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Che cosa è Arte?

Nel 1917 Marcel Duchamp, sotto lo pseudonimo di Richard Mutt presentò alla Society of Indipendent Artists il celebre ready-made “Fountain”. L’opera fu rifiutata perché non le si riconobbe una sua artisticità. Per questa ragione, l’opera, nella sua versione originale, non venne mai esposta al pubblico e qualche anno dopo andò perduta – con molta probabilità venne gettata nella spazzatura.

Particolarmente interessanti sono le ragioni che portarono al rifiuto del ready-made. All’orinatoio, che fu presentato nella sezione “scultura” non venne riconosciuta una sua intrinseca artisticità. Ci sono due elementi da sottolineare. Innanzitutto, l’arte appartiene a quel peculiare dominio di istituzioni sociali e culturali costrette inesorabilmente e continuamente a legittimare la propria esistenza.

5-duchamp-fountainOgni, artista, è costretto presto o tardi a rispondere alla domanda: a cosa serve l’arte? Questa domanda è, potremmo dire, riferita all’esterno. Coloro che fanno parte della comunità dell’arte devono legittimare verso chi non ne fa parte l’esistenza della pratica artistica. In ciò, come abbiamo detto, l’arte si distingue da altre creazioni sociali e culturali. Nessuno, perlomeno in Occidente, chiede più allo Stato o al denaro, di legittimare la propria esistenza, nelle forme in cui ne siamo venuti a conoscenza, così come non chiederemmo alla comunità degli idraulici, per ora, di legittimare la loro esistenza, ovvero di rendere conto della loro utilità.

È importante notare che tutte le domande riferite alle istituzioni culturali, arte compresa, aventi la forma “a cosa serve?” poggiano su un sistema assiologico utilitarista che identifica il bene con ciò che utile. È chiaro che posta in questi termini, e secondo questi pre-giudizi, la domanda sull’utilità dell’arte non può ottenere una risposta soddisfacente in quanto chiede all’arte, e alla cultura in generale, qualcosa che è essenzialmente estraneo a queste istituzioni umane. L’arte, è un’attività umana di secondo livello, non primaria. Essa esiste nella misura in cui sono soddisfatti i bisogni primari.

Tuttavia, mentre apparirebbe assurda la richiesta alla comunità degli idraulici di legittimare la loro propria esistenza (sebbene credo sia interessante domandarsi se questa domanda sia assurda “alla stessa maniera” di quanto lo fosse trent’anni fa e se lo sia analogamente alla stessa domanda posta, ad esempio, agli ingegneri informatici) e quella del loro mestiere, potremmo domandarci per quali ragioni, mentre alcune istituzioni umane come ad esempio lo Stato non debbano legittimare la propria esistenza, anche nei termini dell’utilità sociale, altre, come l’arte, debbano continuamente legittimare la propria esistenza nei confronti di chi non fa parte del mondo dell’arte – e se non ci piace l’utilitarismo possiamo riformulare la questione nei termini di un: “perché facciamo arte? Perché abbiamo questo bisogno?”.

Per rendere conto di queste differenze credo si debba tornare all’orinatoio rifiutato dalla Society of Indipendent Artists nel 1917. L’opera venne rifiutata perché non era riconducibile ad una delle etichette dell’arte. La definizione di ciò che era considerato arte non si applicava al ready-made di Duchamp. L’arte, soprattutto a partire dal post-impressionismo, possiede una sua interna instabilità relativa alla difficoltà di fissare in una teoria univoca proprietà essenziali delle opere d’arte in grado di funzionare da criterio per stabilire cosa sia e cosa non sia arte.

Questo perché l’arte sembra avere una sua intrinseca dinamicità per cui alcuni casi di “opera d’arte” sono in grado di modificare la definizione stessa di arte e dunque la corrispettiva teoria di riferimento. Al contrario, istituzioni umane come lo Stato, la religione, il denaro hanno raggiunto una loro stabilità relativamente alla definizione delle loro proprietà essenziali e quindi sono in grado di eludere la domanda della legittimazione della loro esistenza e dei casi in cui siamo di fronte ad un esempio di denaro, stato, ecc.

