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Argomenti contro. Export delle imprese italiane: rischi geopolitici e nuove sfide globali

L’acceso monito delle imprese italiane: “E necessario fare fronte comune per ottenere la riapertura degli scambi commerciali con la Russia”. Il caso marchigiano rappresenta una delle tante storie esemplari della fatica e della difficoltà di fare impresa nell’Italia industriale morsa dalla crisi e dall’agguerrita concorrenza. Territori ricchi di storia e tradizione artigianale ma a grande vocazione industriale, patria di quella squisita manifattura del nostrano “Made in Italy”. Un’area del paese altamente vocata ed internazionalizzata che sta attraversando un periodo di difficoltà economica dovuta alla crisi dei consumi ma, ora anche all’embargo della Russia, principale paese di sbocco commerciale delle imprese marchigiane. Rischio geopolitico che ha affossato l’export delle calzature nel distretto fermano ha fatto registrare nel primo trimestre del 2016 una variazione del -6.5%. In particolare, il distretto calzaturiero di Fermo dopo un 2015 chiuso con 36 milioni di euro di vendite di scarpe in fumo è passato dal primo al quarto mercato di riferimento per la Federazione russa.

Rischi geopolitici e problemi per l’economia globale

Un drastico calo che minaccia di mettere in ginocchio seriamente il sistema delle conoscenze, competenze, valori artigianali tramandati di generazione in generazione nell’area marchigiana. Non da meno è il timore per gli effetti dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE (quinto mercato per l’industria locale) e per il “disorientamento per uno scenario geopolitico incerto che ci costringe a prendere atto di un 2016 che dovremo archiviare tra le annate negative perchè siamo una provincia manifatturiera, il 77% del nostro export è rappresentato da calzature e la caduta della domanda mondiale ha un impatto diretto ed immediato sul nostro business”, sono queste le parole di Giampietro Melchiorri, Presidente di Confindustria Fermo. Il contesto globale cambia velocemente e risulta impossibile dare una previsione certa per chi fa impresa. Il post Brexit è diventato un post attentato di Nizza ed un post golpe in Turchia che spinge la comunità locale a fare squadra ma le imprese non possono farcela da sole se il sistema-Paese e le istituzioni, in particolare, non accompagnano le stesse unità produttive sui mercati di sbocco. Proprio all’interno della comunità marchigiana costituita da piccole, medie e grandi imprese, Comuni, Province e Regione, caratterizzata da elementi di tradizione e d’innovazione, devono essere portati e coltivati temi quali la crescita dimensionale aziendale ed una politica industriale dell’offerta che spinga l’export e la ricerca della competitività.

E’ necessario fare fronte comune per ottenere la riapertura degli scambi commerciali con la Federazione di Putin”, è questo l’appello delle imprese alle istituzioni. Come nota giustamente l’economista Giacomo Vaciago: “Siamo di fronte al sommarsi di recessione e di crisi, ad una perdita di domanda ed ad una perdita di capacità produttiva. Gli “zero virgola” di produzione e di vendite sono errori statistici di fronte ad una produzione industriale che in Italia è ancora 20 punti % inferiori i livelli del 2007, mentre USA e Germania li hanno già superati”.

