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Annie Ernaux: la memoria scritta, parlata, fotografata

Scrivere di Annie Ernaux – una delle più importanti scrittrici e personalità intellettuali viventi in Francia – oggi, nel tempo delle autobiografie (o, tutt’al più, delle biografie, per patenti incapacità di scrittura) selvagge ad opera dei personaggi più disparati, significa rivendicare alla scrittura in prosa narrativa di grande livello e qualità, una capacità che essa pareva aver perso: il dono di sentire, e poi scrivere, la memoria.
Annie Ernaux (Lillebonne, 1940) è, si diceva, un’autorità culturale unanimemente riconosciuta nel suo Paese; in Italia, tuttavia, la situazione è ben diversa. Dopo alcune pubblicazioni (generalmente ad opera della BUR – Rizzoli) di opere (tendenzialmente, peraltro, minori) della scrittrice, dalle nostre parti si è fatto strada, a proposito della Ernaux, un grande silenzio.
Silenzio rotto soltanto molto recentemente, grazie all’operato della (straordinaria, anche per questo) casa editrice indipendente romana L’Orma Editore, che ha ottenuto pieni diritti di pubblicazione sulle opere della scrittrice francese.
Così, tra il 2014 ed oggi, L’Orma ha avviato le operazioni di traduzione e pubblicazione, per la prima volta in Italia, di tre (presto quattro, con l’imminente uscita della traduzione italiana del recentissimo Memoires de fille/Memoria di ragazza) testi capitali firmati Annie Ernaux.
Il primo di questi, in ordine cronologico di pubblicazione, è Il posto (2014), e rappresenta una piccola storia di vergogna tutta italiana: in Francia, infatti, venne pubblicato dal grande editore Gallimard addirittura nel 1983.
il-postoAbbiamo dovuto attendere ben trentun anni, dunque, per poter sfogliare e apprezzare questo piccolo gioiello di scrittura, ed è il caso di dirlo subito: raramente la brevità romanzesca si è distinta per una tale compattezza, costruita sulla convivenza (apparentemente impraticabile) di una grande complessità e profondità psicologica, e di una leggerezza quasi distaccata, data dalla impeccabile (e personalissima) tecnica di scrittura.
Il Posto, così come il resto della produzione della Ernaux, è prima di tutto un romanzo autobiografico: è bene dire “prima di tutto”, poiché si viene ben presto a scoprire che si tratta di qualcosa di più grande, di infinitamente meno personale, e nello stesso tempo di una scrittura interiore, intima come non si leggeva da tempo.
Come negli altri romanzi della scrittrice, anche in questo caso ad innescare e scandire il recupero memoriale è un episodio personale, anzi, uno degli episodi più privati che si possano immaginare.
Il Posto, infatti, può essere considerato un esperimento di auto-analisi e di esorcizzazione, per mezzo della scrittura, della morte del padre della Ernaux.
La visita della scrittrice, nel giorno della tragedia familiare, alla vecchia casa dei genitori nella quale è cresciuta, dà vita ad un’analisi a posteriori della propria condizione; una condizione che, tuttavia, si libera immediatamente e senza sforzo delle maglie strette dell’individualismo e dell’auto-narrazione, per trasfigurarsi in condizione collettiva, caso paradigmatico di (almeno) una generazione.
Raccontando la sua infanzia ed il suo rapporto con i genitori – con il padre in particolar modo – Annie Ernaux riesce a restituire un affresco sociale e culturale basato proprio sul senso di immedesimazione che proveranno tutti coloro che si sono trovati nella sua stessa situazione.
La famiglia Ernaux ha radici contadine e normanne: lo stile di vita e la mentalità che hanno informato l’infanzia di Annie non sono nemmeno, ancora, quelle del proletariato urbano, poiché lo scenario di partenza è quello della piccola comunità rurale, decentrata e svincolata dalla città e, pare, dalla Storia, dagli eventi che contano. Si tira a campare, e a metter via ciò che basta per potersi, un giorno, trasferire in una città più grande, con più opportunità.
Da questo punto di vista, il padre di Annie incarna una figura quasi archetipica, quella del genitore che si rimbocca le maniche, tra fatiche e sacrifici, per garantire alla propria prole un futuro migliore.

