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Davòli, la luce discreta della poesia che accende la vita

La poesia ha un grande alleato, che può essere, allo stesso tempo, un grande nemico: la realtà, la vita. Ciò che le dà linfa, allo stesso tempo, la uccide. E viceversa. La poesia vive dunque in quello spazio residuale, in un misterioso equilibrio tra due fuochi, in quel punto luminoso che affonda nella notte, in cui la parola è capace di illuminare la realtà e di metterla a fuoco, introducendoci a una lettura più completa, totale. La parola poetica trascende la realtà e insieme la comprende. Quando la poesia smette di cercare la sorgente di ciò che si vede e si appiattisce sulla realtà diventa futile gioco, sterile virtuosismo. Viceversa, una poesia verticale, che fugge il mondo, evitando di compromettersi con la vita e le sue contraddizioni rischia di perdere la presa originaria sull’uomo e sulle domande che più gli urgono, le ferite che più sanguinano.

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Filippo Davòli

La poesia di Filippo Davòli, in quest’ultimo libro, si radica con ancora maggior convinzione rispetto al passato in questo interstizio misterioso in cui la parola poetica si coinvolge senza soluzione di continuità con la vita, con le sue storture, con le occasioni minime del quotidiano, per poi portare a galla l’ordito perennemente sotteso, taciuto. Nella puntuale nota introduttiva di Raffaelli, il critico anconetano fa notare il parallelismo tra il titolo di una raccolta giovanile di Davòli (Alla luce della luce) e il titolo della sua ultima fatica, La luce, a volte. Raffaelli denota come la luce dilagante del primo libro diventi, in un lungo percorso di maturazione, la luce occidua, intermittente, fortuita del quotidiano. Quello che può far pensare ad un inesorabile sbiadirsi dell’entusiasmo giovanile, o ad un’avanzata ineluttabile del buio che inghiotte tutto risparmiando solo alcune isole; è in realtà un percorso a rebours in cui il poeta avverte il bisogno di scoprire questa luce potentissima negli anfratti del quotidiano, è il dipanarsi di un’intuizione originaria che preme e chiede uno sviluppo orizzontale, nel mondo.

Non è un caso se nel percorso poetico di Davòli il verso ripido e scosceso degli esordi (evidentemente legato alla lezione ermetica dei padri del Novecento), negli anni abbia intrapreso una via più prosastica, si sia disteso in un’ampiezza narrativa più accogliente e melodica, senza però rinunciare ad una parola potente, capace di bucare la trama superficiale della realtà e andare alla ricerca del significato. Il verso ha come punto di riferimento l’endecasillabo montaliano, ma la regola metrica è continuamente elusa accordandosi all’intensità della voce: come un’onda, a volte tracima in un verso più lungo che ricorda Bertolucci o Sereni (grande maestro di Davòli fin dagli esordi), e a volte si ritrae in un verso breve a limite del frammento.

In ogni caso il punto di scaturigine del poetare di Davòli è una certezza di fondo. Una certezza che non fa di questo libro, come dice Rondoni nella sua lettura, un libro quieto e pacificato. Una certezza che non è un blocco monolitico, ideologico, che esclude il dubbio e tutto ciò che rimane fuori dal proprio orizzonte, ma una certezza che è piuttosto consapevolezza del limite umano nella comprensione della realtà e della sua origine, coscienza della presenza di un mistero che come la luce (a volte) si concede. Proprio per questo la certezza di un bene che sostiene il mondo spinge Davòli ad una ricerca instancabile di quei punti luminosi nei meandri talvolta oscuri della realtà, ad un’apertura senza misura all’altro in tutte le sue forme (la neve, il mare, gli incontri, la musica, la figura materna sempre presente): io so che apparirà/ l’altra madre nel volo/ in cui si attarda l’incubo/ di non trovarla.

