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Una certa idea di Europa: un invito polemico alla rilettura di George Steiner

“L’Europa è ancora una buona idea?”.

Era il 2004 e stava per iniziare il semestre di presidenza olandese alla guida del Consiglio europeo. Quelli del Nexus Institute di Amsterdam ne approfittarono per porre la spinosa domanda a George Steiner.
Lui, invece che passare la patata bollente a qualcun altro, con slancio da intellettuale affezionato alle utopie, accettò. Fu abbastanza coraggioso da tenere una conferenza a riguardo, il cui contenuto è poi diventato un libricino, pubblicato in Italia nel 2006 da Garzanti e intitolato Una certa idea di Europa. Si tratta di un pamphlet prezioso, che bisognerebbe rileggere – un po’ come quel Manifesto di Ventotene firmato Spinelli-Rossi, spesso citato come fondativo, ma mai letto davvero.

venteuropa-2Sono passati dodici anni da quella conferenza. Quest’anno, da luglio a dicembre, la guida del Consiglio europeo spetta per la prima volta alla Slovacchia. Proprio nella capitale Bratislava, il 22 settembre scorso, si è tenuto il primo vertice informale dell’Europa dei 27, senza la Gran Bretagna.

L’Unione Europea perde pezzi, dunque, ma George Steiner rimane un uomo poliedrico, dalle tante etichette e competenze, un superstite dell’interdisciplinarietà, un esponente di quella cultura occidentale ampia e circolare (alla Umberto Eco, per intenderci) che recentemente se la passa piuttosto male –  incalzata com’è dalla tendenza a specialismi, tecnicismi e frammentazione del sapere. E’ francese, ebreo, intellettuale, umanista, poliglotta, filosofo, linguista, teorico della letteratura, professore universitario.
Non stupido: se lo avessero invitato a rispondere alla stessa domanda sull’Europa – dodici anni dopo, a Bratislava, con la Grexit appena scongiurata, la crisi dei migranti, la disatrosa situazione economica, l’ormai conclamata instabilità politica, lo spauracchio terrorismo, l’esplosione dei nazionalismi e la Brexit – probabilmente si sarebbe dato per malato, evitandosi un bel mal di testa.

Le stesse cose che disse Steiner nelle sue trenta pagine olandesi e che allora potevano renderlo, agli occhi dei più cinici, un idealista, oggi potrebbero infatti suonare – ad una prima lettura – come i vaneggiamenti di un pazzo avulso dalla società in cui vive, che non legge i giornali da anni e che ha dunque perso ogni legame con la realtà.

Già il proposito era quantomeno ambizioso: riassumere in un pugno d’istituzioni, di idee, di tradizioni e di costumi cos’è l’Europa. E’ facile parlare di cosa ci divide, mentre è operazione più sottile e delicata individuare ciò che ci unisce. Steiner cerca di fare proprio questo, isolando cinque inaspettati parametri che dovrebbero, a su dire, riassumere l’identità europea.

1 – “I caffè”

“L’Europa è i suoi caffè. Basta disegnare una mappa dei caffè, ed ecco gli indicatori essenziali dell’idea di Europa. Il caffè è il luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo. Lo frequentano il flâneur, il poeta, il metafisico con il suo taccuino. È aperto a tutti, e al tempo stesso è un club, una massoneria di identità politiche o artistico-letterarie. Frequentarlo implica già una scelta programmatica”.caffe-florian

Steiner snocciola, per avvalorare la sua tesi, una serie di nomi pesanti: Musil, Kraus, Goethe, Baudelaire, Benjamin, Pessoa, Freud, Sartre – tutti assidui frequentatori di caffè. Il caffè come simbolo, dunque, luogo ideale e mitico nel quale diedero i loro contributi i più importanti filosofi, poeti, letterati e intellettuali europei. Si tratta di un concetto bellissimo, affascinante: noi, sulle spalle di questi giganti, ci nutriamo delle loro idee, in una continua produzione, rielaborazione e discussione ci definiamo attraverso di esse. Nei nostri caffè circola, fertile e inesauribile, quella stessa cultura che ci accomuna.

Poi però ti svegli la mattina e ti rechi fisicamente in uno di questi famigerati caffè, apri il giornale e rischi di strozzarti con il cornetto quando scopri che, in un’intervista a RepubblicaJarosław Kaczyński – presidente del partito nazionalista di Diritto e Giustizia attualmente al potere in Polonia – cita Oriana Fallaci per giustificare il rifiuto polacco alla ripartizione in quote dei migranti tra i membri dell’Unione Europea.
E’ vero che negli ultimi anni di vita l’Oriana vira inspiegabilmente e tristemente verso posizioni ottuse e destrorse, e che ora va molto di moda citarla per le sue discutibili posizioni anti islamiche. Ci si dimentica troppo spesso, però, che è anche stata una staffetta partigiana, proprio durante quella guerra alla fine della quale l’Europa è nata, con una promessa: mai più un altro conflitto del genere.
Kaczynski che cita la Fallaci e se ne appropria come se fosse roba sua fa venire in mente che un’intera nazione è stata capace di travisare e deformare il pensiero di Nietzsche per alimentare e legittimare filosoficamente la superiorità di una razza su un’altra, di una nazione su un’altra, nel tentativo di giustificare ideologicamente quella che rimane una delle più grandi e irrisolte colpe europee – e cioè lo sterminio degli ebrei. Anche quella – verrebbe da chiedere provocatoriamente a Steiner – era cultura comune? E’ ancora salvifica, la cultura, lì dove manca la responsabilità, o diventa invece pericolosa?

