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Il delfino: migliore amico dell’uomo?

Il migliore amico dell’uomo, si sa, è il cane. Vive con noi da migliaia di anni, ci è fedele sino alla morte, trascorre le sue giornate nei nostri salotti e sopporta tutti i nostri difetti. È scontato che sia proprio lui l’animale più legato all’essere umano, o no?

Sebbene non abbia quattro zampe, non viva nelle nostre case, non possa, per così dire, rilassarsi sulle nostre gambe, e viva in un ambiente che non è propriamente il nostro, secondo alcuni pare che sia il delfino il miglior amico dell’uomo. I primi studi risalgono ad Aristotele; nella sua “Storia degli Animali” si trovano osservazioni sul fatto che partoriscono, allattano, respirano aria, ma vivono in un territorio acquatico e comunicano tramite suoni emessi tra i flutti.

Da un punto di vista tassonomico, i delfini appartengono alla classe dei Mammiferi e all’ordine degli Odontoceti, dove rientrano tutti i cetacei dotati di denti, i quali non comprendono balene, balenottere e megattere dal momento che sono dotate di fanoni, strutture utilizzate per filtrare il plancton.delfino

I delfini non sono sempre esistiti così come oggi noi li conosciamo, sono stati animali terrestri un tempo, si sono adattati nel corso di migliaia di anni a una vita acquatica, sviluppando quelle strutture anatomiche che oggi li fanno assomigliare molto ai pesci: scomparsa del pelo e delle zampe posteriori, trasformazioni di quelle anteriori in pinne e della coda in una pinna caudale, scomparsa delle orecchie esterne e del collo, allungamento del corpo in una struttura sempre più idrodinamica, transizione del naso dalla parte frontale alla nuca. Alcuni studi del 2001 hanno rilevato il più probabile antenato, il Pakicetus, animale anfibio che trascorreva parte della propria vita in mare e la restante sulla terraferma, vissuto all’incirca 35 milioni di anni fa (Pakicetidae – J.C.M Thewissen).
Ma perché i delfini sono diventati dunque “amici” dell’uomo?

Il fatto di possedere un cervello molto sviluppato, le cui dimensioni sono paragonabili a quelle dei primati antropomorfi, ne è un esempio. Secondo alcuni scienziati, essi sarebbero infatti in grado di “comunicare” mediante un linguaggio, ma i dibattiti aperti sono ancora tanti. Nonostante tutto, resta indubbio che, insieme all’uomo e alle scimmie antropomorfe, i delfini siano gli unici in grado di riconoscere la propria immagine allo specchio .

Ricerche recenti suggeriscono che essi potrebbero essere più intelligenti degli scimpanzé, i quali, si sa, condividono con noi circa il 98% del loro DNA.

Anche i loro metodi di caccia altamente organizzati suscitano interesse negli scienziati. Gli odontoceti, infatti, essendo predatori, hanno sviluppato tecniche di predazione davvero complesse. Il principale è l’ecolocalizzazione: i suoni emessi rimbalzano sulla preda riemettendo un’eco di ritorno in grado di trasmettere al cacciatore informazioni sul tipo di animale, sulla lontananza e sul potenziale numero di individui. Altre forme di caccia risultano poi rispondere ad un impulso di intelligenza complessa. Risale al 2011, ad esempio, uno studio effettuato nella Shark Bay in Australia: la specie in questione è il Tursiops aduncus, cugino del Tursiops truncatus presente anche nel Mediterraneo, che è stato visto sollevare fuori dall’acqua una conchiglia vuota di un mollusco contenente un pesce e svuotarla dell’acqua per afferrare la preda.

Nonostante questi aspetti di affinità e sollecitazione allo studio, l’interesse dell’uomo nei loro confronti è spesso sfociato in violenze: la caccia ai cetacei ha avuto inizio 6000 anni fa e in alcuni paesi si protrae ancora oggi. Tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, è andata a intensificarsi soprattutto quella alla balena per il grasso e la carne, portando a una drastica riduzione del numero di esemplari, in particolare per quanto riguarda capodogli, megattere, balene grigie e balene franche.
Oggi i delfini sono tutelati dalla Cites, la Convenzione Internazionale sul commercio di flora e fauna in via di estinzione, inoltre, l’Unione Europea protegge rigorosamente tutte le specie di cetacei, ma gli esemplari destinati ai delfinari possono ancora essere sfruttati da società a scopo di lucro.
Molte sono le organizzazioni a livello mondiale che si occupano di proteggere delfini e balene, quali ad esempio la Whale and Dolphin Conservation Society, la Blu Voice, la Ocean Alliance, la Cetacean Alliance e tante altre.
Anche nel Mediterraneo, dove possiamo osservare sino a 8 specie di cetacei piuttosto regolari, sono in atto sistemi di protezione, leggi e luoghi protetti, al fine di evitare che le stesse si estinguano o che le popolazioni si riducano drasticamente. Un esempio eclatante di luogo protetto del nostro piccolo mare chiuso è dato dal “Santuario dei cetacei”, un triangolo marino ricco di vita, istituito nel 1999 che tutela circa 100.000 km quadrati di acque nazionali e non, dove è ancora possibile osservare la balenottera comune, il capodoglio e il globicefalo, per citare alcune fra le più frequenti specie della zona.
Basta spostarci verso il tacco d’Italia per imbatterci invece nella Jonian Dolphin Conservation, un’associazione di ricerca scientifica finalizzata allo studio dei cetacei del Golfo di Taranto, altro centro di biodiversità, con acque profonde migliaia di metri, dove delfini comuni, tursiopi, zifi, globicefali e capodogli hanno fatto dell’area tra Puglia, Calabria e Basilicata un luogo dove nutrirsi e riprodursi, un habitat ideale dove trascorrere l’intero anno.