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La luce, a volte, Filippo Davòli, liberilibri, 2016

La posizione vera del poeta è dunque quella di un ascolto profondo all’interno degli scarti minimi del tempo, nei quali ci si trova immersi in un blando miracolo. Una passività cosciente in cui il corpo si abbandona al ritmo naturale del mondo, delle stagioni, e si fa voce. In quest’attesa il dolore è un attraversamento inevitabile e consapevole, che nell’esperienza di Davòli, attraverso la parola, assume un valore catartico. E’ la disponibilità al sacrificio (nella sua radice etimologica di “rendere sacro”) che fa della poesia del poeta fermano una voce autentica, in cui non c’è ombra di formalismo o di téchne fine a se stessa. La poesia non è la salvezza, non è il fine del poeta, ma non è nemmeno gioco autoreferenziale, è piuttosto un drammatico processo di scarnitura, di eliminazione del superfluo fino alla scoperta della parola che brucia. Efficacissima, in questo senso, la dichiarazione d’intenti iniziale: ossifica la parola/ rendila acerba […] Regredisciti in essa fino a sparirti. Infatti, nonostante la perizia versificatoria che Davòli negli anni ha inevitabilmente affinato, in quest’ultima fatica letteraria si sente tutta l’urgenza del dire degli inizi. Anzi, se possibile, la vita con i suoi nodi inestricabili e la convivenza con la pagina dei maestri hanno irrimediabilmente affondato il poeta, trascinandolo a un punto ancora più profondo e radicale della consapevolezza di sé e della propria condizione. Quel punto che rappresenta il vertice dell’esperienza umana: la coscienza che il proprio io assume un volto nell’altro (se io fossi quell’altro che incontro), in un tu e in un noi (ma forse è della poesia questo farsi/ uno in altri, io un altro. Un altro io). Insistente il riaffiorare alla memoria della figura materna, che da spettro diventa occasione per il riconoscimento di una maternità più grande, indistruttibile, che abbraccia questa ferita perennemente sanguinante nell’alveo di un ventre insondabile eppure così luminoso (leggero era il giogo dell’abbraccio/ lieve il dolore, alta/ la misura della pace). In questo radicarsi nella vita ritornano alcuni topoi cari all’autore: in particolare gli elementi della terra, dell’aria (o vento) e della pioggia. L’arrendersi alla natura nel suo ciclo misterioso, concedersi ad un’appartenenza, è forma ineludibile per un disvelamento più autentico della realtà. In particolare l’acqua in tutte le sue forme (quella che entra dal soffito, la pioggia che batte la piazza, l’acqua per il cane) assume nell’immaginario davoliano un compito salvifico, in quello che può rappresentare un vero e proprio battesimo laico che monda la realtà dalla colpa della distrazione, dell’abitudine.

Davòli ama attardarsi nelle malinconie, in un memoriale dolente e dalle tonalità cangianti, ma è chiaro che questo perdersi non è una posa, un artificio poetico. Non risulta, infatti, mai stucchevole, ma se ne avverte tutta l’urgenza. Quello del poeta fermano è un perdersi nei meandri della memoria quasi per sottrarre i ricordi all’oblio, non semplicemente rievocandoli ma andandone a cogliere il suggerimento profondo, il quale risulta poi capace di illuminare il presente. In questo senso è un viaggio temporale continuo di andata e ritorno, tra il presente e il passato: l’istante è quel grumo percettivo attraverso il quale i ricordi riemergono trasformati, e, vicecersa, le figure del passato diventano spesso la lente attraverso la quale l’istante assume spessore, consistenza.

Se nel percorso di Davòli questo libro è un passo naturale e ancora più radicale nella ricerca poetica e umana del poeta; nel variegato panorama poetico contemporaneo rappresenta un esempio magistrale di una poesia autentica, che si lascia costantemente interrogare dalla vita, senza sconti, e ne diventa controcanto efficace, sfuggendo alle briglie della vicenda privata da cui nasce e trasformandosi in luce capace di illuminare il mondo e l’esperienza dell’uomo ad ogni latitudine; capace di dare voce alle sue urgenze, alle sue ansie, alle sue domande. Oggi, di esempi così, il mondo della poesia ha estremamente bisogno.

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