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Il credito ai consumatori secondo la disciplina del Testo Unico Bancario

Sempre più spesso oggi i consumatori per fare fronte a spese urgenti o per acquistare beni o servizi necessitano di ricorrere al mercato del credito per accendere un finanziamento. Negli ultimi tempi, sembra che i prestiti personali siano tornati a crescere ed il dinamismo di questa domanda di credito al consumo ci porta inevitabilmente a riflettere su quali siano i diritti dei consumatori dei prodotti creditizi alla luce della disciplina normativa contenuta del Testo Unico Bancario (Decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385).

Cosa si intende per credito ai consumatori?

Non è altro che l’attività di concessione del credito nell’esercizio di un’attività professionale o commerciale sotto forma di dilazione di pagamento, finanziamento o di altra analoga facilitazione finanziaria a favore di una persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività professionale o imprenditoriale eventualmente svolta. Sebbene già contenuta nel TUB al Titolo VI del Capo II con il Decreto Legislativo 13/08/2010 n.141, si è finalmente potuto raggiungere interessanti gradi di efficienza e stringenti oneri a capo degli operatori del credito. A differenza del recepimento normativo pregresso, l’odierna normativa recependo l’incipit della Direttiva 2008/48/CE ha disegnato un sistema autonomo che si snoda attraverso precisi presidi di trasparenza distribuiti in fase precontrattuale, ove è richiesta la consegna di determinati documenti informativi e, soprattutto viene imposta a valutazione dell’outstanding creditizio del consumatore (art. 124 bis TUB) al fine di evitare esposizioni debitorie eccessive e quindi il sovra-indebitamento, con l’obbligo d’astensione in caso di valutazione negativa. L’intento è quello di favorire pratiche di concessione del credito responsabili non alimentando condotte scorrette e, talora approfittatorie dello stato di necessità in cui può versare il cliente costretto a finanziare il proprio debito spostando il baricentro della tutela da un onere di avvedutezza ad un obbligo di assistenza del broker creditizio.

Informazioni e documenti in fase contrattuale

Per quanto poi concerne la fase prettamente contrattuale, il novello testo del TUB (art. 125 bis, comma 1, TUB) inizia con il ribadire il requisito della forma scritta ad substantiam che era già previsto nella previgente disciplina (art. 117, comma 1 e 3 TUB). Il contratto dovrà, inoltre, contenere necessariamente le informazioni essenziali dell’operazione, il cui compito di individuazione è stato affidato alla Banca d’Italia. Tra di esse saranno ricomprese quelle informazioni per le quali la precedente normativa prevedeva la mandatory disclosure: importi e scadenza delle singole rate, TAEG e condizioni della sua modificabilità, eventuali garanzie o coperture assicurative richieste. E’ inoltre sancita la nullità del contratto di credito in caso di mancanza delle informazioni essenziali concernenti:

  • il tipo contrattuale,
  • le parti
  • l’importo totale del finanziamento
  • le condizioni di rimborso.

E’ disposta la nullità delle clausole contrattuali, le quali devono essere considerate come apposte, che facciano riferimento agli usi per la determinazione dei saggi di interesse e delle altre condizioni praticate, nonché la nullità delle clausole che prevedano tassi o condizioni più sfavorevoli per i consumatori di quelli pubblicizzati (art. 117, 6 comma TUB, cui fa rinvio al nuovo art. 125 bis, 2 comma TUB). La legge si preoccupa di affrontare il nodo del collegamento negoziale tra contratto di acquisto del bene o del servizio di finanziamento trascurato in termini di efficacia dalla vecchia disciplina. Il novello art. 125 quinquies TUB, nei contratti di credito collegati, ed “in caso di inadempimento da parte del fornitore” dei beni o dei servizi, sancisce la possibilità per il consumatore, dopo aver inutilmente effettuato la “costituzione in mora” del fornitore, a richiedere la risoluzione del contratto di credito sempre che “con riferimento al contratto di fornitura di beni o servizi ricorrano le condizioni di cui all’articolo 1455 del codice civile”. A condizione che il consumatore abbia provveduto alla “costituzione in mora” del fornitore e che sussista un “inadempimento graveex art. 1455 c.c, si potrà invocare la risoluzione del contratto di finanziamento in forza del collegamento negoziale con il bene o il servizio. La risoluzione del contratto di credito comporterà l’obbligo del finanziatore di rimborsare al consumatore le rate già pagate nonché ogni altro onere applicato e non comporterà l’obbligo del consumatore di rimborsare al finanziatore l’importo già versato.

Diritto di recesso del consumatore

Un tale beneficio per il cliente non è l’unico aspetto interessante della normativa in quanto con la stessa si introduce un altro strumento in materia di recesso. Se prima della riforma era possibile recedere dal contratto di finanziamento entro 14 giorni solo se questo fosse stato concluso a distanza o fuori dai locali commerciali, oggi il consumatore può recedere dai contratti di finanziamento entro 14 giorni dalla stipula in qualsiasi caso e senza addurre motivazioni particolari se non il semplice ripensamento, e tenendo presente che, ove già erogate somme da parte del finanziatore, il consumatore dovrà restituire nei 30 giorni successivi, il capitale e gli interessi maturati fino a quel momento nonché le tasse dovute. Al consumatore non potrà essere richiesta altra somma a titolo di penale; il recesso dal contratto di finanziamento non comporterà automaticamente il recesso dal contratto d’acquisto del bene dal quale si potrà recedere entro 10 giorni a condizione che sia stato concluso fuori dai locali commerciali o tramite tecniche di comunicazione a distanza.