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Andrew Warhola Jr (Andy Warhol)

Andy Warhol: quando il museo incontra il supermercato

Il 22 Febbraio del 1987, a New York, muore Andrew Warhola Jr, 58enne figlio di immigrati slovacchi, che forse qualcuno conoscerà meglio con il nome di Andy Warhol. Un banale intervento alla cistifellea, con complicazioni post operatorie, pone la parola “Fine” al grande show che è stata la vita di colui che ha legato il suo nome ad una piccola parola rivoluzionaria. Pop.Pop Art

Pop
Pop è un piccolo suono sensuale, una gomma che scoppia in bocca, un flash improvviso di un’immagine glamour, Pop è popolare. L’Enciclopedia Treccani ci aiuta con questa definizione:

«pop Abbreviazione del termine inglese popular («popolare»), con cui sono state qualificate produzioni e manifestazioni artistiche di vario tipo che hanno avuto diffusione di massa nella seconda metà del Novecento»

Ma Pop è soprattutto Andy Warhol, l’uomo che ha legato la sua intera vita all’Arte appunto “popolare”, nella doppia accezione del termine, “del popolo”, e “famoso”. Andy Warhol stesso, la sua persona, è stato un esempio di Pop Art. Il merito di questo americano di seconda generazione, è quello di aver segnato un secondo discrimine nell’Arte del Novecento, dopo e sulla scia di Marcel Duchamp. Se Duchamp ci insegna a guardare la realtà ed i suoi oggetti con occhi nuovi, trasfigurandoli, Warhol riproduce quegli oggetti stessi esattamente per quello che sono. Attraenti confezioni colorate, fatte per essere consumate.
Andy Warhol prende il significato del termine “popolare” e lo riproduce alla lettera nella sua Arte: le opere di Warhol rappresentano gli oggetti protagonisti della quotidianità di ognuno, sono quindi “popolari” nel senso che chiunque può accostarsi ad un barattolo di zuppa Campbell serigrafato e capire di cosa si tratta, riconoscerlo. Ma questi oggetti sono anche simbolo di desiderio, di bene di consumo che si fa simbolo di una società, quella americana degli anni Sessanta. Una società che passa dagli acquisti fatti nella piccola bottega, selezionando prodotti unici e naturali, alla scelta tra gli scaffali dei supermercati tra mille confezioni colorate, riprodotte apposta per essere accattivanti e finire, democraticamente, sulle tavole di ogni famiglia statunitense, dai Kennedy ai Warhola appunto.

Non solo zuppe
Dietro alle zuppe di Andy Warhol quindi, c’è molto di più di una semplice lattina. Warhol, che prima di essere artista è soprattutto pubblicitario, vetrinista, e “divoratore” di mode e frivolezze, sa raccontare la società degli anni Sessanta attraverso i suoi beni di consumo e desiderio, e sa farlo trasformando tutto questo in Arte. Senza la presunzione di farlo. Il suo background è un melting pot di moda, cinema, club, musica, cibo, pubblicità, letteratura, che Wahol condensa senza distinguere tra espressione culturali “alte” o basse”, per restituirci un ritratto di noi stessi, di quello che tutti, in fondo in fondo, consumiamo o vorremmo consumare.Campbell's soup can (turkey noodle), 1962
Warhol insomma trasforma il museo in un supermercato, sui cui scaffali troviamo gli oggetti protagonisti dei nostri momenti quotidiani più banali (una scatola di detersivo Brillo), o le icone che accompagnano i nostri sogni, o che ci ammiccano quotidianamente dai grandi cartelloni pubblicitari. Non solo zuppe infatti, ma anche icone. Se pensiamo oggi a Marilyn Monroe, non pensiamo infatti all’attrice in carne ed ossa, ma alla serigrafia enigmatica e senza tempo realizzata da Andy Warhol nel 1962. E come Marilyn Elvis nel 1963, o Jackie Kennedy nel 1964, o Mao nel 1972, dietro a questi volti c’è di più. C’è la società americana degli anni Sessanta appunto, che si nutre di miti e di riti, oltre che di zuppe e Coca cola.Marilyn Monroe, serie di serigrafie, dal 1962


