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Harry Potter e la maledizione dell’erede: nuove luci, nuove ombre

L’ottava storia. Diciannove anni dopo.

Così è stato presentato al mondo Harry Potter e la maledizione dell’erede, ottavo capitolo della storia della vita e delle avventure di quello che, da qualche tempo, è senza dubbio il mago più famoso di tutti i tempi.
L’ennesimo tassello che va ad aggiungersi ad una delle saghe che hanno maggiormente influenzato l’immaginario collettivo e la cultura di massa.
La storia di Harry Potter ha le sue radici nella letteratura, ma ben presto si è aperta al mondo del cinema; oggi, essa approda anche al mondo del teatro, e lo fa proprio con quest’ultimo capitolo. La maledizione dell’erede ha visto la luce, infatti, sul palcoscenico del Palace Theatre nel West End londinese, lo scorso 30 luglio (non una data casuale, essendo quella del compleanno dello stesso Harry).

Il 24 settembre, ancora una volta grazie all’editore Salani, è giunto anche in Italia lo scriptbook dell’opera teatrale. La scrittura in sè è da attribuire al drammaturgo inglese John Tiffany ed allo sceneggiatore Jack Thorne, che però hanno basato il loro copione su una storia originale uscita dalla penna e dalla creatività della madre di Harry Potter: J.K. Rowling in persona.

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Il primo dato da segnalare, senza alcun intento moraleggiante, è l’eco del fenomeno: comprensibilmente la portata è mondiale, la pressione mediatica totale e costante.
I social sono bombardati, e (complice anche l’imminente uscita dello spin-off cinematografico Animali fantastici e dove trovarli, nelle sale dal prossimo novembre) si moltiplicano i contenuti e le visite al sito Pottermore, vero e proprio portale universale dell’Universo Potter.
Inutile, diciamolo subito, storcere il naso di fronte a questa mediatizzazione e commercializzazione assoluta di un fenomeno culturale, poiché sarebbe assurdo attendersi qualcosa di diverso: gli Stones tengono un concerto gratuito a Cuba, viene pubblicata l’ottava storia di Harry Potter.
Senza esagerare, la portata è la stessa.

Difficile, ma da subito quantomai necessario, è trarre un bilancio, abbozzare un’analisi che miri a sviscerare i punti fondamentali di questa Maledizione dell’erede, naturalmente senza svelare parti della trama che possano pregiudicare la lettura.
L’ottava storia di Harry Potter si avvale con grande chiarezza del principio del «dove eravamo rimasti»: infatti, la narrazione prende avvio proprio con la stessa sequenza che abbiamo letto nel libro Harry Potter e i doni della morte, o che abbiamo visto nel rispettivo film.
Sono passati diciannove anni dalla Battaglia di Hogwarts, durante la quale Voldemort è stato sconfitto, il professor Piton è morto (non prima di avere rivelato il suo vero ruolo nella vicenda, e la sua vera essenza fatta di coraggio e di spirito di sacrificio), e il mondo magico si è salvato.

Ora Harry Potter, insieme agli inseparabili Ron Weasley ed Hermione Granger, non è soltanto cresciuto, ma è diventato definitivamente adulto, sposandosi con Ginny Weasley e divenendo padre di tre figli: James Sirius, Albus Severus e Lily Luna. A loro volta, Ron ed Hermione sono convolati a giuste nozze, dando alla luce Rose ed il piccolo Hugo.
Ed è da qui che si riparte: il magico binario 9 e tre quarti è il teatro dell’ultima scena de I doni della morte, e della prima de La maledizione dell’erede: Albus e Rose stanno andando ad Hogwarts per la prima volta, e Albus confida a suo padre il terrore di essere “smistato” nella Casa di Serpeverde, da sempre associata alla Magia Oscura e a Voldemort.