La rilevanza dell’export per l’industria italiana

La globalizzazione dei mercati da tempo costituisce un’importante variabile esogena dell’attività economica di tutte le imprese per le quali la proiezione internazionale è diventata una traiettoria di sviluppo oramai irrinunciabile. In tempi più recenti, il fenomeno si è ulteriormente rafforzato e la via dell’internazionalizzazione ha assunto una nuova configurazione. I fenomeni più recenti inducono a considerare l’internazionalizzazione come una scelta obbligata per tutte le imprese e non più come un’opzione, percorribile discrezionalmente solo da quelle imprese interessate all’attuazione di processi di sviluppo dimensionale e di espansione della loro area geografica di riferimento. Nel contesto competitivo attuale, in cui perdono progressivamente significato i confini geografici che hanno delimitato i singoli mercati, l’internazionalizzazione sempre più spesso si propone come una perenne costante dell’attività economica. La conseguenza è il diffondersi e l’affermarsi di un’atmosfera internazionale che coinvolge tutti gli attori economici e finisce con il condizionare anche i comportamenti di quelle imprese, tuttora ancorate al contesto nazionale e locale, comunque costrette a confrontarsi con un ambiente fortemente competitivo in cui agiscono nuovi attori, di diversa provenienza geografica ed in cui tendono a radicarsi nuove logiche concorrenziali, sempre meno caratterizzate da un’impostazione locale e sempre più impregnate di cultura internazionale. La presenza di un forte stimolo concorrenziale, originato dalla presenza di competitor di derivazione estera fa sì che, anche a livello domestico, si manifesti una forte spinta verso lo sviluppo di una mentalità internazionale la quale induce le singole imprese, anche quelle di dimensione minore, a rivedere il loro modus operandi ed a ripensare nettamente alle loro scelte organizzative e strategiche che devono essere rivisitate per essere adeguate alle sfide poste dalla nuova dimensione globale del business. Ad essere coinvolte in tali percorsi di espansione internazionale non sono solo le imprese di grandi dimensioni, a carattere multinazionale, anzi, secondo una ricerca recente sono soprattutto le aziende di piccola dimensione, storicamente più ancorate ad un tessuto economico-produttivo di carattere regionale o nazionale e considerate tradizionalmente meno dotate delle competenze e risorse necessarie per estendere oltre confine il proprio ambito di riferimento. La diffusa presenza delle piccole imprese nel contesto globale è documentata oggettivamente dai dati statistici che evidenziano il loro rilevante contributo nell’alimentare il flusso di export emesso dall’Italia.

I motivi che spingono le imprese italiane a competere nell’agone internazionale

Riguardo alla natura dei motivi all’origine della decisione delle imprese “minori” di dare avvio ai processi d’internazionalizzazione, numerosi sono stati, specie in passato, gli studi e le ricerche concordi nel sostenere il prevalere di motivazioni di natura reattiva: la scelta di internazionalizzarsi sarebbe vissuta dalle imprese di piccola dimensione come una modalità per reagire a situazioni di difficoltà incontrate sul mercato domestico, nelle circostanze in cui quest’ultimo si caratterizzi per condizioni di ostilità, ossia di elevata competitività, di limitate opportunità di sviluppo, di difficoltà di mantenimento delle performance, etc. In tali condizioni le piccole imprese, incapaci di affrontare il mercato domestico e di rafforzare la propria posizione competitiva internamente, preferiscono percorrere la via dell’internazionalizzazione, vissuta come una sorta di via d’uscita, che consente di riposizionarsi su un mercato nuovo, caratterizzato da minori difficoltà e maggiori opportunità di crescita. Una conferma di tale atteggiamento può essere trovata nell’elevata mobilità geografica dei flussi di export realizzati dalle piccole imprese italiane, soprattutto in questa fase di stagnazione dei consumi italiani. Proprio tale fenomeno sembra dimostrare l’incapacità o la scarsa volontà delle piccole imprese di investire nella costruzione di rapporti stabili e consolidati con uno specifico mercato estero ma di cogliere opportunità di profitto con vari interlocutori esteri, soprattutto con i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). La scelta di espansione internazionale viene interpretata come frutto della consapevolezza, da parte dell’imprenditore, delle risorse, delle competenze possedute e della possibilità di utilizzarle per l’attuazione di processi di espansione internazionale, attraverso i quali consolidare la propria posizione competitiva ed ampliare le opportunità di profitto, espandendo l’area geografica in cui possono trovare conveniente collocazione i prodotti realizzati dall’impresa. Da questo punto di vista, l’internazionalizzazione ha alla base motivazioni riconducibili all’approccio resource based view: questo approccio pone l’accento sull’insieme di risorse e competenze a disposizione dell’impresa, cui viene riconosciuto il ruolo di fattori propulsivi delle diverse possibili manifestazioni di sviluppo oltre il confine domestico. Uno dei punti centrali del modello è rappresentato dall’individuazione delle variabili in grado di esercitare tale ruolo di stimolo nei confronti dello sviluppo internazionale delle piccole imprese. Si tratta delle stesse variabili in grado di condizionare il futuro andamento delle performance imprenditoriali, dal momento che da esse e dall’utilizzo che l’impresa sarà in grado di farne, dipende il successo dell’azione strategica intrapresa. Le variabili capaci di configurarsi come fattori di stimolo nei confronti dello sviluppo internazionale delle piccole imprese possono essere di origine sia interna che esterna all’impresa.