Riproducibilità e sperimentazione

Andy Warhol racconta quindi la società che si muove davanti ai suoi occhi, senza giudicarla, ma presentandola per quello che è. Una società dei consumi, dove dietro l’apparenza c’è il Nulla, ma quel nulla significa tutto. Warhol stesso, sempre auto ironico, enigmatico e provocatorio confessa: «Se volete sapere tutto su di me, guardate i quadri. Dietro non c’è niente». Ma quel “niente” è in realtà l’essenza di una società che Warhol sa raccontare in tempo reale, totemizzando gli oggetti che entrano quotidianamente nella vita si ogni suo membro, e presentandoci un autoritratto che ci rende consapevoli di ciò che siamo. Warhol insomma ci mette di fronte ad uno specchio, e quello che vediamo riflesso è quello che mangiamo, beviamo, guardiamo al cinema, compriamo, sogniamo.
Andy Warhol diventa famoso soprattutto con la sua tecnica serigrafica, che permette di riprodurre in grande quantità le serie delle sue opere. È così quindi che Warhol applica alla sua stessa Arte i processi industriali, non presentandoci gli oggetti in quanto tali e trasfigurati (vedi Duchamp con la sua Fontana del 1917), ma riproducendoli su scala industriale, facendone rappresentazioni ovviamente finte. Il punto infatti non è restituirci gli oggetti in quanto tali, ma la loro versione riproducibile, il simbolo che rappresentano per noi, al di là della loro funzione.
Warhol insomma attinge a piene mani dalla realtà che lo circonda, muovendosi sempre sul filo della sperimentazione. Oltre alle serigrafie, realizza infatti numerosi filmati (il primo è Sleep del 1963), copertine di vinili (la famosa “banana” per The Velvet Underground & Nico),La copertina del disco dei The Velvet Underground and Nico, 1967 sculture (la famosa Brillo Box del 1964). Dietro ad ogni tecnica c’è sempre la costante ricerca di una rappresentazione sociologica, celata dietro ad un banale Nulla. Ma nel Nulla di Andy Warhol, niente è mai come sembra.Andy Warhol davanti alla serie Brillo box, dal 1964


Quindici minuti

Andy Warhol, attraverso i media più disparati, non ha solo saputo dare un’immagine iconica che rappresentasse la società a lui contemporanea. Ha anche anticipato quelle che sarebbero state le tendenze ed i media della società futura, e la sua costante e spasmodica ricerca verso la “rappresentazione”. Con l’ormai celeberrima affermazione «Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti» Warhol anticipa tutto ciò che oggi è realtà. La società egocentrica del 2000, nella quale ognuno trasmette live le sue esperienze banali e quotidiane, alla ricerca di una spasmodica auto rappresentazione, non è forse allora tanto distante dagli Screen Test realizzati da Andy Warhol nella sua Factory. In questi “test” i personaggi più o meno famosi che gravitano intorno alla “Fabbrica” di Warhol, vengono ripresi di fronte alla camera, fissi, per circa tre minuti, su uno sfondo nero. Quello che ne emerge è quindi una spasmodica rappresentazione dell’Io, filmato nella sua essenza e fissità.Screen Test, 1964-1966
A trent’anni di distanza Andy Warhol non sembra mai sembrato così attuale, e prova ne è la mostra ospitata al Palazzo Ducale di Genova, fino al 26 Febbraio del 2017, curata da Luca Beatrice. Un percorso nella Pop Society raccontata dal suo sacerdote, che fa scoprire tanti nuovi dettagli sulla sua Arte e sui nostri miti.

http://www.palazzoducale.genova.it/andy-warhol-e-linvenzione-della-pop-society/

http://warholfoundation.org/

 


Ho 27 anni e sono laureata in Storia dell’Arte, ho vissuto a Milano, Torino e Dublino, attualmente sono in un piccolo ma meraviglioso tratto di costa ligure, ai confini occidentali dell’Italia, a cercare i miei passi. Adoro tutto ciò che è Arte, Cultura, Cinema, Movimento, Creatività. Cosa voglio fare da grande? Viaggiare, scrivere e conoscere.

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