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Certezza, verità e mondi impossibili: RickduFer, filosofo 3.0

RickduFer: studioso, scrittore, youtuber: possiamo dire Filosofo 2.0?

Possiamo dirlo; forse direi 3.0, perché 2.0 è Diego Fusaro! [ridiamo]
Il mio ruolo è sempre quello di fare il cantastorie. Il mio atteggiamento in tutto quello che faccio è narrativo, la cosa fondamentale per me nel teatro, nella letteratura, nella scrittura creativa e sopratutto nella filosofia è raccontare. Raccontare una storia che sia coinvolgente, costruire un paesaggio in cui le persone si sentano coinvolte. Direi a metà strada fra il cantastorie ed il paesaggista. Questo lo faccio non con l’illustrazione ma con la filosofia, con la letteratura e con le parole, che sono le cose che ci rendono umani, insomma.

A proposito dei tuoi libri: sono rimasto colpito dal tuo romanzo “I Pianeti Impossibili“. Com’è nato? Qual è la storia?

copertina5-ipianetipossibili-250x350“I Pianeti Impossibili” parla di un viaggiatore nello spazio alla deriva il cui equipaggio è stato decimato e quindi lui è l’unico sopravvissuto. La nave sta andando alla deriva senza che i motori o  i sistemi di comunicazione funzionino e quindi lui aspetta la fine così, sì sente quasi in dovere di registrare questo messaggio, che non sa se qualcuno ascolterà mai, in cui racconta i trentasette pianeti impossibili che ha visto. Non sa se li ha visti realmente o se è stato preda delle allucinazioni della sua solitudine però lui sa di averne avuto esperienza. Diciamo così: il viaggio e i pianeti sono tutti paradossi, giochi logici narrativi, “mondi impossibili” proprio come dice il titolo e proprio per questo estremamente possibili.
Il romanzo nasce in realtà come un gioco: da qualche mese non scrivevo, ero molto stagnante dal punto di vista della scrittura e quindi ho cominciato a fare esercizi di scrittura creativa, quelli che si devono fare sempre prima di arrivare a produrre qualsiasi cosa, qualsivoglia romanzo. E quindi ho cominciato a costruire questi paesaggi sottosopra, paradossali, impossibili e piano piano questi paesaggi sono cominciati a diventare popolati di persone, di cose, di elementi e sono diventati letteralmente pianeti. Mi sono ritrovato ad averne moltissimi ed ho pensato: funziona. Ne ho scritti più di sessanta e da questi ne ho scelti trentasette (numero primo, non dimentichiamocelo) e ci ho costruito la cornice narrativa. C’è da dire che sono stato influenzato dalla lettura di “Solaris” e “Le Città Invisibili” di Calvino, che avevo terminato da poco, infatti una delle prime recensioni recitava “le Citta invisibili ai tempi di Interstellar”.

Tra le altre cose hai anche dato il via alla “Stand up Philosophy”. Che cos’è?

hqdefaultLa stand up Philosophy è un’idea che nasce nei miei primi anni di università: studiavo filosofia e teatro di improvvisazione. Dopo aver fatto esperienza di stand up (all’inizio sbagliando, riprovando e sbagliando ancora) ho trovato il mio metodo: utilizzare le mie nozioni di filosofia durante gli spettacoli, in termini satirici. Questo dovuto anche al fatto che il mio periodo universitario è stato molto allegro, avevo un compagnia di amici con cui sempre scherzavamo con la filosofia e sulla filosofia. Il mio prendermi sempre poco sul serio lo devo molto a quel periodo, ai miei docenti, a Franco Volpi: uno dei più grandi studiosi in Europa era il primo a bersi una birra con i suoi studenti e ridere e scherzare di se stesso. Il prenderla poco sul serio secondo me è uno degli aspetti della filosofia che la rende tale.
Non avevo il tempo e probabilmente la maturità per farlo fino ad un anno e mezzo fa quando ho ripreso in mano la cosa, ho scritto lo spettacolo che ha fatto il suo esordio in un piccolo teatro di Schio (VC) e da lì mi sono accorto che funzionava. L’aspetto più importante delle cinque date che ho fatto, fra cui Roma e Padova, è la reazione del pubblico: coinvolto e pensante che mi sommerge di mail al termine raccontandomi le sue emozioni.
È una vera e propria via di mezzo fra la stand up, la satira da risata sguaiata ed una conferenza filosofica, non per questo meno divertente.

