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Fine Novecento

È il 1955, quando il cubano Nico Lopez introduce nella casa messicana di Maria Antonia Gonzales, sorella di una delle vittime del governo dittatoriale di Batista, un giovane medico argentino conosciuto in Guatemala durante alcune scorribande rivoluzionarie.

Il ragazzo si farà, confida Nico Lopez all’amico e compagno rivoluzionario Fidel Castro che infatti si decide a incontrare, nel luglio di quell’anno, il giovane Ernesto Guevara[1]. Ne nascerà, inizialmente, una profonda antipatia reciproca, Fidel vede in Guevara un giovane sognatore, pronto a imbarcarsi, per amore di popolo, in qualunque avventura rivoluzionaria. Il Che, da parte sua, si trova davanti un un reuccio, osannato e acclamato come eroe nazionale.

In effetti Castro, nel 1955 era già un rivoluzionario navigato che, solo due anni prima, aveva tentato un’improbabile insurrezione armata alla Caserma di Moncada. Era, anche in quel caso, luglio, un 26. Castro era stato tra i pochi a sopravvivere allo scontro a fuoco, ma era stato arrestato dal governo e condannato a quindici anni di carcere.

Al tavolo di Maria Antonia Gonzales si discute di Cuba, dell’imperialismo, dell’America Latina. Si parla, tra le altre cose, del ritorno clandestino di Fidel a L’Avana, per quello stesso anno, della possibilità concreta di un’alternativa a Batista e di molte altre cose che arriveranno, dopo la Sierra, dopo il capodanno del ’59, finalmente a compimento.

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Ma quello che si sono quei ragazzi non ancora trentenni, in quel luglio piovoso a Città del Messico, rimane, per la maggior parte, sepolta sotto le coltri della storia. La storia di un secolo che si sbrana pezzo dopo pezzo, il Novecento, lasciando noi ultimi figli, sempre più spaesati, immersi come siamo, solo per metà tra i nativi digitali, come creature anfibie, che per necessità, non per elezione, sono costrette a vedersi spuntare, oltre ai polmoni, le branchie.

Aveva pensato a questo e ad altro lo storico Eric Hobsbawn nel suo Secolo Breve descrivendo, tramite le varie fasi, l’ascesa e la caduta del Novecento e di tutti i suoi concetti dominanti.

Non è in atto qui un tentativo di rovesciamento né della puntualità né della genialità della teorizzazione operata dallo storico, ma forse l’avanzamento di una più modesta ipotesi, maturata con l’osservazione ossessiva degli stilemi coi quali la società contemporanea si esprime, di immaginare due Novecento, o di aggiungere, a quel libro sacro e alla sua analisi, ancora un capitolo.

Nell’ultimo, quello intitolato La Frana, Hobsbawn traccia la fine delle ideologie, quella comunista, certo, ma anche quella capitalistica, testimone nei primi anni novanta di una flessione dopo i fasti degli anni ’80.

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Un quarto Novecento: forse i detriti di quella frana: le guerre del Golfo, collegate direttamente agli attentati dell’11 settembre, l’Iraq e i genocidi africani, la guerra dei diamanti, e, naturalmente, la commovente resistenza cubana, protratta fino a oggi.

Ed è allora sui detriti del Novecento che vuole concentrarsi questa brevissima analisi. Arrivata fino a oggi, ai primissimi momenti del dopo-Storia, del dopo-Novecento. Domani è già fantascienza, fantascienza della non consapevolezza.

Qualcosa finisce oggi soprattutto per questo: per uno sguardo critico cosciente sull’imperialismo americano e sul liberismo dilagante.

Radicali e degne di essere costantemente ripetuto sono, in questo senso, le parole che il Lider Maximo ha dato in risposta a Gianni Minà nella lunga intervista concessa al giornalista italiano nel 1987. Alla domanda su una sua presenza o meglio, di una sua resistenza nella storia Castro risponde:

«Mi sento immerso nella storia, mi sento nella storia più che mai e sento di avere più che mai l’obbligo e il dovere di difendere certe idee proprio perché queste idee stanno affrontando un momento difficile. […] il capitalismo è una giungla, è l’uomo nemico dell’uomo, l’uomo che saccheggia, l’uomo contro l’uomo. Ma un giorno l’uomo dovrà pur vivere come in una sola famiglia, come un fratello tra fratelli e solo un regime sociale diverso, non il capitalismo, ma un regime più evoluto di questo, potrà far sì che l’umanità diventi, un giorno, una famiglia»[2].

[1] Enzo Santarelli, Il Marxismo di Guevara in Gulliermo Almeyra, Enzo Santarelli, Guevara – il pensiero ribelle, Roma, Datanews, 1993, p.92.

[2] Gianni Minà, Fidel, Roma, L’Unità/Sperling&Kupfer, 1994, pp. 228, 229.

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