Tra le variabili di origine esterna possono essere annoverate tutte quelle condizioni che concorrono a conferire una consistenza sovranazionale al tessuto economico-produttivo in cui l’impresa si colloca ed a diffondere una mentalità globale. In questo senso un ruolo determinante è giocato dalla mentalità internazionale che contraddistingue numerosi mercati locali, in ragione della loro intensa esposizione alla concorrenza estera. E’ evidente come il diffondersi di un’atmosfera di questo tipo costituisca un importante fattore di stimolo verso l’apertura internazionale delle imprese poste in tali mercati. Altrettanto importante è la presenza di network di profilo internazionale che attraversano il tessuto economico-produttivo di appartenenza della singola impresa, coinvolgendo diversi attori economici collocati nella stessa area. Si tratta di condizioni che amplificano lo spettro delle opportunità a disposizione della singola impresa, anche di piccola dimensione, alla quale viene offerta l’opportunità di farsi coinvolgere in una prospettiva di livello internazionale, pur non abbandonando le sue radici e, pur non perdendo quei vantaggi che le derivano da un forte radicamento nel contesto economico locale. Nell’ambito delle variabili di origine esterna in grado di stimolare l’avvio dei processi di internazionalizzazione da parte delle piccole imprese deve essere incluso l’insieme delle condizioni che agiscono nel favorire e nel supportare l’allargamento internazionale del business. Tra queste si contempla la disponibilità dei servizi reali a sostegno dell’espansione internazionale.

Le variabili di origine interna attengono alla presenza, nel contesto aziendale, di condizioni e risorse, sia tangibili che intangibili, capaci di far scaturire un effetto di stimolo nei confronti di una scelta di espansione all’estero e coerenti con le esigenze generate da una gestione di respiro internazionale. Particolarmente rilevante è l’effetto generato dalla dotazione d’informazioni possedute dall’impresa riguardo alle opportunità di profitto esistenti sui mercati esteri, dalla disponibilità di capacità produttive ed organizzative necessarie per realizzare un’efficace ed efficiente sistema di offerta, coerente con le caratteristiche dei mercati esteri di destinazione, dalla disponibilità di risorse finanziarie sufficienti a sostenere il fabbisogno generato dalla strategia di espansione internazionale. Oltre alle menzionate variabili di origine interna, universalmente riconosciuto è il ruolo cruciale e prioritario svolto dalla variabile imprenditoriale. Nelle imprese di piccola dimensione i processi d’internazionalizzazione risentono dell’effetto esercitato dall’atteggiamento e dall’attitudine dell’imprenditore stesso nei confronti dell’espansione internazionale e sono sollecitati dalla presenza di condizioni quali la conoscenza diretta ed indiretta dei mercati esteri, le sue eventuali precedenti esperienze internazionali, la sua capacità di acquisire informazioni relative alle opportunità ed agli andamenti che caratterizzano i mercati esteri, la sua abilità nell’intessere relazioni con gli interlocutori esteri, la sua capacità di identificare, valutare ed affrontare i rischi connessi con l’ingresso su nuovi mercati esteri e con lo sviluppo di rapporti con nuovi soggetti di nazionalità estera specie con i BRIC che hanno conosciuto, negli ultimi anni, un’intensa fase di espansione commerciale e produttiva.

