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Una questione privata e politica: Il Mandarino Meraviglioso di Asli Erdoğan

A chi sostiene che la grande letteratura contemporanea sia morta, o quantomeno stretta tra i due poli di memoria ed evasione come un bimbo in castigo, possiamo provare a rispondere che si è invece semplicemente spostata, ha traslocato, ha cambiato indirizzo.
Come un segugio, la letteratura segue il conflitto, abita dentro alle cose, e le cose non succedono più qui.
L’impressione è che esista un invisibile asse narrativo, che segue quello geopolitico: entrambi si sono spostati. La più grande letteratura si fa nella fame e nella miseria, tra le bombe e nelle crepe, nei luoghi caldi e complessi, senza libertà e senza diritti, è la reazione a situazioni in cui scrivere è tanto difficile quanto urgente.
Non è immediato, per noi lettori inesperti, accorgerci da soli di questo movimento. Ci sono però piccole realtà editoriali indipendenti che hanno le orecchie ancora libere e ben tese; come sismografi di precisione capiscono dove sono oggi le storie da raccontare, le trovano, le pubblicano. E’ grazie alla casa editrice Keller che possiamo leggere in italiano Il Mandarino Meraviglioso di Asli Erdoğan, un prodotto curioso, a metà tra un romanzo e una raccolta di racconti, tra l’autobiografia e il sogno.

In questi ultimi giorni Asli Erdoğan si legge in un modo strano, a cui non siamo più abituati: a voce alta, tutti insieme, nelle molte librerie italiane che hanno aderito all’iniziativa.
La scrittrice, giornalista e attivista – che per una coincidenza un po’ amara ha lo stesso cognome del presidente turco – è tra i molti intellettuali finiti nel tritacarne degli arresti post-golpe. E’ in carcere da agosto, sospettata di legami con il pkk. Leggere ad alta voce il suo lavoro, garantire alle sue parole quella risonanza che hanno voluto toglierle con la prigione, è il modo più sensato e significativo di chiederne la scarcerazione.

Date le premesse e la storia personale dell’autrice, ci sono due modi di affrontare Il mandarino meraviglioso: se ne può fare una lettura privata e una lettura politica. Privilegiare una a scapito dell’altra sarebbe però rassegnarsi ad una comprensione monca. Wislawa Szymborska diceva: «Siamo figli dell’epoca, / l’epoca è politica. / Tutte le tue, nostre, vostre / faccende diurne, notturne / sono faccende politiche. / Che ti piaccia o no, i tuoi geni hanno un passato politico, la tua pelle una sfumatura politica, / i tuoi occhi un aspetto politico. / Ciò di cui parli ha una risonanza, / ciò di cui taci ha una valenza / in un modo o nell’altro politica. / Perfino per campi, per boschi / fai passi politici / su uno sfondo politico».
C’è un legame che unisce le due interpretazioni, che le riassume e le comprende entrambe, ed è il discorso sull’identità. Il mandarino meraviglioso è infatti essenzialmente un racconto sulla ricerca di se stessi.

  La protagonista del primo e più lungo racconto, intitolato Nel vuoto dell’occhio perduto, è una giovane donna turca emigrata a Ginevra. Nel giro di poco tempo ha perso un amore, Sergio, e la vista da un occhio, che una misteriosa, non precisata malattia la costringe a tenere fasciato e coperto di bende. Da allora, infastidita dalla luce e dalle reazioni della gente al suo aspetto spaventoso, cammina nella Città Vecchia di notte. Segue un itinerario scuro e preciso, frequenta caffè tristi e quartieri difficili, origlia conversazioni altrui, scrive, soffre la nostalgia di chi non è a casa ma nemmeno vuole tornarci, cerca se stessa. “Continuo a camminare nell’attesa di un incontro con me stessa, in un angolo isolato di una strada chiusa, lontana dalla vista”.

Asli Erdoğan, così come la protagonista del suo racconto, è in bilico tra due mondi. Turca ed europea, è portatrice di una doppia cultura, in lei i mondi si mischiano come i due fiumi di Ginevra, il Rodano e l’Arve; si sente «incastrata tra un passato pieno di pene e un futuro spaventoso». La sua è una visione obliqua, diversa: che la protagonista abbia un solo occhio non è un dettaglio privo di conseguenze. La sua semi-cecità si declina in un corollario di vari significati simbolici.

I più grandi profeti e indovini, come Tiresia, sono tradizionalmente ciechi. Quella della protagonista del racconto è però una cecità nuova, diversa da quella classica: un occhio solo significa una profezia parziale, incompleta, moderna.
Avere un solo occhio vuol dire comprendere e vedere la realtà in un modo differente, ma anche essere emarginati, temuti ed esclusi per questo. Proprio come ad essere due cose contemporaneamente si rischia di non appartenere a niente, nel vuoto dell’occhio perduto stanno il privilegio di essere diverso e lo stigma che ne deriva.

