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Aprile di là, il nuovo libro di Francesca Serragnoli

«Che farai, Dio, se io muoio?». È questo l’esergo con cui la poetessa bolognese Francesca Serragnoli apre una delle poesie più belle del suo nuovo Aprile di là, pubblicato di recente nella bella collana di LietoColle, la Gialla, nata per occuparsi del meglio della poesia italiana contemporanea e che conta, tra i suoi autori, anche Villalta, Di Dio e Mencarelli.

Il verso, che appartiene al grande poeta di lingua tedesca Rainer Maria Rilke, potrebbe essere l’esergo perfetto per gran parte della produzione della Serragnoli, classe 1972, che in questo suo nuovo libro inserisce anche il meglio delle sue due opere precedenti, Il fianco dove appoggiare un figlio (2003) e Il rubino del martedì (2010) entrambi editi dall’editore riminese Raffaelli.

Francesca Serragnoli, considerata da gran parte della critica come una delle voci più importanti dell’attuale poesia contemporanea, è poetessa dell’impazzimento, della risata scomposta, della delirante gioia che assale gli uomini durante la giornata, che li sorprende.

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Così, infatti, fa la gioia in questo libro: irrompe, come premio al dolore, come risposta a quella guerra quotidiana combattuta sul terreno scivoloso della società borghese, tra carrelli e supermercati, sulla strada che si mischia ai paesaggi dell’infanzia della poetessa, i campi, certamente, ma anche il mare, il grande mare degli eroi e delle attese, e che coinvolge tutto il contingente: «Dentro questo vietnam girato a spalla / lascio all’abatjour indicare / un fioco pallore di luna / attendere bambina piegata sul prato / i grilli uscire dal buco del cuore».

Così molta parte di questa poesia si fa canto creaturale, che dagli uomini parte e agli uomini torna, bagnato però da un profondo senso religioso che coinvolge tutti i figuranti, sia i vivi che i morti. I versi sembrano infatti invasi da ombre, che mischiandosi all’unità divina acquistano anch’essi (quasi come in una religione panteistica) tratti siderali e mistici, assoluti: «Le stelle sono i tuoi occhi gialli / e non è nemmeno la feroce spina del suo pelo / anche l’alga leggera esce dalle profondità / ed è una sorgente tutta sparsa».

Una condizione empatica guida la scrittura della Serragnoli, un «cuore spaventato», scoperchiato, che tutto accoglie e tutto divora, anche il dolore, e il lutto, e la morte. È infatti alla memoria di Marina Sangiorgi, la scrittrice imolese scomparsa di recente e grande amica della poetessa, che è dedicato questo libro. E anche la sua morte è diluita nei corpi resi ferrosi dalla pena dei tanti protagonisti del libro.

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Il dolore, quello realmente esperito dalla poetessa, che ha passato l’ultimo anno tra il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, impegnata a portare la poesia tra i malati, e l’Ospedale di Imola dove la madre era ricoverata, quel dolore si fa bestia, si fa insetto sbucato dal pavimento, dalle ombre della casa, e trova l’uomo immerso nella propria sopravvivenza quotidiana, sopraffacendolo: «un buco nero sembra dal nero nuovo, / pestato con orme di ciabatta / dove la roccia è girata e rida al cielo / e il pianto ha mille piedi / che vanno e vengono dalla sua ombra».

Un libro magnetico, Aprile di là, che non ha paura di misurarsi con la grande poesia dei maestri, ma che anzi trova in questa nuova forza, perché come scriveva Luzi, tra queste pagine possiamo trovare quel tempo «che seguì / sfilacciato dalla differenza / invaso dal mondo / e dai suoi eventi / e da essi contraddetto, / roso / dalla mortalità, eppure fermo / nella memoria, nel sentimento».

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