Il “grande balzo” dei paesi emergenti

Negli anni ’70 si sosteneva che le politiche pubbliche invece di porre rimedio ai fallimenti del mercato, provocassero danni e servissero ad arricchire determinati gruppi politici ed economici.  Anche il burocrate animato dalle intenzioni migliori era destinato ad essere catturato da interessi privatistici e dall’ingordigia di “sporcarsi le mani”. Queste idee finirono per influenzare l’azione dei decisori politici e pubblici, in primis nei paesi industrializzati quando con la “rivoluzione” di Margaret Thatcher degli anni ’80, i paesi donatori iniziarono a condizionare il proprio sostegno a quelli in via di sviluppo nell’adozione di politiche di aggiustamento strutturale: liberalizzazione commerciale, privatizzazioni, rigore fiscale. Questi cambiamenti si fecero ben presto sentire soprattutto in Brasile ed in India che erano i due principali clienti della Banca Mondiale; in Cina il punto di partenza fu il 1978 con la decisione del Partito comunista di adottare l’economia socialista di mercato o socialismo “dagli occhi a mandorla”, cui seguì la nascita di imprese controllate dal potere pubblico ma orientate verso il mercato. In Unione Sovietica fu necessario attendere il 1985 con l’ascesa al potere di Gorbacev che lanciò la perestrojka quando l’economia russa si trovava in una fase di profonda stagnazione. In Brasile ed in India una nuova classe tecnocrate, formatasi in Occidente, iniziò ad assumere posizioni di responsabilità. Tuttavia, per varie ragioni, errori tecnici nella realizzazione delle riforme, debolezza politica di chi le sosteneva, timore per le conseguenze politiche dell’apertura economica, alla fine degli anni ’80 la situazione dei BRIC non era nel complesso migliorata.

Analizzare i BRIC come gruppo omogeneo è un esercizio ambizioso ma, non è assolutamente casuale, se per tutti e quattro i paesi il punto cruciale delle riforme sia stato intorno al 1990-1992 all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della fine “ufficiale” della Guerra Fredda. Ciascuna di queste date che vale la pena ricordare sono date in cui questi paesi cambiarono definitivamente “rotta”: in Brasile il 15 marzo 1990 il Governo Collor iniziò a smantellare il protezionismo, nel luglio 1991 il governo indiano negoziò un piano di emergenza con il FMI e, come garanzia, trasferì 67 tonnellate di oro a Londra e a Zurigo, il 28 ottobre 1991 Boris Eltsin individuò nella libertà economica e nella stabilizzazione finanziaria i cardini di una nuova Russia che sarebbe sorta da lì a poco; il 19 gennaio 1992 all’età di 88 anni, Deng Xiaoping intraprese un viaggio nel Sud della Cina, nel corso del quale visitò la zona economica speciale di Shenzhen e, sottolineò la necessità di accelerare la crescita economica attraverso le riforme. Se in meno di due anni, quattro paesi così diversi e così complicati s’incamminarono su un sentiero simile, ciò fu dovuto anche al fatto che il dominio militare, politico ed economico americano sul piano internazionale appariva incontestabile. Molte analisi sulle trasformazioni recenti dell’economia mondiale e sull’emergere dei BRIC hanno sostenuto che gli elementi fondamentali e, tra loro interconnessi, sono stati la globalizzazione e le liberalizzazioni commerciali che hanno giocato un ruolo d’impulso formidabile all’evoluzione ed al lancio dell’economia dei paesi in via di sviluppo.

Le opportunità per le imprese italiane: stringere relazioni commerciali con i BRIC