Accademia Orwell: la tua scuola per imparare a pensare ed esprimersi. Ha a che fare con la maieutica?

Sì! Io insegno scrittura creativa da molti anni ormai. Prima a Padova, dove affiancavo alcuni professori e poi sviluppando un mio percorso personale perché trovavo sempre che ci fosse questo limite enorme ovvero di dire alle persone “come io scrivo”, il mio stile. È quello che avviene in molte situazioni, ad esempio tra tante la scuola “Holden” di Baricco. Nei corsi di scrittura si trasmette lo stile dell’insegnante. Dietro l’insegnamento della scrittura creativa c’è il tentativo di far pensare e, sopratutto, attraverso il pensiero di liberare l’espressione e quindi di permetterti di trovare il tuo stile, la tua libertà espressiva. Quindi il ruolo dell’insegnante non è quello di trasmetterti ciò che lui fa. Non parlo mai di ciò che scrivo io ma fornisco strumenti proprio maieutici che facciano in modo di liberare l’espressione degli allievi.
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Per me la scrittura, la letteratura e la filosofia hanno come radice comune il rapporto irriducibile con sé. Ed è attraverso questo rapporto che tu riesci ad arrivare all’altro. Non è costruendo il qualcosa “che piace” che tu riesci a comunicare qualcosa. È solo costruendo un tuo stile che sia irriducibile a quello degli altri.
Concludo dicendo che uno dei principi dell’Accademia Orwell è che quando comunichi il tuo interlocutore abbia chiaro che quella storia non può che essere raccontata da te ed in quel modo. È questo che rende grande un capolavoro. Quando leggi “Delitto e Castigo”, che la storia ti piaccia o non ti piaccia e che lo stile ti piaccia o non ti piaccia, tu senti che quella storia non poteva che essere scritta in quel modo e da quella persona.
Credo che questa sia la libertà espressiva, è questo che coinvolge.

Filosofia: la ricerca della verità. Ma che cos’è la verità nel 2016? Dove la troviamo?

3ef6d25727952681ab1c57e728f8074c_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyParto con un paragone letterario: spesso in letteratura si dice che uno scrittore debba dire la verità, ma il problema è che cos’è la verità. Il mio autore preferito della letteratura americana è William Faulkner. Faulkner scrive un romanzo che si intitola “Mentre morivo” (che è uno dei più grandi capolavori di sempre) e qui dentro accade una cosa. “Mentre morivo” è la classica storia di una famiglia americana del sud degli Stati Uniti che vive una vicessitudine: sta morendo la matrona di questa famiglia e la famiglia si organizza per portare il corpo oltre il fiume per seppellirla, mescolando quindi vicissitudini e pensieri intimi dei personaggi.
Attraverso una finzione quel romanzo dice la verità. Non perché quella storia sia realmente accaduta; magari ne sono accadute molte altre simili ma non quella di Faulkner. Non è la verità fattuale, non quella verificabile, ma la verità intima ed autentica dell’animo dei personaggi. La cosa che mi interessa è questa: come fa Faulkner, inventandosi una storia, a dire la verità? Per me la risposta è allo stesso tempo semplice e molto complessa: è semplice perché non fa altro che ritrovare dentro di sé quelle voci, quella folla quei tantissimi personaggi che sono dei cattolici bigotti, cinici atei, violenti, vittime e tutti restituiti con una autenticità pazzesca. Riesce a farlo perché approfondisce se stesso. Dentro di sé trova questi personaggi. Questa à la verità in letteratura… ed anche in filosofia.