“Una donna con un occhio solo è più spaventosa persino di un fantasma. Per credere di continuo a ciò che succede, le persone sentono il bisogno di occhi che vedano. E’ probabile che con questo mio sguardo a metà metta fondamentalmente in questione il fatto stesso di esistere. Un occhio solo richiama la separazione, la disarmonia, l’incompletezza”.

“Il mio occhio perduto è il mio universo personale, la mia gioia, il mio fondo abissale. Un po’ condanna, un po’ salvezza. Girando per le strade senza un occhio, mi rendo conto che provoco terrore a quelli che mi passano davanti. Mi guardano come stessi per punirli delle loro colpe. Di solito il sangue attira gli uomini; per le tragedie, le condanne, le esecuzioni, nutriamo un gusto profondamenete segreto. Ma la separazione del doppio ci spaventa ancor più che l’annientamento”.

La visione separata e scissa assume un significato politico oltre che personale nel momento in cui si fa punto di vista universale di chi è diviso tra un paese d’origine da cui fugge ed uno nuovo che non lo accoglie e comprende. Non è un caso che solamente chi è diverso (un uomo arabo, una bambina di colore), chi è partecipe di quella stessa emarginazione, non si faccia spaventare dall’occhio bendato e purulento della protagonista.
Con quell’occhio noi vediamo nelle crepe e negli interstizi, quell’occhio è portatore di un’istanza narratoriale che ci spiega il dramma e la peculiarità dell’essere in terra straniera, perchè conosce quell’esilio che è “la severa punizione della fuga”.
Nei suoi vagabondaggi notturni, la donna dall’occhio solo non stona nei quartieri più difficili e malfamati di Ginevra, dove “ognuno cammina come se nascondesse nella mano i pezzi di un bicchiere”.
L’occhio ci racconta i margini, le prostitute e “i bimbi di seconda generazione degli immigrati di Les Pâquis” che  “anche se si vestissero e parlassero come i bimbi svizzeri ne sarebbero ben diversi. Crescono selvaggi come su una terra straniera che non li vuole. Prima ancora che nascano li attende una lunga tragedia. […] Le esitazioni culturali di questi bimbi immigrati sono più profonde, tempestose e violente di quelle di noi immigrati adulti; le loro sofferenze si riflettono in ogni loro comportamento, nella loro mimica, nei loro giochi, persino nelle risate”.

Ma la vista  – o meglio il suo contrario, la cecità – ha molto a che fare anche con la narrazione in generale. Omero, il primo e più grande narratore di tutti i tempi, era cieco. Come a voler confermare il legame tra mancanza della vista e capacità narrative, quando racconta l’origine della cecità di Demodoco, cantore alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, dice: «La Musa lo amò molto, ma un bene e un male gli diede: degli occhi lo fece privo e gli donò il dolce canto».
La protagonista de Nel vuoto dell’occhio perduto non si limita a vedere le cose con il suo occhio privilegiato e maledetto, ma si ferma spesso nei caffè la notte, per scrivere e raccontare di quello che vede. L’atto della scrittura è qualcosa di necessario nel cammino verso la comprensione di sè e degli altri, perchè “Mentre scrivo mi trasformo in un altro essere, un occhio, e fintanto che non sono che uno sguardo, conquisto un’altra realtà”. Spesso, la narrazione è una necessità simile ad un urlo. “Devo scrivere. In queste ore, dove gli amanti dormono abbracciati e tutte le solitudini sono state dimenticate, devo piangere e scrivere”.
La buona letteratura è un gioco di equilibri, e l’operazione di Asli Erdoğan è anche una magia narrativa che bilancia magistralmente l’intimismo, l’intropezione e la filosofica ricerca di sè cari al miglior Tabucchi (Notturno Indiano, Il filo dell’orizzonte), con considerazioni altrettanto urgenti su un mondo spesso dimenticato –  quello degli altri, degli stranieri, degli ultimi.

La ricerca di se stessi e della propria identità è legata a doppio filo non solo con l’atto del guardare e del narrare, ma anche con quello del camminare. Le riflessioni della protagonista seguono i suoi passi, nascono dai suoi spostamenti. Il Mandarino Meraviglioso è un vero e proprio romanzo che cammina. La Ginevra calpestata dalla protagonista perde presto la sua solidità di città storicamente esistente per diventare scenario onirico, vaggio di conoscenza.
La narrazione e il cammino sono sorelle da quando Russeau scrisse La fantasticherie del passeggiatore solitario, forse anche prima – da Dante e il suo “Nel mezzo del cammin“. Forse da sempre. Paolo Rumiz spiega bene questa atavica parentela quando dice che «chiunque passeggia con regolarità sa che il ritmo genera canto. A seconda della velocità, della falcata, del respiro e del nostro stato di forma, il passo sveglia in noi un motivo musicale. Produce metrica. Piedi spondei, dattili, giambici, trochei e altre meraviglie. La poesia nasce dal cammino. Un sedentario difficilmente saprà poetare o cantare».

E allora liberate Asli Erdoğan, lasciatela libera di guardare, camminare e scrivere, perchè abbiamo tanto bisogno dei suoi occhi, dei suoi passi e delle sue parole.

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