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Andate a fare un tè a Francesco Bianconi

«Andate a farmi un tè» tuonava un divertito Carmelo Bene dagli studi Mediaset in una delle sue memorabili comparsate come ospite di Maurizio Costanzo.

Lo diceva alla chiodatura di giornalisti (fra i tanti anche un irriconoscibile Roberto D’Agostino) che erano stati radunati lì dal conduttore per il Tutti contro uno. Carmelo giocava a fare l’istrione, taceva alle domande, se ne poneva di nuove, di personali, pareva rispondere a un serratissimo dialogo interiore in cui lui e lui stesso erano gli unici interlocutori, per noi, per gli altri, per i giornalisti radunati non c’era che la chiacchiera.

«Andate a farmi un tè», e aggiunse: «due tè, tre tè. Bevete!». Non voleva rispondere, diceva, a chi lo obbligava a parlare con l’ontologia, a chi lo legava al reale, all’essere, all’esserci e così tentava di riportarlo giù, di portarlo via dall’altrove in cui abitava e in cui la sua arte prendeva forma. Loro erano opinionisti, lui, sull’altro piatto della bilancia, era Carmelo Bene.

Molti dei presenti si ritennero offesi da quel teatrino, tentarono bassi paragoni, una giornalista disse addirittura che Bene era stato ampiamente superato, nel suo ruolo, dal karaoke di Fiorello e da Vittorio Sgarbi. Sembra fantascienza a pensarla oggi, invece è successa una cosa simile in questi giorni dopo che i Baustelle hanno deciso di mettere in rete e in free download il nuovo brano Lili Marleen e certa critica ha deciso rovinosamente di occuparsene.

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La canzone non fa parte di un concept, né è il primo brano del nuovo album, è semplicemente un progetto isolato, come gli stessi Baustelle si premurano di comunicare sulle loro piattaforme ufficiali: «Non è un estratto del nuovo disco dei Baustelle, non la troverete là dentro – e ancora – non è un punto fermo. Non è un’isola: semmai la barca per arrivarci».

È un’occasione, sicuramente, per risentire la voce di Rachele Bastreghi (dopo le recenti uscite da solista) tornare a sposarsi con quella del frontman Francesco Bianconi, impegnato nel frattempo nella stesura del nuovo romanzo, La resurrezione della carne, edito Mondadori.

Una rassicurazione ai fan, anche, sprofondati dopo il meraviglioso Fantasma (2013), nel silenzio della promessa, fatta dalla band, che nel 2017 sarebbe arrivato il nuovo lavoro.

La canzone riprende temi e melodie della Lili Marleen storica, la canzonetta militaresca, il motto che accompagnò i soldati di fanteria durante la seconda guerra mondiale, tratta da Das Lied eines jungen Soldaten auf der Wacht (La canzone di un giovane soldato di sentinella), poesia scritta dall’amburghese Hans Leip nel 1915, poco prima di recarsi al fronte dei Carpazi col suo plotone.

Così nel testo si fondono passato e presente, la guerra mondiale, il fronte, le strade di Parigi, le voci dei tedeschi, dei ragazzi terribili delle SS, ma anche le voci che gridano il nome di Allah e che riportano immediatamente la mente ai fatti del novembre terribles. Il tutto è inserito nel solito calderone dei Baustelle, dove, per intenderci, Prevert e Spotify coesistono tranquillamente.

«Non è una canzone d’amore e nemmeno di guerra, piuttosto le due cose insieme», dicono i Baustelle del loro nuovo brano, «Lili Marlen. Già il titolo sa di passato»[1], risponde uno stizzito Michele Monina dalla sua rubrica su Il Fatto Quotidiano, invitando qualcuno dei suoi lettori ad avvertire Bianconi e compagnia che siamo nel 2016 e quegli accordi sono vintage, e parlare della guerra oggi non si può.

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Monina non usa mezzi termini riferendosi al brano: «Stavolta il testo non è bello. Perché Bianconi comincia a crederci un po’ troppo. […] gioca a fare l’intellettuale, come sempre, ma il suo stile è diventato di maniera. Vuole imitare De Andrè, e anche qui, nessuna novità, ma lo dichiara a ogni parola, lo dichiara con la sua voce, stranamente intonata, che profonda parla di Parigi e della guerra, con riferimenti tanto alla seconda guerra mondiale quanto all’oggi, incarnato in Allah»[2]. E ancora si lancia in paragoni avventati, con i Modà, con Anna Tatangelo, per fare alcuni esempi.

Andate a fargli un tè! Verrebbe da dire alla chiodatura di giornalisti sempre pronta ad accogliere e a disprezzare, a patrocinare e a dissociarsi. A chi vorrebbe costringere un artista a un discorso sull’essere e sull’esserci, qui nel 2016, e senza scuse, portandolo via dall’altrove in cui una qualche creazione si muove, in cui nascono molte delle parole di Bianconi, che nel reale, con buona pace di Monina, ci sguazza: «Dio che muovi l’amore e la morte / la violenza, le salme risorte / lo scirocco che sbatte le porte / la tastiera del mio pianoforte / vivi dentro i ricordi, le chiese / e i kalashnikov dei kamikaze».

[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/20/baustelle-in-streaming-il-nuovo-brano-lili-marlen-qualcuno-avvisi-bianconi-e-soci-che-siamo-nellanno-del-signore-2016/3110975/

[2] Ibidem.

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