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Cinefilia e Masochismo

È lunedì, sveglia alle 6,00, un senso di nausea, di spossatezza, di incubo. Mi giro e rivolto. Poi mi alzo. Devo partire per la mia lunga giornata universitaria, finirò alle sette di questa sera.
Nausea, studiare, parlare, narcolessia, influenza.
Sono le 20,00 finalmente sono a casa ma mi sto lavando e ri-vestendo. Perché?
Cinefilia e masochismo.
In centro c’è un piccolo cinema che proietta film in pellicola il lunedì sera. Questa sera è il turno di Solaris il film di Tarkovskij del 1971 che venne considerato erroneamente dalla propaganda cinematografica Italiana la risposta sovietica a 2001 Odissea nello spazio (che baggianata). La proiezione è rigorosamente in versione originale 166 minuti in Russo, sottotitolata.
Si parte; –tatatata– sussurra il proiettore posto sopra le nostre teste. I titoli con l’accompagnamento del preludio corale per organo di Bach carica di aspettative lo spettatore, lo stravolge ed emoziona. Nemmeno io sono immune al fascino del nero e nelle note. Una sensazione sul fondo dello stomaco che fa dimenticare la spossatezza e i cattivi odori di alcolici rappresi di cui la sala è intrisa.
Il film inizia, la storia si dispiega lentamente sotto gli occhi dello spettatore, mentre il lungo piano sequenza statico sul viso del pilota Anri Berton sul taxi che lo conduce lontano dalla casa del protagonista dà l’impressione che voglia traghettare chi guarda in uno stato mentale distante dalla realtà. Alienazione dell’immagine funzionale.

La pellicola scorre rumorosamente e io alterno stati di completa attenzione e momenti in cui la corporalità prende il sopravvento, la nausea, il freddo, la febbre e la stanchezza. La notte, nella sala, prende una piega completamente onirica, i personaggi sullo schermo prendono vita dopo la morte e sono immortali a largo dell’oceano di Solaris (pianeta su cui si ambiento quasi interamente il film), mentre attorno a me presenze, pensieri.

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Poi Tarkovskij si trasforma anche lui davanti ai miei occhi, vedo ironia in quello che sto guardando, sento le persone ridere attorno a me (è mai successo? Non potrei giurarlo) e vedo come Lars Von Trier lo abbia amato.
Entro in un sogno nel quale il pianeta che distrugge la Terra in Melancholia è effettivamente Solaris. Nella distorsione della mia malattia mi pare tutto estremamente chiaro. Ecco come Bruegel diventa molto di più che un riferimento: diviene un portale dimensionale, nella sala in cui fluttuano gli innamorati nella stazione spaziale di Solaris per i 30” di 0 G, e nella biblioteca in cui Kirsten Dunst, Justine, si lascia prendere dallo sconforto il giorno delle sue nozze in Melacholia. Poi i lupi disegnati sul retro della lettera di addio di Hari 2 mi riportano alla natura selvaggia di Antichrist.

I suoni del sintetizzatore Russo.
Il finale, sull’isola,
abbandono.
Le luci si accendono, mi guardo attorno, i volti mi sembrano deformati, è l’ora di tornare a casa. Pensieri comici, poi di morte, poi di resurrezione. L’eterno ritorno? Si alternano.
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F. mi chiede cosa penso del film, io non so rispondere, non credo di aver visto lo stesso film che ha visto lui.
La storia annacquata si discosta dalle forti sensazioni che la pellicola trasudava.

Arrivo a casa, ascolto gli Air, mi addormento.

Cosa ne pensi?