2 – “Il paesaggio camminabile”

“L’Europa” sostiene Steiner “è stata, e viene ancora, camminata. E’ un elemento fondamentale. La cartografia dell’Europa è il frutto delle possibilità del piede umano, degli orizzonti”.

Anche qui, Steiner in potenza ha ragione, ma in atto soccombe, e non sembra poter superare l’esame della realtà.
Il suo è un assunto facilmente attaccabile, che anche Salvini – non proprio l’intelligente per antonomasia – sarebbe in grado di smontare come una costruzione di lego: nessuno più cammina in Europa, la libera circolazione dei cittadini sancita da Schengen vacilla, non ci sono mai stati così tanti muri.

Tra Francia e Inghilterra, tra Grecia e Macedonia, tra Bulgaria e Turchia, tra Serbia e Ungheria scorrono chilometri di filo spinato. I governi nazionali che si blindano per regalare ai loro popoli la facile illusione di sentirsi protetti non si rendono conto che quei muri non impediranno solo il passaggio esterno dei migranti (che a quanto pare sono tutti brutti, sporchi e terroristi), ma avranno l’effetto collaterale di rendere più difficoltoso il movimento – e quindi la vita – degli stessi europei.
Se quel Rousseau tanto caro a Steiner, nelle sue passeggiate, avesse voluto oggi passare dalla Francia al Belgio, sarebbe stato probabilmente interrotto e bloccato per un controllo alla frontiera. Le idee non sono entità astratte, ma camminano sulle gambe degli uomini: se ogni spostamento diventa scomodo, il destino di tutte le idee – e quindi anche quello dell’idea di Europa – è di marcire negli angusti confini nazionali. La cultura è come un muscolo: se non si muove, se non si confronta con quella del vicino, si abbruttisce e si atrofizza.

3 – “I nomi delle strade e delle piazze”

Con una testardaggine che quasi suscita tenerezza, Steiner – indefesso, commovente – continua: “Le strade, le piazze dove camminano gli uomini, le donne, i bambini europei hanno preso il nome da statisti, generali, poeti, artisti, compositori, scienziati e filosofi”.

Impostando un confronto con l’America, Steiner sottolinea la ricchezza di personalità e di voci europee rispetto alla tabula rasa del nuovo continente. In America tutte le strade si chiamano “Pino”, “Quercia”, “Tramonto”.
Se l’Europa si limita ad essere la terra dove tutto è memoria, l’America – più libera dai fantasmi – si muove sul terreno sgombro della promessa: c’è infatti un rischio, insito nella memoria, e cioè quello che faccia la muffa e che non serva più a nulla. Questo anche Steiner lo sa: non basta la memoria se non c’è l’impegno.

europa-1Non so quante vie o piazze intitolate alla memoria di Altiero Spinelli ci siano in Italia.
Le abbiamo viste tutti, però, le foto di Merkel, Hollande e Renzi a fine agosto davanti alla sua lapide a Ventotene, invitati sull’isola nel timido tentativo renziano di resuscitare l’Europa delle idee. La sensazione era quella di una spiacevole commemorazione senza sentimento, di “morti che seppellivano morti”. E infatti l’illusione è stata spenta dal fallimentare summit di Bratislava, dopo poco meno di un mese.

Le elezioni politiche imminenti in molti paesi, le dinamiche interne e le necessità particolari dei singoli stati non lasciano spazio alle idee, se queste pretendono di essere non solamente ricordate, ma attuate.
Nel 2003 la Francia con un referendum bocciò il progetto di Costituzione europea e si pensò che forse era troppo presto, che bisognava avere pazienza, costruire consenso: nel 2016 l’Unione Europea rimane un ente giuridicamente ibrido, incompleto e imperfetto, in una situazione di  palese deficit democratico, con un Parlamento relegato ad un ruolo marginale e tutto il potere decisionale ancora in mano ai singoli presidenti dei paesi membri. L’Europa politica ed immaginata da Altiero Spinelli tra il 1941 e il 1944 è ancora molto diversa dall’Europa economica di Tusk, del troppo prudente Juncker e del buono ma irrilevante Schulz.

4- “Atene e Gerusalemme”

Steiner parla anche di “una doppia eredità di Atene e Gerusalemme, che renderebbe noi europei “agostinianamente” in possesso di una doppia bussola culturale: quella della fede e quella della ragione.