Riuscire a trovare dentro di sé gli altri.

Per me oggi quello che fate con Midnight è fondamentale: informazione sempre oggettivamente verificabile. Questo, però, ha molto più a che fare con la certezza che con la verità. Questo deve essere completato con il fatto che ogni persona di fronte alle certezze del mondo deve cercare di capire come quella certezza si connette alla propria sensibilità, al proprio modo di vivere. È il doppio movimento di Bergson, il quale dice che se da un lato c’è un tempo che è misurabile con certezza matematica dall’altra c’è un tempo che non è matematicamente misurabile, che non è certo ma che è la durata irriducibile della mia esperienza.

E quella è la verità in filosofia.

Tanti modi di comunicare ma sembra tu abbia chiaro un obiettivo. Qual è?

I miei obiettivi sono tanti, ma forse possiamo ridurre il tutto a un duplice obiettivo. Il primo anzitutto è provocare. Vorrei provocare una domanda nelle persone. Ridotta al minimo: far leggere le persone. Il mio canale YouTube ha quell’obiettivo, posso darvi tutte le informazioni ma finché non affrontate i testi non andate da nessuna parte.
L’altro obiettivo che forse è ancora più ambizioso è quello di ridare alla filosofiail ruolo che ha sempre avuto. Negli ultimi settanta, ottanta anni la filosofia si è relegata in quelle che chiamo “le zone di comfort”. Si è sviluppata solo in ambienti in cui chi aveva le conoscenze già sapeva di rivolgersi ad altre persone che condividevano i messaggi ed il linguaggio.
Oggi c’è la necessità di riportarla fuori. Chi possiede la conoscenza di filosofia, di scienza o del sapere in generale ha la necessità ma sopratutto la responsabilità di portarla fuori ed ho scelto il luogo più selvaggio per farlo: il web, che è realmente la nuova agorà.
Quella che Socrate cercava di risvegliare con la maieutica non è più la piazza delle città o meglio, anche ma sopratutto la piazza virtuale dove c’è selvatichezza spinta del pensiero. E questo è il mio obiettivo.
Racconto un aneddoto molto divertente: quando sono stato al “Festival della Comunicazione” a Camogli ho cenato con Piero Angela ed abbiamo chiacchierato tutta la sera; ma l’esordio è stato tragico. Quando ci siamo presentati mi ha chiesto cosa facessi ed io ho risposto “divulgazione filosofica”. Lui mi guarda e dice “Ah! I suoi colleghi dicono un sacco di baggianate!”. Io rispondo “Sì, è vero. Ma sa che se le persone seguono le baggianate è perché voi, per dieci anni, non avete mai preso il rischio di mettere la faccia su internet?”.
C’è stato il gelo per quindici secondi. Poi, però, c’è stata una discussione molto interessante in cui io ho detto che se siamo a questo livello è perché per ogni sito che cerca di fare le cose come si deve ci sono dieci siti che cercano di diffondere bufale. Quei dieci siti per dieci anni non hanno mai avuto il contraddittorio di chi quelle informazioni le aveva per davvero e chi faceva conoscenza si è relegato nelle zone di comfort. Provocazione: è facile fare Super Quark con il pubblico costruito da quarant’anni.

Ora avrei una domanda che potrebbe sembrare “classica” ma per me è molto attuale:
l’assunto di Jasper che la religione sia utile alla filosofia perché la mantiene nell’inquietudine è ancora plausibile? Il mondo, nel 2016, è più credente o ricercatore?