La parola chiave è proprio questa, opportunità
: rincorrendo questa aspirazione, la famiglia Ernaux si trasferisce proprio a Lillebonne che, confrontata con il passato, rappresenta già un primo “salto di qualità” sociale, economico e culturale. Il cosiddetto “salto di classe” è già qui, in nuce: è per metterlo in pratica che il padre di Annie passa dalla vita contadina a quella operaia, come momento di transizione per integrarsi appieno nella comunità urbana. thumbs-php
Nel frattempo la storia familiare comincia ad intrecciarsi ed incrociarsi con la Storia di Francia, d’Europa e del mondo intero, come un album di fotografie che, portato da casa propria, racchiude sempre più persone ed eventi. E proprio come un album di fotografie è costruito Gli anni, romanzo vincitore del Premio Strega Europeo nel 2016, in cui la dimensione individuale scompare quasi del tutto a favore di quella storica, collettiva. Gli anni sono proprio quelli della crescita di Annie, durante la guerra, ma soprattutto dopo la sua fine. Il recupero, la reintegrazione difficile di chi dalla guerra era stato a malapena scalfito, ma che in ogni caso con la guerra è chiamato a fare i conti, perché i cambiamenti che quel conflitto ha portato con sé investono tutta la società, l’economia, la cultura.
Sono, ancora, Gli anni in cui il padre di Annie riesce, finalmente, a mettersi in proprio, incarnando la parabola che conduceva, in quel periodo, le famiglie povere ad una forma, seppur molto ridotta, di gestione economica capitalistica: i genitori di Annie, grazie ai sacrifici del padre in fabbrica, possono permettersi di far proseguire la bambina negli studi, ma soprattutto riescono ad aprire un negozio che è un incrocio tra un bar, una tavola calda ed una drogheria/alimentari. Dal punto di vista, per così dire, “esterno”, concreto, il “salto di classe” della famiglia è compiuto: ad Annie spetterà soltanto, una volta cresciuta, di portarlo avanti, proseguendo nella carriera accademica fino a diventare l’insegnante e grande scrittrice ed intellettuale che è.
Ma che cos’è che resta, a questo punto, di ciò che è stato? Che cos’è che lascia tracce, sedimentate nella memoria e pronte a farsi sentire in qualsiasi momento, ad accendersi come le spie di un’automobile?
Resta la coluna-falonsapevolezza di Annie, dura e pesante da portare sulle spalle mentre si cresce, del sacrificio che altri – i genitori – hanno compiuto per permetterle di affrancarsi da una condizione, sociale e culturale, che tuttavia permane, forte ed ineludibile, nel ricordo e nella mentalità.
Si tratta della presenza, ingombrante ma necessaria, delle radici: per poter vivere in serenità la propria condizione presente, sembra dirci la Ernaux, con le proprie radici si deve fare i conti. Esse devono essere accettate, nonostante l’allontanamento.
Ognuno ha il suo Posto, che rimane sempre lo stesso, nonostante il suo posto concreto, nella vita e nella società, possa cambiare: e quanto è vicina, allora, la piccola (ma sempre più grande) Annie al giovane – non più tanto giovane – Anguilla di cui Cesare Pavese, in La luna altra-figliae i falò, ci narra il ritorno al paese natale.
E non è un caso che sia proprio con Pavese che la Ernaux voglia instaurare una sorta di rapporto confidenziale nel suo penultimo romanzo, L’altra figlia, uscito in Francia nel 2011, da noi pochi mesi fa.
Pavese, com’è noto, si è suicidato domenica 27 agosto 1950, in una camera d’albergo di Torino. Nel frattempo, probabilmente nella stessa giornata, a Lillebonne Annie veniva a sapere, origliando una conversazione tra sua madre ed una cliente (di quella drogheria della cui nascita aveva scritto in Il posto), di aver avuto una sorella, Ginette, mai conosciuta, nata nel 1930 e morta di difterite nel 1938. La madre, non immaginando che Annie stia ascoltando, la indica di sfuggita e dice alla cliente: «Lei era più buona di quella lì».
Il recupero di questo ricordo, forse troppo a lungo nascosto e rimosso, risveglia nella Ernaux – che ha sempre avvertito il peso di essere quella lì, ossia di esistere implicitamente nel confronto con qualcun altro che non ha mai conosciuto – il desiderio di scrivere una lettera post-mortem alla sorella. Naturalmente, anche in questo caso (anzi, in questo caso più che in tutto il resto della produzione della scrittrice) si tratta di una scrittura che urge come un bisogno fisiologico, ancor più che psicologico. Fare i conti con il proprio passato, con le proprie radici, anche quelle che non si ha avuto il tempo e l’occasione di conoscere: è così che nasce L’altra figlia – epiteto che la Ernaux rivolge con evidenza e freddezza a sé stessa –, un altro breve, incredibile romanzo in grado di trascendere la dimensione intima ed individuale, per portare sulla pagina un altro volto della condizione umana, con le sue contraddizioni ed ambiguità.
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A supportare questo impianto “teorico” già magnifico di per sé, che mira alla costruzione di una saga personale, familiare e collettiva insieme, ci sono le due grandi passioni della Ernaux: la fotografia e la parola.
La parola, più che la scrittura: è l’atomo singolo a contare, nella sua posizione e nel suo significato, più che la molecola che va a formare. È grazie ad una singola parola, probabilmente insignificante per molti altri, che Annie è in grado di rivivere i vari tempi della sua vita. Le parole creano, e allo stesso tempo restituiscono, un contesto, una situazione: come in Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, sono le parole dette dai genitori che, rimanendo salde nella memoria della scrittrice, le permettono di rievocare – a sé stessa, oltre che ai lettori – la sua condizione di partenza, la sua radice ultima. Sia che si tratti della condizione di povertà e ruralità della famiglia, sia che si tratti del suo aver subito una colpa (la morte della sorella Ginette) mai commessa, mai nemmeno conosciuta.
Ad un uso della parola così neutro («bianco», direbbe Barthes) e nello stesso tempo così pieno di significato e di vita, non poteva che corrispondere un utilizzo simmetrico della fotografia: le parole, le frasi, le enumerazioni della Ernaux sono, d’altronde, nient’altro che fotografie scritte.
Voltata l’ultima pagina, ci si rende conto che a contare non è la vicenda personale che ci ha narrato Annie, grazie a parole che inquadrano come fotografie, e fotografie che raccontano come parole: quelle sono le sue parole, le sue fotografie.
Sta a noi, se abbiamo imparato qualcosa, trovare le nostre.

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