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Don Delillo a Genova: Zero K, la scrittura, la parola

Lo scorso mercoledì 26 ottobre, la Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale di Genova era pervasa dall’atmosfera delle grandi occasioni.
“Fino ad esaurimento posti”, un pubblico dei più variegati prendeva posto in sala, per aspettare l’arrivo di Don Delillo: per una volta, un incontro di stampo ed ispirazione non strettamente accademici è sembrato coinvolgere tutti, dai giovani, ai meno giovani, ai docenti universitari. E questo è senz’altro un primo dato positivo, per un ambiente culturale fazioso e frazionato (oltre che spesso scarso) come quello del capoluogo ligure.

coverUfficialmente, si sarebbe dovuto assistere alla presentazione di Zero K, ultimo romanzo di Delillo, uscito in Italia per Einaudi lo scorso 13 ottobre.
Ufficialmente, perchè nella realtà dei fatti lo scrittore americano (nato nel 1936, e da allora residente nel Bronx newyorkese) ha parlato di altro; e questo, nonostante il moderatore Francesco Pacifico (classe ’77, redattore di Nuovi Argomenti e del blog minimaetmoralia.it, nonchè autore di svariati romanzi e racconti) abbia tentato, per l’intera durata dell’incontro, di tenere il romanziere “sul pezzo” dell’ultimo libro, con ampie letture e riferimenti tratti proprio da Zero K.
Ma forse era prevedibile: forse, si poteva capire con un po’ di anticipo la “stoffa” di cui Delillo ha sempre dato prova di essere fatto. Non uno scrittore che (nel bene e nel male) gira il mondo per pubblicizzare il suo ultimo libro, e che del suo ultimo libro non fa altro che parlare, ma un artista che gira il mondo per tentare di spiegare la sua visione, il suo modo di fare arte.
Tenendo conto di questo aspetto della personalità di Delillo, forse la conversazione si sarebbe potuta gestire in modo diverso: ma non è stato un problema grave, perchè a tenerla in piedi ci ha pensato lo spirito critico, fino alla causticità e alla provocazione silenziosa, dello stesso scrittore americano.
Delillo ha evitato accuratamente infatti, quasi sempre, di rispondere in modo diretto alle domande di Pacifico; quasi come se le ritenesse di scarsa qualità e profondità. E senz’altro qui si trova più di un’oncia di quell’eccentricità, quella spocchia idiosincratica che caratterizza tutti gli artisti giunti ad una determinata soglia della loro fama; ma, d’altro canto, questo Delillo che amplia il discorso, che sfugge alle domande precise per poter allargare l’orizzonte delle sue risposte e riflessioni, è apparso soprattutto onesto. Un onesto artista, molto poco intellettuale, in una sala piena di gente che, va detto, non aspettava altro che intellettualismi. don_delillo_nyc_02

E’ così che, dalla “semplice” presentazione di un libro, si è passati, attraverso le misurate e calcolatissime risposte di Delillo, ad una discussione sull’arte di scrivere, sull’arte – quasi manuale – di fornire alla parola quell’intaglio che le conferisca bellezza, dignità artistica.
Descrivendo Zero K non come un romanzo di fantascienza, ma come storia di poetry fiction (“finzione poetica”), il romanziere americano si è presentato come un perfezionista del paragrafo, della frase e delle sue componenti: come tale, anche Zero K (nonostante la sua oggettiva brevità, specie rispetto ad altri lavori dello stesso Delillo) ha subito un lavorio incessante, durato, dice l’autore, quasi tre anni e mezzo; periodo nel quale dalla macchina da scrivere di Delillo sono uscite qualcosa come milleduecento pagine di bozze.
Ma bozze scartate o elette su che base? Sulla base dei temi che caratterizzano quelle pagine? Sulla base delle grandi riflessioni e tematiche che quelle righe dovrebbero convogliare?
Certo che no: ed è esattamente questo che rende Delillo un artista, più che un intellettuale.
“Il mio intero lavoro, sin dal suo inizio, si è sempre basato sulle frasi. Questo è quello che faccio. Io scrivo soltanto frasi.”
Questa descrizione della sua stessa opera di scrittore, certamente scontenterà i vari stuoli di ermeneuti incalliti, interpreti a tutti i costi. Questo rappresenta quest’idea, quest’altro rappresenta quell’altra idea…Niente di tutto questo.
Resta solo il suono di paragrafi, frasi e parole, con l’incapacità (così la definisce Delillo, ma forse sarebbe più interessante pensarla come non volontà) di guardare oltre, al di sopra o al di là della pagina.
E, naturalmente, resta il suono delle lettere: sono proprio loro, i caratteri, ad essere i veri atomi della letteratura. Non le idee, ma le lettere, con la loro forma, il loro suono: lettere come enti prima di tutto percepibili, dall’udito e dalla vista. Quando c’è una tale attenzione nei confronti della parola scritta, subentra una sorta di disinteresse per il pensiero astratto (che, vale la pena ripeterlo, è invece quello che fa prosperare recensori ed interpreti letterari, nonchè gli organizzatori di incontri come quello con Delillo): lo stesso Delillo ammette (o, forse, vuole farci credere) di non ricordare nei dettagli le trame, le tematiche dei suoi precedenti romanzi. Ricorda, certamente il senso generale, ma soprattutto ricorda il suono di alcune frasi.

