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Elezioni americane / 3 Il valore della sconfitta (di tutti)

Nella vita, nello sport, in politica, c’è una sconfitta più subdola e pericolosa di quella sul campo. E’ la sconfitta che arriva subito dopo la fine delle ostilità: la tentazione di una strenua difesa della propria partita, la delegittimazione dell’avversario uscito vincitore mettendo in campo una presunta inadeguatezza delle leggi che regolano il gioco. E’ il caso di chi oggi parla della vittoria di Trump come un’elezione non democratica, chi fa la conta dei voti totali evidenziando che la Clinton avrebbe in assoluto una manciata di voti in più e che solo un arcaico sistema elettorale ha consegnato gli Usa al tiranno “nazista”. Si dimentica però che Donald Trump – il guascone arricchito, l’ottuso conservatore, l’idiota – i suoi 59.551.275 voti li ha presi. E questo è un dato che, aldilà della vittoria finale, dovrebbe far riflettere gli oracoli che alla vigilia del voto sbeffeggiavano Trump profetizzando la sua disfatta.

Un’altra difesa abusata per far fronte allo schiaffo duro della realtà è quella di chi parla di un Trump eletto dalla parte più ignorante e ottusa dell’America, sostenuto solo da casalinghe annoiate che nulla sanno di politica, o da contadini incazzati dal  livello culturale infimo, fino al punto di proporre un test di educazione civica per l’accesso all’esercizio del voto (http://www.ilpost.it/2016/05/25/democrazia-voto-ignoranti/). Insomma, si perde miseramente e invece di analizzarne le cause si ribalta il tavolo da gioco e le pedine, si fugge arrabbiati perché le regole (conosciute nel dettaglio prima di sedersi al tavolo) sono diventate improvvisamente inaccettabili.

img_8781-1024x768Aldilà delle stucchevoli dichiarazioni apocalittiche dei media, è proprio questo atteggiamento difensivo, in realtà, che rende l’elezione di Donald Trump veramente pericolosa, perchè ci impedisce di guardare il dato nella sua inconfutabilità e, quindi, di capire fino in fondo il fenomeno di fronte al quale ci troviamo.

Donald Trump ha vinto le elezioni americane in maniera assolutamente legittima ed oggi è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Gli elettori americani l’hanno preferito ad Hillary Clinton esercitando il proprio diritto di voto come previsto dalla costituzione. Siamo in piena democrazia. Si urli e strepiti quanto si vuole, si scenda anche in piazza se si vuole, ma questo è un dato. Ora c’è da capire come possa un uomo così – di una pochezza intellettuale rara, con una povertà di argomenti imbarazzanti e che ha impostato tutta la propria campagna elettorale su frizzi e lazzi, bombe populiste irriverenti – convincere sessanta milioni di elettori a farlo diventare il presidente degli stati uniti d’America.

Accusare il popolo bue che vota seguendo la pancia, ritirandosi sulla torre di intellettuali illuminati non ci aiuterà a rispondere alla domanda; occorre piuttosto coinvolgersi, sporcarsi le mani e cercare di interpretare le dinamiche in gioco se non si vuole abbandonare la politica in pasto alle fauci fameliche dello spettacolo. Chi oggi decide di dare fiducia all’urlo scomposto di Donald Trump non è un alieno, è un uomo come me, come te. Un uomo colpito da una crisi economica senza precedenti e atterrito di fronte ad una globalizzazione senza più freni, in cui le identità appaiono minacce e non l’unico punto di partenza per una convivenza in un mondo globale. E’ un uomo incazzato che reagisce e che non trova più nella classe dirigente attuale un interlocutore credibile, capace di rappresentarlo e decide di affidarsi alle fantasie deformanti di un comico (il parallelo con il caso italiano è piuttosto automatico) che però è stato capace di leggere l’humus della gente, ciò che la gente vuole sentirsi dire. Dall’altra parte, invece, c’è l’elite dirigente presuntuosa dell’establishment della Clinton, sempre più autoreferenziale e distante anni luce dalle urgenze che bruciano sulla pelle degli elettori.

trump-dibattito-primo-clinton4-620x372In questo senso trovo molto pertinente la caustica definizione che ha dato Maurizio Rino Maniscalco: “Trump è la risposta sbagliata a domande giuste”. Ma se si vuole evitare di perdere un’occasione c’è bisogno di andare ad indagare il cuore di quelle domande più che sparare a salve sull’assurdità delle risposte, occorre interpretare che tipo di messaggio il mondo ci sta mandando, capire perché il popolo è sempre più scettico nei confronti della politica e sta decidendo di affidare la cosa pubblica alle leggi empatiche ma approssimative dello spettacolo.

Siamo di fronte ad un mutamento culturale imponente, ad un cambiamento d’epoca che chiede anche categorie interpretative inedite che le vecchie ideologie e schieramenti non possiedono. Come dice lucidamente Vittadini, le sinistre (storicamente il luogo del vero dibattito politico vicino alle classi più povere) stanno ormai da anni rincorrendo “il selvaggio liberismo di mercato”  , mercato che ha ridotto l’uomo, quel fascio irriducibile di esigenze, in un mero soggetto economico.

Forse, dunque, l’elezione di Trump può essere una grande occasione. L’occasione di capire che la politica, quella vera, deve velocemente ritrovare l’origine autentica del suo fare, l’umiltà di tornare ad ascoltare anche la pancia della gente, coinvolgersi con le periferie umane e geografiche, saper recepire le angosce, le paure, le esigenze, per poi interpretarle e veicolarle in una visione più ad ampio respiro dell’amplificatore del malessere che Trump ha saputo (e voluto) mettere in campo.

Ma per farlo occorre smettere di ignorare il fenomeno archiviandolo come un banale “bug” del sistema, ma innanzitutto saper arrendersi all’amaro sapore della sconfitta, dell’umiliazione. Senza sconti o scorciatoie.

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