Apriamo la solita finestra cinica sul mondo e guardiamo verso la Grecia. Due anni fa, la trattativa di Tsipras con le istituzioni europee è stata una lenta agonia estiva di giacche lanciate sui tavoli, dignità in vendita e nessuna soluzione o volontà politica di spostare l’asse del discorso dal dato economico ai valori. L’ennesima occasione persa.
Per quanto riguarda l’eredità di Gerusalemme, basta ricordare che qualsiasi discorso sulla religione oggi, più che occasione di dialogo, è motivo di scontro.

5- “Il senso della fine”

Solo il quinto parametro steineriano– che è però anche il più ambiguo e inquietante – sembra avere un fondo di verità. Vi si dice che è insita nella coscienza europea la consapevolezza quasi tragica di essere una civiltà destinata, prima o poi, a scomparire.

“Il suo più grande pericolo” – diceva Husserl parlando di Europa –  “è la stanchezza”. Utilizzava un termine tedesco e  intraducibile, Geschichtmüde, che si può rendere in italiano come “stanchezza della storia”.

Ecco, stanchezza. E’ quella che si percepisce nella lentezza con cui le istituzioni europee affrontano problemi urgenti che avrebbero invece bisogno di velocità, pragmatismo, larghezza di vedute. Il prossimo appuntamento, dopo Bratislava, è quello di Roma, a marzo 2017, per l’anniversario della firma dei Trattati: un’altra vuota commemorazione.

L’impressione è quella che i nostri rappresentanti politici europeisti siano stanchi: parlano di cose in cui visibilmente non credono, formulano auspici e si esibiscono in proclami, ma concretamente sono fermi. Sono forti e rumorosi, invece, i nazionalisti: Orban in Ungheria, Kaczynski, Duda e Szydło in Polonia, Alba Dorata in Grecia, Afd in Germania, Le Pen e il Front National in Francia, Lega e Movimento 5 Stelle in Italia. Offrono delle soluzioni semplici. Sono solidi, facili e credibili. Promettono posti di lavoro, raccolgono consensi. Lì dove ancora non governano, comunque disturbano e già fanno paura, sono in odore di vittoria un po’ dappertutto.

Questo invito alla rilettura, quindi, potrebbe finire qui, abortito, con George Steiner nel ruolo di pazzo visionario, la sua idea di Europa un progetto ormai scaduto, e Kaczynski e i suoi amici nazionalisti come dispensatori di una verità difficile da digerire ma innegabile: “Tutti in Europa dobbiamo tornare al concetto di Stato nazionale, sola istituzione capace di garantire democrazia e libertà, e grande diversità e vitalità delle culture. Un’unificazione culturale dell’Europa significa anche degradazione, sarebbe pericolosa”.

Questo pezzo potrebbe finire qui, se non esistesse un’altra realtà: quella dell’Europa inevitabile.

L’Europa inevitabile è un paese ideale ma esistente, tutt’altro che stanco, composto di persone in carne ed ossa che sanno, possono e devono rileggere Steiner.
Nell’Europa inevitabile ci abita Andrea che ora è in Portogallo a studiare Architettura e fa Skype con la sua migliore amica mentre visita il Museo d’Arte Contemporanea di Lisbona, ci abita Paolo che dopo la laurea in Giurisprudenza fa uno stage di sei mesi al Parlamento Europeo, ci abita quella magia di chi a vent’anni sa conciliare il particolarismo di conoscere un dialetto regionale con l’estrema apertura di andare a vivere in Francia e saper ordinare ad un bar in una lingua straniera.
L’Europa inevitabile è nell’Erasmus e nel Servizio Civile, è quella fetta giovane della nostra popolazione europea che non ha paura di prendere l’aereo malgrado gli attentati, che continua ad andare ai concerti, che fa volontariato nei centri sociali che si occupano dell’accoglienza dei migranti al posto di un’Unione Europea latitante.

Questa Europa non ha un microfono e dunque spesso ci si dimentica che esiste; è troppo giovane per entrare nelle istituzioni e per prendere decisioni, ma si sta formando, ed è grande abbastanza per rileggere Steiner nel modo giusto, per ripopolare i caffè, per farsi portatrice di una cultura che sia responsabile, per accompagnare sempre la memoria con l’impegno, per ritrovare la fede, la ragione e l’equilbrio tra le due, scongiurando così il tracollo prematuro di una civiltà che non ha ancora esaurito le sue potenzialità.

L’Europa inevitabile è una realtà prima di tutto culturale, e si sa che i mutamenti che ineriscono alla cultura sono lenti a lievitare, carsici, complessi. Nessuno si aspetta che la crisi di valori in cui siamo precipitati sia qualcosa che si risolverà in poco tempo, magari grazie a quei leader stanchi che attualmente ci governano: abbiamo accumulato troppi ritardi, fatto troppi errori, e i risultati delle nostre politiche – o meglio, della nostra mancanza di politiche – avranno conseguenze gravi e a lungo termine.

Porvi rimedio è la sfida di una generazione, che ha dalla sua due fattori: il tempo e l’immaginazione. L’Europa inevitabile – parafrasando Danilo Dolci – cresce solo se sognata, ed è per questa Europa che scrive George Steiner, lasciandole in eredità il compito e l’onere di trovare una soluzione.

 

 

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