Then we came to the end of another dull, lurid year.
cover-americana“E così arrivammo alla fine di un altro squallido, lurido anno”. L’incipit di Americana, primo romanzo di Delillo (pubblicato nel 1971), è utilizzato dall’autore come esempio del suo modo di costruire una frase a partire, anche, dalla visività delle parole. Gli aggettivi dull e lurid, infatti, contengono entrambi le lettere -d-, -u- ed -l-, che tuttavia, nella seconda parola sono disposte al contrario rispetto alla prima. In altre parole, un chiasmo costruito coi caratteri tipografici all’interno di due differenti elementi di una stessa frase.

E’ naturale, viene da dire a questo punto, che la seconda parte dell’incontro, dove Pacifico ha tentato (spesso invano) di scucire a Delillo maggiori informazioni sulla genesi e sulle idee dietro Zero K, sia apparsa più confusa e vaga rispetto alla prima. Da una parte, una lettura (quella di Pacifico, ma in verità quella attesa dalla maggior parte del pubblico) teorica, tematica, volta a trovare le chiavi interpretative per aprire e scoprire lo “scrigno” di Zero K; ma, dall’altra parte, inamovibile e coerente fino alla fine della discussione, Delillo, impegnato a riportare il tutto sul piano della forma della creazione artistica.
Come esempio, viene citata la parte centrale del romanzo, in cui (senza svelare nulla: anch’io non ho ancora terminato la lettura) c’è un personaggio che muore, ma si fa ibernare in una sorta di sonno criogenico che preservi il suo corpo, per poi risvegliarlo quando la tecnologia e la scienza saranno progredite a sufficienza da guarire la sua malattia.
Una coscienza che sta tra la vita e la morte, dunque, imprigionato in un corpo congelato in una sorta di semi-morte, o morte apparente, o morte temporanea, in attesa.
Condizione interessante, non c’è che dire: questo deve aver pensato Delillo, quando ha deciso di dar voce a quella coscienza “mista”. E come si può dar voce ad una coscienza, ad una condizione del genere? Alternando, per lo stesso soggetto, la prima persona e la terza persona, ad esemcover-uomo-che-cadepio. Ed ecco che torna, come un monito costante, la forma. Una forma mai fine a sè stessa, che significa sempre qualcosa.

Ogni cosa percepita, ogni cosa che succede, ha un significato profondo ed importante: a questo stesso modo nascono, già interi, i romanzi di Delillo.
Come L’uomo ch71zrx0xh6ele cade, ispirato, anni dopo l’undici settembre, ad una fotografia che ritrae un uomo in giacca, cravatta e ventiquattrore, coperto di polvere e calcinacci. Probabilmente è appena scampato all’esplosione, alla caduta, alla morte. Forse quella valigetta non è nemmeno la sua. Ed ecco un Romanzo, una Storia.
Come Underworld: il 3 ottobre 1991 ricorreva il quarantesimo anniversario del match di baseball tra New York Giants e Brooklyn Dodgers, evento importante per tutta la città. Riflettendo sulla ricorrenza, Delillo racconta di essersi recato alla New York Public Library, per visionare la prima pagina del New York Times del giorno successivo, 4 ottobre 1951. A sinistra, una colonna titolata riassumeva la partita della sera prima. A destra, con gli stessi caratteri, la stessa grandezza, lo stesso numero di righe, si leggeva: “i Sovietici fanno esplodere la seconda bomba atomica”. Ecco un altro Romanzo, un’altra Storia.
Porsi altre domande, di qualsiasi natura, è probabilmente inutile. Non ha senso chiedersi “di cosa parlano”, “che temi trattano” romanzi come Underworld o L’uomo che cade.

Così come non ha senso, o ne ha pochissimo, chiedere a Delillo, a fine incontro, cosa ne pensa del Premio Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.
Ha poco senso perchè, non appena si sentirà chiedere “ci dica qualcosa di Bob Dylan!”, Don Delillo non potrà fare altro che sorridere, un po’ beffardo, e mettersi a cantare Blowin’ in the wind.

Cosa ne pensi?