Il 1917 e il caso di Fountain sono proprio il simbolo di ciò che avvenne all’inizio del XX secolo in seno all’arte. I membri della commissione che giudicarono la non artisticità dell’opera si riferirono ad una teoria dell’arte che non era più in grado di funzionare da criterio della artisticità dell’opera. Fountain aveva, in altre parole, modificato la teoria dell’arte, solo che i membri della Society of Indipendent Artists ancora non lo sapevano. La peculiarità di Fountain risiede proprio nel suo essere un ready-made. Se la teoria di riferimento precedente a Duchamp attribuiva alle opere d’arte la proprietà artisticamente rilevante di esser state fatte da qualcuno, l’orinatoio venne preso già fatto dalla catena di montaggio che lo produsse, possedeva in altre parole la proprietà opposta a quella tradizionalmente riconosciuta dalla teoria di riferimento.

5-brillo-boxIl carattere dinamico dell’arte e la presenza di una sottostante teoria che stabilisca che cosa sia o non sia arte furono al centro delle riflessioni di Arthur C. Danto (1924-2013). Filosofo e critico dell’arte, concentrò la sua riflessione intorno ai temi sin qui esposti. Che cosa, si domanda Danto in “Artworld” (The Journal of Philosophy, 1962), fa in modo che questo Brillo Box sia considerato arte, per il semplice fatto di portare la firma di Andy Warhol e i normali cartoni della Brillo che troviamo sugli scaffali dei supermercati invece non lo sono? Che una differenza ci sia ce lo dice, tra le altre cose, il costo di questi oggetti, che sebbene identici hanno prezzi estremamente diversi tra loro.

La questione dell’artisticità di questi oggetti diventa ancora più pressante se si confrontano oggetti d’arte come l’orinatoio o il Brillo Box con opere d’arte “tradizionali” come ad esempio un dipinto di Botticelli. Con quale pretesa possiamo sostenere che la Nascita di Venere sia arte alla stessa stregua di una stampa di Roy Lichtenstein, del nostro orinatoio o addirittura di un happening di Marina Abramovic?

5-venereLa risposta di Danto va ricercata in quella che più sopra abbiamo definito come dinamicità della teoria dell’arte, cioè nella capacità delle opere d’arte di creare una frattura con tutto ciò che tradizionalmente si attribuisce all’arte e continuare ad essere considerata tale. Con l’orinatoio Duchamp introdusse una nuova proprietà identificativa delle opere d’arte. A partire da quel 1917 le opere d’arte potevano anche non essere oggetti prodotti dall’uomo (artefatti) e questo significò che alle opere d’arte pre-1917 sarebbe stata attribuita la proprietà artisticamente rilevante di essere oggetti prodotti dall’uomo. Analogamente in pittura l’avvento della pittura astratta, ad esempio Kandinskij, introdusse la proprietà artisticamente rilevante di non essere arte figurativa, agendo retrospettivamente sull’arte precedente cui venne attribuita la proprietà artisticamente rilevante di essere arte figurativa. Queste proprietà sono, per così dire, latenti nelle opere e non diventano oggetto di una teoria di riferimento finché non vengono tematizzate, in forma opposta, dal progresso artistico.

L’intrinseco dinamismo dell’arte consiste, in altre parole, nella sua capacità di creare opere d’arte che introducono una nuova proprietà artisticamente rilevante che viene utilizzata come nuovo criterio per stabilire ciò che è arte da ciò che non lo è, in una maniera che non era possibile per gli appartenenti alla comunità dell’arte prima di questa novità stilistica, concorrendo in definitiva all’elaborazione di una nuova teoria di riferimento. Questo carattere relazionale delle proprietà artisticamente rilevanti è ciò che consente, pur nelle loro diversità di poter sussumere sotto la categoria ‘arte’, esperienze estetiche così diverse e lontane tra loro.