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Il fascino latente della dura realtà: The Americans

Ci sono quatto stagioni. E’ già prevista l’uscita delle prossime due; le ultime due. La serie è The Americans, creata da Joe Weisberg, ex agente CIA. Inizialmente, sono spinto a vederla dalla peculiare etichetta affidatale; quella di serie attuale più apprezzata dalla critica ad essere snobbata dai principali premi (Emmy e Golden Globes).
Vedere il pilot è una soddisfazione assicurata. In un’ora e dieci minuti, il quasi-lungometraggio introduce una coppia di spie russe del KGB che passano per Americani, con due figli ignari della loro vera identità e un nuovo vicino agente FBI. Nella coppia rodata, lui inizia a pensare che la cosa migliore sia disertare l’unione sovietica, lei, al contrario, vive per servire la causa della nazione natale. E’ un episodio con passo veloce, canzoni rock di qualità non disordinatamente espositive ma invece scisse meticolosamente per combaciare l’azione e, soprattutto, dramma umano come pilastro portante.
Dire dramma umano come pilastro portante non significa dire trama debole. Anzi, la ricchezza dell’intreccio è forse la qualità che più salta all’occhio, a differenza, ad esempio, di una serie come Bloodline, che sfocia nel melodrammatico shakespeariano disequilibrando sensibilmente altri elementi; di cui la trama.
C’è un chiaro calo dal secondo episodio in poi. Il cambio di direttore di fotografia non aiuta, dando un aspetto generale grigiastro, pertinente alla burocratica guerra fredda urbana degli anni Ottanta, ma cieco ai colori propri delle emozioni della serie; espresse silenziosamente. Come sarebbe un film di Wes Anderson con tonalità grigia? Bottle Rocket (1996) –dove il suo stile non si discosta ancora del tutto da qualunque lavoro precedente ai suoi- non risulterebbe in quel caso troppo pesante per esprimersi?
La presenza del creatore in fase di scrittura, esclusivamente negli episodi di inizio e di fine stagione, è in pari con i ribaltamenti più attesi. Non arrivando facilmente a stagione in corso, creano un’attesa distraente che sopisce l’interesse, eccetto per quanto riguarda il rapporto tra i protagonisti Elizabeth e Philip Jennings.
Interpretati magistralmente dai magnetici Keri Russell e Matthew Rhys, sembra che i personaggi, le vicende e le circostanze che non li riguardano siano di livello inferiore. Le scene che condividono sono ogni volta quelle col maggior impatto. In quei momenti, tutte le domande e le aspettative create dal pilot riaffiorano sottintese, intatte. Forse nei film questo principio rimane meno solido, ma altrimenti i personaggi più forti sono quelli che tengono vivo il dubbio –se non il mistero- dell’essenza della loro persona. Una domanda primordiale posta da Mad Men riguarda proprio il suo protagonista; chi è Don Draper?
The Americans è una serie più modesta di Mad Men, se non altro in delicatezza. Ma la domanda c’è: chi sono Elizabeth e Philip? Quale è la profonda natura del loro rapporto? E nella loro sintonia che ruolo gioca la spietatezza del loro incarico?
Da segnalare che il tipo di spietatezza in questione è privo dell’aggiunta di meschinità che accompagna quella di Frank Underwood –protagonista di House Of Cards– o Walter White –protagonista di Breaking Bad. La possibilità di un certo livello di umanità latente che ne consegue è un elemento solo positivo.
Ai troppi avvenimenti si annette poca storia, essa è però del tipo che porta a chiederne di più. Una serie, come questa, che dice troppo senza rendersene conto, non ha un senso di mistica. I due attori principali (che formano una coppia anche nella vita reale) ne hanno.
Più diminuisce l’attesa per i ribaltamenti di situazione, più aumenta l’imprevedibilità di ogni episodio. E’ quindi normale, anche se anomalo, che ogni stagione sia migliore della precedente. Dopo quattro stagioni sono più chiari i motivi della peculiare fama detenuta da The Americans.
Nonostante i suoi alti e bassi, è una serie che dimostra di sapere in cosa consiste il dramma; ovvero quella sottile linea tra l’ingenuità e la disperazione: quando un personaggio non ha modo di evitare determinate azioni, il dolore derivante, e quando deve decidere l’unica cosa che preme al pubblico di portarsi via in qualunque forma; la reazione.

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