Per tutti i paesi industrializzati e non, le relazioni economiche con il Brasile, Russia, India e Cina sono ormai una delle priorità della politica estera internazionale. L’Italia non sfugge a questa regola: il rapporto con i BRIC assume particolari caratteristiche che riflettono la storia, la struttura economica del nostro paese e le cangianti priorità dell’agenda internazionale. Per quanto concerne le relazioni commerciali, l’importanza crescente dell’area BRIC per l’Italia è evidente dalla lettura delle statistiche relative nell’ultimo decennio. Con tutti e quattro i paesi, l’interscambio è in forte crescita dal 2000 e solo la crisi globale ne ha frenato leggermente l’espansione. Nel 2009 i BRIC hanno assorbito il 6,4% delle esportazioni italiane (rispetto al 5,3% del 2006), mentre hanno fornito al nostro paese il 12,4% delle importazioni (contro il 10,8% del 2006). Complessivamente ai BRIC corrisponde il 9,4% del commercio italiano con l’estero; le relazioni sono particolarmente intense con Cina e Russia, importanti fornitori di beni del settore manifatturiero e primario. Tre sono i problemi nelle relazioni commerciali tra l’Italia e BRIC: il primo, riguarda il fatto che l’Italia presenti un deficit strutturale che va deteriorandosi nel tempo, il saldo commerciale tra Italia e Cina presenta un deficit in continuo aumento (nel 2009 il deficit con la Cina era di 20 miliardi di euro). In secondo luogo, in ciascun BRIC le classifiche dei principali fornitori di beni e servizi manifestano il ritardo del nostro paese rispetto ai principali concorrenti, anche occidentali. La quota dell’Italia nelle esportazioni verso ciascun BRIC è scesa e, nel 2009, solo in Russia essa era superiore a quella registrata a livello mondiale dove l’Italia ha tuttora il 3,3% del commercio totale. In Russia, l’Italia è attualmente il terzo paese fornitore dopo Cina e Francia, mentre è il secondo mercato di destinazione dopo i Paesi Bassi per l’export. Infine, il profilo di specializzazione internazionale dell’Italia la rende vulnerabile alla capacità dei BRIC di esportare beni di qualità superiore anche in comparti tradizionali del Made in Italy. Per quanto riguarda la Cina, la concorrenza diretta è chiara per le industrie a bassa tecnologia come abbigliamento ed arredamento, in cui entrambi i paesi sono specializzati. Nei settori medium-high technology, che per l’Italia significa meccanica strumentale, la situazione è meno preoccupante. Le esportazioni italiane verso la Cina sono altamente concentrate nei settori dell’elettromeccanica, metalli poveri, pelli e derivati, prodotti chimici, materie prime tessili, tessuti e calzature. Molte delle difficoltà di penetrazione del mercato cinese per le merci italiane sono costituite dal persistere, nonostante l’adesione all’OMC, di barriere anche non tariffarie legate a nuove regolamentazioni non coerenti con gli impegni internazionali assunti. Anche in Russia, gli esportatori italiani sono stati penalizzati dalle misure protezionistiche (incremento dei dazi ed inasprimento delle procedure di ingresso di merci straniere). Comune a tutti i BRIC è poi il problema della contraffazione, particolarmente penalizzante per certi comparti del Made in Italy tradizionale come pelletteria, arredamento ed alimentare.

Per quanto concerne le multinazionali italiane rispetto alle multinazionali dei paesi rivali industrializzati presenti nei BRIC, il numero di imprese, seppur inferiore e generalmente di dimensione minore, nell’area BRIC è rapidamente diventata di grande importanza nel quadro delle strategie di sviluppo economico. Le rilevazioni di Banca d’Italia mostrano l’interesse crescente degli investitori italiani verso i BRIC: Cina e Brasile assorbono la maggioranza dei capitali italiani, ma sono la Russia e l’India a presentare i trend di crescita maggiormente accelerati. Nel complesso, negli ultimi anni, in tutti i BRIC si è rafforzata la presenza mediante filiali con una crescita  (+44%) quasi doppia rispetto all’espansione italiana nel mondo (+23%). All’aumento del numero d’imprese nei BRIC è corrisposto un ampliamento del 23% del numero di addetti, a fronte di un raddoppio del fatturato passato da 18 a 36 miliardi di euro. In tre BRIC l’Italia non figura tra i principali paesi investitori, ad esempio, è dodicesima in India ed addirittura diciannovesima in Cina. Mentre le 1.030 filiali italiane in Cina hanno realizzato un fatturato di poco più 5 miliardi di euro, per le 1.800 filiali francesi il dato è di 20 miliardi. Anche in Brasile, dove l’Italia è decima, gli investimenti diretti (Ide) sono modesti rispetto all’intensità ed al dinamismo dei flussi commerciali.