Mettiamola così: di fondo io sono ateo; non ho fede, ma ho fiducia. La fiducia nell’altro, nel prossimo. In questo periodo sto subendo uno stravolgimento interiore – nessuna conversione o visione mistica, niente di questo tipo – leggendo in contemporanea il “Libro Rosso” di Jung e L'”Esegesi” di Dick. Sia Dick che Jung di fatto aprono uno sguardo religioso sui pensieri che ho cercato di sviscerarti in questa intervista.
Finora ho sempre vissuto la fede come qualcosa di completamente diverso dalla fiducia; sulla base della domanda che mi hai fatto però comincio a pensare che al di là dell’istituzione religiosa un certo tipo di rapporto con la propria soggettività ti porta inevitabilmente a rivalutare il concetto di fede. Non la fede in qualcosa di ultraterreno ma reale che all’interno di noi esista un sostrato che Freud chiamava inconscio, Jung chiama immaginazione attiva, Dick chiama valis che ci connette tutti ad una medesima origine. Quell’origine non è necessariamente religiosa, ad esempio Darwin nell'”origine delle specie” indica come origine, come sostrato, la provenienza della nostra specie dicendo che noi, in qualche modo, condividiamo con la salamandra una struttura potenziale. Perché riesco a provare empatia? Proprio perché riesco ad approfondire sufficientemente la mia soggettività, il modo in cui io sono costruito, nella mia struttura primordiale e riesco a ritrovare la struttura che permette a te di sentirti in quel modo. E perché riesco a sentirla? Perché condividiamo lo stesso percorso.

Per arrivare all’assunto di Jaspers, esiste una strada difficilissima da descrivere (forse proprio perché non ha niente a che fare con il linguaggio)  per cui quella cosa che chiamiamo religione in effetti crea la condizione di esistenza non solo della filosofia ma delle relazioni stesse.

Infine: sei d’accordo con il pensiero di Leibniz ovvero che questo è il migliore dei mondi possibili?

Premettiamo che quello che voleva dire Leibniz non aveva niente a che vedere con l’etico o con il politico. Leibniz parte da un presupposto molto simile da quello da cui sono partiti i vari Bresson, Dick o Jung: essendo noi delle monadi dalle finestre chiuse è solo all’interno di noi stessi che riusciamo a trovare il contatto con l’altro perché teniamo in potenza l’intero universo.
Al di là delle interpretazioni mistiche che se ne possono dare, io credo che questo abbia molto a che fare con le intuizioni darwiniane, per esempio: se ci siamo sviluppati tutti da una stessa materia significa che dentro di noi potenzialmente c’è tutta la struttura per esprimere ogni cosa esistente nell’universo.
In questo senso come fa Leibniz a dire che è il migliore dei mondi possibili? Semplicemente dicendo che le cose non possono che stare in questo modo; è evidente che, partendo dal presupposto che noi ci sviluppiamo attraverso una struttura che condividiamo tutti, questo non può che essere il migliore dei mondi possibili. È una necessità ontologica, logica. Sono pienamente d’accordo con Leibniz. Inoltre questo pensiero ci porta a responsabilizzarci.
Per assurdo è un determinismo che ci responsabilizza. Di solito quando si parla di determinismo si dice “allora non siamo liberi, tutto è giustificato” ma in realtà non è un determinismo destinale, come quello che voleva Haegel – che diceva che c’è un destino verso cui tutti siamo proiettati o, che è lo spirito assoluto – o Marx – il quale, con i dovuti distinguo, ha un pensiero determinista, materialista e destinale. Leibniz no. Leibniz dice che è tutto determinato ma siamo noi a “star destinando” le condizioni di quella determinazione. Quindi ti responsabilizza. Di nuovo torniamo da questo pensiero a quello di Bergson: quando dice che in realtà il mondo non è stato semplicemente creato ma il mondo è l’atto stesso di creazione. Ma quindi se il mondo procede per determinismi, per stratificazioni e non può che essere così, dall’altra parte il tuo atto che stai compiendo adesso è la continuazione di un atto di creazione che è, in questo momento, in creazione – un work in progress.

Ed è per questo che è il migliore dei mondi possibili, per Leibniz.

Cosa ne pensi?