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Elezioni americane / 2 Il palazzo, la piazza e i ristoranti vegani

“Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.” – Dante, Purgatorio I, vv. 71-72

A nausea oramai potrebbe giungerci il celebre pensiero di Guicciardini che, nonostante tutto, risulta decisamente attuale: «spesso tra ‘l palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India».

Nonostante oggi possiamo aver per certe le “cose che fanno in India” il palazzo e la piazza restano due mondi netti e separati, almeno finché il primo non si addentra nella seconda per ottener seguaci.
Ho parlato già su queste pagine di democrazia e popolo in relazione al riso, evidenziando questo come perfetto attributo “popolare” in quanto scaturito dalla pancia, l’organo – anch’esso – “popolare” per eccellenza. Oggi però che c’è poco da ridere e resta l’interrogativo del come è possible, lo shock dell’incomprensibilità. Basta poco però, indagando nel mare di opinioni e analisi più o meno corrette sulla vicenda, per rintracciare valide cause in questo processo, tant’è che quello che dico non è per nulla originale, ma tenta una breve visione d’insieme.

Il mio collega Nibali, nel primo articolo sull’argomento, centra il punto individuando il passaggio del popolo a platea, in buona sostanza da principio attivo della democrazia a principio passivo. Tale processo, tuttavia non è certo una colpa da attribuire allo stesso, ma risiede, ovviamente, nel progressivo allontanamento del potere dalla piazza. Tutto ciò di cui Clinton e il suo establishment è colpevole, infatti, è esser stata percepita non come una figura innovativa, ma (a suo modo) restauratrice, esponente di quell’entourage elitarista e burocrate che si estende dall’avvocatura a Wall Street. A nulla è servito presentarsi come una presidente donna (e non, si badi – ed è stato detto – come una donna presidente) né il pallido schermo della difesa dei diritti civili.
Nelle elezioni che cambieranno il mondo tanto quanto quelle del 2009 a farla da padrona, infatti, è stata la rabbia.
Una rabbia trasversale e covante in ogni “dimenticato” (i forgotten a cui si è rivolto il neoeletto nel suo discorso) spesso travalicando quel confine di differenza razziale più volte sbandierato dal candidato: neri, ispanici, minoranze etniche etc., non hanno esitato ad unirsi ad un coro di protesta (contraddittorio nei loro stessi confronti) in nome della rivendicazione concreta del diritto al dissenso. La rabbia è tale da far dimenticare o soprassedere sulla banale osservazione che chi promette di colmare quel divario col potere è proprio colui che, affermandosi, lo amplifica (storia lunga questa, da Pisistrato a Cesare…). E peculiare di questo potere è la sua vacuità nel momento della vittoria: vincendo, la rabbia devastatrice, deve incanalarsi per forza in quegli schemi che, precedentemente, ha criticato; essa diviene rivoluzione o dimenticanza.

Anni e anni di democrazia “dei partiti” e non “del popolo”, sono stati causa di tale violenza revanscista nei confronti del palazzo, in un progressivo scollamento che impedisce la compenetrazione dei due termini (popolo e istituzioni) in una dialettica produttiva, dando adito al tipo di demagogia e populismo accentratore di cui Trump è stata la perfetta sintesi: venite con me, riprendiamoci quel che è nostro. La promessa di un ponte, un accesso rinnovato (sulla base della violenza) alle forme astratte della politica odierna è ciò che smuove gli individui a rilasciare tutto l’odio trattenuto.
Ma odio per cosa e per chi?

La colpa delle democrazie è stata ed è duplice e parte da una pronda crisi culturale nel momento in cui esse non risultano essere più in grado di rispondere alle esigenze del singolo, se non in un ristretto campo di ordine economico. Colpevole della rabbia è anche l’eccessiva ipocrisia (a detta di alcuni) degli atteggiamenti egualitaristi che sono il più grande fardello della libertà democratica.