Da questa sua inquietudine, infantile com’è giusto che sia (le matricole di Hogwarts sono, ricordiamolo, undicenni) e apparentemente di poco conto, scaturisce uno dei motivi centrali della nuova storia: il rapporto, irto di insidie e di difficoltà, di un padre che non può (in quanto personalità mediatica, sorta di rockstar del mondo magico) rinunciare alla sua immagine pubblica, con un figlio che deve fare i conti con il peso di una tale eredità, piovuta su di lui senza landscape-1445606246-harry-potter-epilogue1alcuna possibilità di scelta.
Intitolando La maledizione dell’erede, si è ricercata prima di tutto l’ambiguità: chi è l’erede? Si sta parlando dell’erede di Harry Potter? Di un altro erede di Salazar Serpeverde? O di un ipotetico erede dell’Oscuro Signore, Lord Voldemort? Bisogna arrivare in fondo alla storia per trovare la risposta: anche in questo caso, si è senz’altro fatta sentire la predilezione della Rowling per la letteratura giallistica.

Il commento dell’opera deve, a questo punto, essere scisso in due parti: la prima, più rapida per ovvie ragioni, riguarda la scrittura e lo stile.
Non trattandosi di un romanzo, ma bensì di una sceneggiatura per il palcoscenico (da cui, è quasi certo, verrà tratta una sceneggiatura per il grande schermo), sono pochi i punti effettivamente analizzabili.
Tuttavia, anche da questo punto di vista ad emergere è una sostanziale continuità: l’ironia che serpeggia nelle battute dei personaggi (di ogni personaggio, anche del più malvagio o ambivalente), utilizzata per stemperare una situazione di alta tensione drammatica, o per caratterizzare in senso maggiormente realistico le personalità delle varie figure, è sempre stata una importante cifra stilistica della scrittura della Rowling. Ebbene, quell’ironia, quella gestione del dialogo sono ancora presenti, e ancora riescono appieno nel loro intento.
L’unico personaggio a pagare lo scotto di una forzatura forse eccessiva, sotto questo aspetto, è Ron Weasley: divenuto adulto, il marito di Hermione dirige il negozio di scherzi «I Tiri Vispi Weasley» e, raccogliendo anche l’eredità dei fratelli maggiori Fred e George (ed essendo effettivamente sempre stato noto per la sua goffaggine scherzosa e la sua tenera semplicità), si è trasformato in un burlone a cui, almeno apparentemente, interessa solo scherzare. Per questo, a tratti, le sue battute, rispetto a quelle degli altri personaggi, possono risultare fuori luogo, persino fastidiose.
L’altro contesto di scrittura in cui emerge chiaramente lo stile della Rowling, sono le “indicazioni di regia”, ovvero tutto ciò che è scritto ma non agito sul palco, come le descrizioni degli ambienti, degli eventi spettacolari e delle emozioni dei personaggi. Anche in questo caso, appunto, non è mutata di una virgola l’eccelsa capacità della Rowling di calare il lettore nel suo mondo magico, di creare un’atmosfera perfettamente credibile, dove il fiabesco è generato dalla compresenza di un tono leggero e di uno drammatico, a volte solenne.

Se l’analisi dello stile e della scrittura non possono, per ragioni strutturali, restituire il senso dell’opera, è sul contenuto, sull’intreccio, sulle sue caratteristiche e le tematiche che può veicolare, che occorre puntare l’attenzione. Perchè è sul dipanarsi della storia che si è sempre basata la saga di Harry Potter, e La maledizione dell’erede non fa certo eccezione. Anzi: essendo scritto per l’interpretazione e l’esecuzione teatrale, si può dire che questo ottavo capitolo sia “tutto storia”.

Il primo punto importante da evidenziare è il riutilizzo di una situazione già conosciuta, ma ribaltata nel suo senso narrativo.
La scena che, alcuni anni fa, aveva fatto pensare ad un ciclo concluso, ad una saga chiusa in sé stessa che aveva ben poche possibilità di continuazione, è oggi presentata da un altro punto di vista: è proprio in quel momento, quando si pensava che la storia fosse finita, che una nuova storia comincia. Albus e Rose devono solo salire sull’Hogwarts Express, per far ripartire, insieme al treno, il motore narrativo. Si può interpretare questo recupero filologico di un finale già scritto, come un tentativo di consigliare prudenza di fronte a qualsiasi conclusione, anche la più probabile.
Per dirla in breve: pensavate fosse tutto finito? E invece, state a sentire adesso.

