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Aracnofobia: paura reale o del tutto infondata?

Si sa, la paura per i ragni è un fatto assodato, e può diventare un vero e proprio disturbo, quando al solo vedere quelle zampette allungate proviamo un senso di disagio profondo accompagnato da brividi e sudore
freddo: l’aracnofobia.
Si può passare infatti dalla semplice repulsione a un vero e proprio senso di panico e, come in tutte le fobie, subentrano dei fattori psicologici che vanno seguiti e studiati con attenzione.
I ragni, che stanno sul nostro pianeta da 400 milioni di anni e dei quali si conoscono più di 40 mila specie, sono sempre stati associati a credenze e leggende popolari. Nella simbologia, il ragno è descritto come una creatura bizzarra e ambivalente, nella cui essenza è racchiuso sia il benearacnofobia che il male. In alcune raffigurazioni, è nota la donna ragno che simboleggia l’umano e la bestia, la bellezza e la mostruosità, il reale e l’immaginario.
Come ogni paura, anche quella del ragno dovrebbe nascere per un motivo fondato: se tutti i ragni fossero velenosi e potenzialmente pericolosi per gli esseri umani, certo che avrebbe un senso più logico provare terrore per gli stessi, ma dal momento che di specie realmente letali e velenose ve ne sono davvero poche, la paura si trasforma in una fobia mal giustificata, in un terrore privo di fondamento.
In Italia, l’unica specie di ragno realmente pericolosa è la malmignatta Latrodectes tredecimguttatus, cugina della vedova nera, dal veleno altrettanto potente e dalle abitudini simili, riconoscibile per la presenza di 13 macchie rosse sull’opistosoma (l’addome dei ragni) totalmente nero. Ma è un animale alquanto difficile da trovare, abitante delle zone aride e assolate, spesso nascosto nella macchia mediterranea, diffuso in alcune aree costiere dalla Liguria alla Sicilia, e in Sardegna.
Le informazioni sulla pericolosità della specie in questione sono alquanto contraddittorie, e pare che, senza somministrazione di siero, circa il 5% dei morsi abbia esito fatale, e solo le femmine risultino pericolose. (Guida ai ragni d’Europa- Heiko Ballmann). Solo quattro sono i casi di morte verificatisi a seguito del morso della malmignatta, di cui due effettivamente accertati nel 1987 (Corriere della sera – Genova estate 1987, 2 morti da avvelenamento da Malmignatta). malmignatta
Secondo una tradizione diffusa nel meridione, le persone morse da questo aracnide, i cosiddetti “tarantolati”, impazzirebbero e, in preda a terribili convulsioni, inizierebbero a ballare la “tarantella” dimenandosi fino a cadere esausti al suolo.
Alcuni ragni di grosse dimensioni, come la tarantola di terra, l’epeira (o araneus) e l’argiope possono causare morsi dolorosi, ma per nulla pericolosi né tantomeno mortali.
Dobbiamo spostarci nella Foresta Amazzonica per trovare un ragno davvero allarmante che i locali chiamano ragno delle bananeragno vagabondo brasiliano, nome latino Phoneutria nigriventer, la cui tossicità del veleno lo pone in uno dei primi posti nella classifica dei ragni più pericolosi. Nel 2007 il Guinnes Book of World Records lo cita come specie di ragno più velenosa al mondo, titolo che gli è stato confermato anche nell’edizione del 2012.
Dalle grandi dimensioni, sino a 15 cm di lunghezza, quando morsica una preda, le inietta una potente neurotossina che conduce a tachicardia, parestesia, vomito, edema e shock anafilattico.
Se ci spostiamo invece nel continente nero, per l’esattezza in Sud Africa, incontriamo il ragno di sabbia a sei occhi, Sicarius hahni, il cui morso molto doloroso e dal veleno potente non è tuttavia letale.
vedova-neraLa già citata vedova nera, Latrodectes mactans, distinguibile per il disegno a clessidra di colore rosso sangue sull’opistosoma nero, è forse la specie più nota a noi uomini, sia per la sua pericolosità sia per la peculiarità della riproduzione. La femmina, infatti, è una di quelle specie di artropodi che, al termine dell’accoppiamento, uccide il maschio e lo divora.
Anche la femmina di Argiope bruennichiragno vespa, nome assegnatogli per la presenza di bande gialle e nere sull’addome, comune nelle nostre campagne, al termine dell’accoppiamento vede il maschio come una preda che improvvisamente tende ad attaccare. Tuttavia, sembra che i maschi di alcune specie, nel corso dell’evoluzione, abbiano sviluppato delle strutture tali da evitare di essere mangiati dalla compagna subito dopo l’atto della ricreazione; ad esempio, molti esemplari della famiglia Tetragnatha mostrano sui cheliceri (il primo paio di appendici) delle sorte di dentelli segmentati che nell’atto dell’accoppiamento afferrano saldamente quelli della femmina rendendoli inoffensivi. A quel punto la femmina non può decidere di trasformare il suo partner in un pasto nutriente e deve “accontentarsi” di aver ricevuto da lui il frutto del concepimento. argiope-bruennichi
A quanto detto, dunque, se dobbiamo cercare una risposta corretta alla domanda: l’aracnofobia ha un senso? Ci verrebbe da rispondere: si, solo nel caso di specie velenose o letali, no in tutti gli altri casi e quindi nella maggior parte di questi.
Non è facile spiegare a un aracnofobo che il suo terrore è del tutto privo di senso, specie se viviamo in città quando, nella migliore delle ipotesi, l’unica creatura che abbiamo la possibilità di incontrare è un Pholcide, quello che molti chiamano Opilione, sbagliando, e che ci ricorda il ragno per il semplice fatto di tessere la tela e di possedere otto zampe.
Ovviamente risulta molto difficile estirpare una fobia che a oggi è quella più diffusa in tutto il mondo, una paura che ormai è talmente radicata da essere impossibile da abbattere, una vera e propria patologia il più delle volte irrazionale, anche perché, quando incontriamo un ragno, è lui ad avere più paura di noi! Una paura del tutto fondata, la sua, poiché, quasi sicuramente, finisce schiacciato sotto alle nostre scarpe o intossicato da un insetticida.
Il terrore e la paura che questi ci possano infliggere morsi dolorosi e mortali è importante per evitarne il contatto e non per indurci inevitabilmente a volerci scontrare con essi e quindi a tentare di ucciderli. Il difetto dell’uomo è proprio questo: quando egli non conosce, uccide. Questo è un errore irreparabile perché quando qualcosa è morto, è estinto. Perché dunque vogliamo sempre avere il diritto di renderci responsabili della vita o della morte delle altre creature?
Se incontriamo un ragno, lasciamolo dov’è. Osserviamo i suoi comportamenti, studiamolo e fotografiamolo, ma non tocchiamolo. Il più delle volte sarà lui a scappare, a fuggire e a nascondersi in modo fulmineo, e se non dovesse accadere, se fosse lui a tentare l’attacco, allora allontaniamoci senza fare nulla. Rimarrà sicuramente il ricordo di quello strano incontro e magari qualcosa da raccontare.

 

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