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Non se ne può più, si dice dalle frange destrorse, di dover rispettare gli altri, soprattutto se, come accade, il rispetto trapassa dall’accettabile “vivi e lascia vivere” al concretizzarsi in una sequela di infiniti atteggiamenti quotidiani che impediscono la libertà personale: non dire “negro”, non dire “frocio”, non fare battute sessiste, cucina un menù a parte per quello che non mangia carne, per quello che mangia pesce ma non carne, per quello che mangia solo verdure, litiga perché il disabile che deve salire prima di te sull’aereo ti fa aspettare al freddo, perché il migrante “ruba il posto di lavoro” (?!), apostrofa gli omosessuali che si baciano per strada e incazzati perché i cessi della discoteca invece che essere uno (così magari si sbircia qualche femmina) sono tre.
Troppi, troppi divieti, eppure che fare se, da qualunque parte, è presente un’autorità (non certo morale) a segnalare costantemente i miei errori quotidiani?
Attendere che arrivi un’altra autorità, che sbaragli tutto a suon di calci e pugni in nome del sogno americano, quello vero dei cowboy e delle pistole in vendita senza bisogno di scartoffie, del farsi giustizia da soli.

Chiudendo in una scatola il Novecento e il suo conflitto lungo un secolo, relegandolo a laboratorio di esperienze politiche errate e superate, si era pensato che la democrazia, in quanto unico sistema efficace e superstite, sarebbe stata giocoforza la forma politica egemone nel nuovo millennio, il quale, nel solo arco di un quindicennio, ha visto smonata questa tesi.
Ciò che si vuol dimostrare, da ogni lato e attraverso le più divergenti e opposte posizioni (sempre, però, tutte contra), è la fragilità, ma soprattutto l’inefficienza, della democrazia, la sua incapacità di rispondere effettivamente alla totalità degli aspetti umani di cui contrariamente si vorrebbe far garante dietro agli ideali propugnati.
Ma c’è poco da stupirsi dal momento in cui, storicamente, potremmo addirittura dire che essa non è che una forma di costante transizione tra governi autoritari più o meno dispotici. Quello che forse è la più grande delusione del nostro tempo, che vede crollare o quantomento in difficoltà le repubbliche, è il dato, per l’appunto storico, che vedeva nel Novecento la “lotta finale” tra democrazia e antagonismi. Usciti vincitori da questo conflitto assistiamo ora attoniti ad un percorso a ritroso, alla dimostrazione che le conseguenze durature della vittoria fossero solamente illusorie.

Fondamentale in questo ragionamento, però, è ricordare che finora a farla da padrona non è stata una democrazia qualunque, ma una sua specifica tipologia: la democrazia americana, incarnata nel capitalismo, nelle forze dell’industria, dell’economia e delle banche. L’America (e anche l’Europa) dei cosiddetti tecnocrati, dopo il crollo sovietico, ha impostato e influenzato un modello di democrazia specifico su cardini di giudizio variabile e mascherando i propri errori dietro ai schermi valoriali in una progressiva svalutazione degli stessi, oggi attaccati alle basi dall’esterno e, ora, dall’interno. Quello a cui assistiamo, in buona sostanza, personificato nell’icona di Trump, non è altro che la ribellione dell’America a se stessa, alla sua parte “migliore”, quella che tenta l’inclusione e non il rigetto, quella consapevole che l’ugugaglianza è un peso che obera ogni partecipante alla civitas del fardello del rispetto altrui e consapevole della difficoltà che è organizzare in forma civile e concreta questo tipo di coesione delle diversità.

I due termini fondativi del concetto di democrazia, libertà e uguaglianza, sono da sempre antinomie, esse si limitano a vicenda ed è solo dal loro equilibro che può nascere una corretta forma di governo. Oggi, però, esse sono giunte ad un conflitto così vasto da sacrificare la seconda in nome della prima, nella parvenza di un sogno egoistico deleterio.

Se il modello populista dilaga, come sta avvenendo, se l’odio e l’isolazionismo proliferano, se ci aspetta un’Europa nuovamente divisa e un’America al gusto di far west e polvere da sparo, l’Occidente dei migliori principi, della ragione, della filosofia e dei diritti ha fallito, portando nel baratro le idee luminose da lui stesso generate, sconfessandole coi fatti.

La resistenza deve partire perciò dalla consapevolezza che libertà, uguaglianza e democrazia sono una responsabilità quotidiana e pratica ed è proprio attraverso l’esercizio di tale responsabilità che si attua una forma democratica di civiltà. La vera libertà è  fatica, in netta antitesi con l’individualismo a casaccio e il livore egoistico che tentano di imporsi ad ogni angolo della storia, oggi anche politicamente, di nuovo.

[La galleria completa delle immagini qui riportate]

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