Dal punto di vista del contenuto, della trama, La maledizione dell’erede appare costruita su due assi portanti, che si incrociano ed intersecano in continuazione.

harry-potter-cursed-child-2-0In primo luogo c’è il recupero di un passato che non può essere dimenticato (in quanto troppo “ingombrante”) e che sembra lottare con tutte le sue forze per tornare ad essere presente: si fa strada attraverso le paure e gli incubi più reconditi dei personaggi principali, in primo luogo lo stesso Harry Potter. Divenuto capo dell’Ufficio per l’Applicazione della Legge sulla Magia, il mago scopre di avere dei problemi a capire suo figlio Albus, che si comporta in maniera nettamente diversa rispetto al maggiore James ed alla minore Lily. Albus è introverso, timido, e pensa che il più grande difetto di suo padre sia l’autoreferenzialità: Harry Potter, il ragazzo che è sopravvissuto, il mago che ha salvato il mondo da Voldemort, non può che avere un ego gigantesco. E’ su queste premesse che si crea il distacco tra padre e figlio, che viene ampliato nel momento in cui Albus viene effettivamente smistato in Serpeverde, e diventa il migliore amico di Scorpius Malfoy, figlio di quel Draco che è stato uno degli avversari più tenaci e continui del vecchio trio Potter-Weasley-Granger.

A questo punto si intreccia il secondo asse portante della storia, a formare un originale connubio tra passato e presente, una sorta di complementarietà tra tradizione ed innovazione.

Se i personaggi già conosciuti (Harry, Ron, Hermione su tutti, ma anche Minerva McGonagall e Ginny) sono recuperati in modo discreto (ovvero non forzato) e piacevole proprio attraverso le caratteristiche che di loro avevamo imparato a conoscere, essi appaiono, per così dire, “completati” da nuovi aspetti della loro personalità: divenendo adulti, hanno consolidato ciò che erano, ma sono diventati anche altro. Da questo punto di vista, il personaggio che senza dubbio incontra lo sviluppo e l’evoluzione più spettacolari ed inattesi è proprio quello di Draco Malfoy. Senza svelare nient’altro, un’altra grande scommessa, un’altra scommessa vinta.

Dal canto loro, i nuovi personaggi (specialmente Albus e Scorpius) sono ben tratteggiati e caratterizzati nella loro individualità: la loro personalità e le loro azioni (nonché le loro avventure) li calano appieno nell’atmosfera, nel milieu che già conosciamo, ma aggiungono senza dubbio qualcosa di nuovo.
Il passato ha un ruolo fondamentale, è sempre volto ad intrecciarsi al presente per influenzarlo e per “ricostruirlo”, per cambiarlo in meglio o, più spesso, in peggio (è in questo senso che agiscono le forze oscure che animano la storia); non si tratta, tuttavia, di un passato piatto, semplicemente recuperato per far sentire a proprio agio gli amanti della saga e del mondo di Harry Potter: è un passato attivo, in continua trasformazione, che, venendo presentato attraverso punti di vista diversi ed originali rispetto a quelli già percorsi, permette di illuminare sotto una nuova luce i fili della storia già tessuti, e allo stesso tempo di tesserne di nuovi.

Misurarsi con La maledizione dell’erede è necessario: non soltanto (anche se, forse, sarebbe sufficiente) per l’importanza che Harry Potter riveste nella cultura di massa odierna; ma, soprattutto, perché questi nuovi fili tengono.
E tengono saldamente, poiché vanno, senza complessi di inferiorità o cadute di stile, ad aggiungersi a quel meraviglioso arazzo che, a distanza di anni, non ha perso un colpo.

Cosa ne pensi?