Entrando un po’ più nel dettaglio, ci sono molti casi interessanti d’internazionalizzazione attiva: negli ultimi anni, anche le piccole-medie imprese hanno avviato processi di espansione commerciale e produttiva. Inizialmente, le motivazioni degli investimenti erano tipicamente resource-seeking ovvero alla ricerca di fonti di approvvigionamento (il caso Coe Clerici per il carbone russo) o di bassi costi della manodopera e sempre con la stessa logica gli investimenti in India nel settore moda e l’abbigliamento (Benetton, Liberti, La Perla, Carrera, Monti). Emblematica della strategia perseguita dalle molte multinazionali “tascabili” italiane che sono andate in Cina è l’esperienza De’ Longhi. Dopo aver creato una filiale, principalmente per l’acquisto di componenti e l’identificazione di potenziali fornitori, nel 2005 ha costruito insieme ad un gruppo cinese un primo stabilimento per produrre condizionatori mobili e deumidificatori. Con l’obiettivo di trasferire in Cina più del 70% della produzione (radiatori a olio, stufe, sistemi di aria condizionata), altre tre fabbriche di proprietà sono sorte nel Sud del paese asiatico ed è stata messa in piedi una rete di distribuzione locale per i piccoli elettrodomestici, con uffici commerciali in varie città. La delocalizzazione che inizialmente provocò scalpore, si è rivelata una scelta inevitabile che, nel medio periodo, ha assicurato la sopravvivenza del gruppo. La ricerca e lo sviluppo, il marketing e la produzione delle macchine da caffè automatiche sono rimaste in Italia, a Treviso e a Mignagola, ed alcuni componenti speciali sono tuttora forniti da aziende venete. La strategia di espansione risponde all’esigenza di seguire i grandi gruppi industriali, non solo italiani, che hanno investito nei BRIC in modo da continuare ad operare quali fornitori.

Recentemente le multinazionali del quarto capitalismo (capitalismo familiare) italiano hanno scoperto i BRIC come mercati con immense potenzialità di consumo, da presidiare nelle fasi di vendita ed assistenza post vendita. In India, si segnala la presenza della Guala, che produce tappi di sicurezza importantissimi in un paese dove la contraffazione di bevande alcoliche è diffusa. Lavazza, che in Italia possiede pochissimi punti vendita, ha acquisito nel 2007 la principale catena di bar-caffè, mentre Luxottica ha fatto lo stesso nell’ottica; la Piaggio, per compensare il rallentamento delle vendite in Europa, dopo quindici anni di assenza è tornata in India per produrre la Vespa, oltre ad una nuova linea di furgoncini e di tuk-tuk, i famosi motocicli a tre ruote.

Ma il nostro sistema industriale italiano si caratterizza soprattutto per la ricchezza di distretti industriali o sistemi economici locali: si tratta di concentrazioni d’imprese di piccola–media dimensione ubicate in un determinato territorio che appartengono ad uno stesso settore di specializzazione. La ricchezza competitiva del distretto è la sua flessibilità e specializzazione ma, il loro limite è rappresentato dalla ridotta dimensione delle imprese che lo compongono. Alcuni distretti sono riusciti a ricreare all’estero i propri meccanismi di coordinamento, una forma d’internazionalizzazione collettiva è ben rappresentata dall’esempio di Timisoara, in Romania dove operano varie centinaia di imprese italiane nel settore tessile e nella lavorazione della pelle. Nei BRIC si segnala il progetto Federlegno-Arredo Triveneto per un distretto del mobile a Uberlandia, in Brasile, che però non ha dato i frutti auspicati.  Migliore sorte sta avendo il Saibiei Dolomiti Resort a Chomgli, dove Dolomeiti, oltre che essere la pronuncia cinese delle Dolomiti, vuole anche dire “immenso piacere in un posto magnifico!”. Sono coinvolti il consorzio Dolomiti Superski, la Leitner Technologies di Bolzano ed i produttori del distretto sport system di Montebelluna per la formazione dei maestri di sci. Tutti questi sono, nel bene o nel male, esempi di successo imprenditoriale d’imprese italiane che, sebbene le difficoltà burocratiche e gli oneri per internazionalizzarsi, sono riuscite a valicare i confini domestici ed a navigare nelle acque oceaniche con squali e balene e non di certo con le acciughe. E’ ciò che tutte le imprese domestiche e comunitarie devono essere in grado di fare, onde evitare di vedersi estromesse dal mercato globale: questo è un appuntamento da non perdere!