Ultimo, ma non importate motivo di studio per questa specie è la socializzazione. Gli acquari ospitano diverse specie, in particolare il Tursiops truncatus, che vengono addestrati a esibirsi di fronte a un pubblico talvolta molto numeroso, essi imparano ed eseguono tecniche insegnate loro dagli addestratori ma, trattandosi di animali in cattività, costretti in un ambiente estraneo e circoscritto, tendono allo stress, si ammalano, talora diventano aggressivi.

delfinoterapia

Una pratica che oggi pare invece aver benefici è la “delfinoterapia che, come la pet therapy, sfrutta la socializzazione e l’intelligenza del delfino nel curare patologie gravi quali l’autismo.

Il delfino è dunque il migliore amico dell’uomo? E’ possibile farlo diventare il nostro migliore amico?

Probabilmente lo è sotto tanti aspetti, potrebbe essere il nostro più fedele amico ma diviene assai difficile, per non dire scorretto, esigere di averlo come tale.

Il cane, si sa, è stato adattato allo stile di vita, all’habitat, alimentazione, orari dell’uomo al fine di diventare una creatura che potesse vivergli a fianco; ma come possiamo credere che una specie selvaggia, residente in un habitat lontano “non umano”, che si è evoluta milioni di anni prima della nascita dell’Homo sapiens, dagli aspetti e dalle caratteristiche totalmente diverse dalle nostre, con esigenze che non hanno, se vogliamo, niente a che fare con noi, possa un giorno essere ritenuto tale? Questi sono solo alcuni fra i limiti che impediscono una totale amicizia fra il cetaceo in questione e l’essere umano.
Benché sia davvero molto intelligente, sociale e adattevole, nonostante venga utilizzato nella cura di malattie quali l’autismo dando risultati notevoli, il delfino resta sempre una specie troppo distante. Le nostre sono storie evolutive differenti, i nostri habitat lontani, i nostri stili di vita diversi. Quanto spesso ci si imbatte in notizie dove una specie selvaggia aggredisce l’uomo? Perché lo fa? C’è forse una risposta davvero adeguata?
Un incidente del 2012 racconta proprio di due persone morsicate da un delfino di un delfinario durante una prova di nuoto . Di chi fu la colpa? Dell’animale che cercò di difendersi da un’ipotetica minaccia o da un gesto inatteso da parte dell’uomo o magari della coppia di sposini che si spinsero oltre il limite, credendo di aver a che fare con un animale a disposizione del loro divertimento? Questo non è il primo incidente e non sarà l’ultimo. L’uomo ha sempre creduto di poter dominare la natura, di poter “condurre il gioco”.
Forse, questa volta, ci siamo sbagliati. Non possiamo sempre essere noi a scegliere gli amici fidati o a credere di poterlo fare; dovremmo noi, per una volta, essere scelti.

 

One Comment

  • Phil

    20 settembre 2016 at 11:04

    Che bellissimo articolo!Complimenti alla Dott’ssa Margherita che leggo essere biologa marina..notevole il finale, mi è piaciuta molto la conclusione dove hai (ti do del tu) sottolineato la tipica visione “centrica” dell’essere umano che crede e PRETENDE di essere il sommo despota del pianeta Terra, sbagliando (quasi) sempre. Per noi tutto è dovuto e tutti gli animali sono un “circo”, basti guardare programmi dove grandi intrattenitori vanno in giro per ll mondo cercando animali pericolosi per riprese o siparietti al limite dell’imbarazzante (Wild Frank docet)…poi qualcuno come Steve Irwin ci lascia le penne, ma nel ventunesimo secolo avere 100 mila like su FB vale il prezzo di questo amaro biglietto, giusto?

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