

Allora si può procedere indicando in queste parole una risposta almeno parziale a quel Potere senza nome, di cui parlava Pier Paolo Pasolini, e che oggi in questa nuova società per immagini, va mordendosi la coda. Pasolini, il 24 giugno del ’74, nell’articolo chiamato Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo, scrive: «L’identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti “moderni”, dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente: ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa […] e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto»[2].

pasolini
Così, in questo stesso consumo annega la violenta fotografia di Tiziana, quella che tanti giornali hanno allegato al suo epitaffio. E in questo consumo annega, a ben vedere, molta della società contemporanea, una società, verrebbe da dire, pornografica essa stessa, in quanto perbenista e solo fintamente tollerante, che pone, come diceva Pasolini, l’edonismo più acritico e sfrenato come fine ultimo. Per  farlo utilizza la “sola presenza” dell’immagine, quasi come se la sola icona possa chiudere in sé tesi, antitesi e sintesi, sostituendosi de facto al sano percorso dialettico.

Dunque non le immagini di Tiziana, ma la grande violenza comunicativa e l’incontrollabile diffusione che il web impone, non l’immagine pornografica di una prostituta (letteralmente dal greco πόρνη e γραφή), ma la folla inferocita che acriticamente lapida e perdona, che inveisce e poi dissente, questo «è in realtà – se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia – una forma “totale” di fascismo»[3]

 

[1] J-L. Nancy, Abbas Kiarostami, L’evidenza del film, Donzelli, Roma 2004, pp. 99 – 100.

[2] Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1975, p. 58.

[3] Ibidem.

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