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Ai Weiwei, controverso e complesso.

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Reframe, 2016.

Tra i nomi dell’arte che muovono ondate di reazioni, come abbiamo visto negli ultimi giorni, c’è Ai Weiwei. La mostra in corso a Palazzo Strozzi e presente fino al 22 Gennaio solleva numerose considerazioni, argomenti e contraddizioni che compongono un unico e complesso ritratto della figura di Ai Weiwei. C’è Ai Wewei, c’è la mostra sul suo lavoro trentennale dal nome “Ai Weiwei. Libero”, ci sono le critiche negative e positive, ci sono i contrasti, non ci sono le vie di mezzo, c’è la necessità di una contestualizzazione, c’è un pensiero da approfondire e più di una domanda da porsi.

La prima facciata della mostra.
“Ai Weiwei. Libero.” si apre con Reframe, l’installazione site specific composta da ventidue gommoni di salvataggio arancioni, incastonati sulle finestre del piano nobile, che decorano Palazzo Strozzi su due facciate e rimandano alla tragedia che assedia la vita di milioni di rifugiati che approdano sulle coste europee. Qualcosa stona e non si tratta del messaggio esplicito dell’installazione o del contrasto creato appositamente con il luogo. Stona un’assenza di poetica nella modalità con cui tale realtà è rappresentata.
Ci muoviamo principalmente nel campo del pop come dimostra il cartello pubblicitario della mostra o il video che ci intrattiene mentre facciamo la fila. L’aspetto ironico, da slogan, tipico del pop e dello stile di Ai, crea però un certo attrito con l’opera d’apertura sulla facciata del palazzo; come se la voluta provocazione perdesse d’efficacia, diventando per l’appunto decorazione, come Bonami ha espresso in un articolo dai toni accesi. Una provocazione che manca della poetica necessaria per un tema simile e che sembra esposta con una immediatezza quasi superficiale.

L’evoluzione del percorso artistico.
Sarebbe ingiusto però liquidare in modo semplicistico l’evoluzione di un percorso artistico dal contenuto più complesso di quanto giudizi sensazionalistici potrebbero farci capire. Un’evoluzione che visitando la personale si riesce a cogliere. In lavori come Stacked (2012)- novecentocinquanta biciclette impilate – e Han Dinasty Vases with Auto Paint (2014), vasi della dinastia Han ridipinti con vernice per carrozzeria, ritorna il gesto provocatorio compiuto nel 1993, quando dipinse il logo della Coca Cola su un’urna della dinastia Han. Gesto ripreso nel 2016 con Dropping a Hun Dinasty Urn (distruzione di un’urna della dinastia Hun), una performance i cui scatti fotografici sono stati fissati e ricostruiti con mattoncini LEGO.
Il logo della Coca Cola, la vernice per auto sulle urne della dinastia Han, i mattoncini LEGO utilizzati anche in Reneissance (2016) – opera creata appositamente per Palazzo Strozzi e che ritrae personalità fiorentine che hanno subito una privazione della libertà (Dante Alighieri, Girolamo Savonarola, Galileo Galilei, Filippo Strozzi)- mescolano pop e tradizione, oggettificano personalità e simboli appartenenti alla storia, trasformandoli in immagini ludiche, in prodotti commerciali e forse per questo più vicini (punto di domanda). Un insieme di opere con l’intento di rompere con la tradizione, con una certa cultura, eppure, allo stesso tempo, di omaggiarla, cercando in questo modo, forse, una nuova identità. Ai Weiwei si muove sempre su un piano contraddittorio.

Dropping a Han Dynasty Urn/ Han Dynasty Vases with Auto Paint

Dropping a Han Dynasty Urn/ Han Dynasty Vases with Auto Paint

Il terremoto del Sichuan. “Tutto è arte, tutto è politica”.
Col tempo l’atto della provocazione culturale si è esteso a tematiche ben più ampie e sensibili. Un primo momento di cesura nell’espressione artistica di Ai è segnato dal terremoto di magnitudo 8.0 del Sichuan nel 2008 che provocò circa settantamila vittime. Snake Bag (2008), il serpente formato da trecentosessanta zaini (che rimandano agli zainetti ritrovati tra le macerie di una scuola crollata); Rebar and case, contenitori in legno huali con riproduzioni in marmo dei tondini rinvenuti dopo il terremoto; il video Straight che documenta quei giorni; fanno parte dell’insieme di opere nate a seguito del terremoto. Da questa serie di lavori in poi si radicalizza in Ai Weiwei l’arte concepita come azione, “tutto è arte, tutto è politica” secondo l’artista.

Una visione attiva dell’arte estesa a nuove forme di comunicazione aveva già iniziato a concretizzarsi con il Blog nato nel 2006 su richiesta del portale SINA e diventato in pochissimo tempo punto di riferimento di un pensiero politico, di critica sociale. Nel 2009 lanciò un appello sul blog per riuscire, con l’aiuto di volontari, a rintracciare i nomi delle vittime del terremoto, cosa che il governo stava cercando di occultare o minimizzare. L’indagine coinvolse un centinaio di volontari e fu pubblicata la lista dei nomi di più di cinquemila bambini vittime del terremoto. A seguito di tali indagini e delle denunce nei confronti di una edilizia “fatta di tofu”, le pressioni sull’artista aumentarono, il blog di Ai Weiwei fu definitivamente oscurato nel 2009.

Lista dei nomi delle vittime del terremoto del Sichuan.

Lista dei nomi delle vittime del terremoto del Sichuan.

Vista della mostra. Snake bag/ Rebar and Case/ Straight

Vista della mostra.
Snake bag/ Rebar and Case/ Straight

 

Internet, “scultura sociale” e azione.
Internet diventò per Ai Weiwei un nuovo mezzo di espressione artistico. Come si legge nell’introduzione di “Ai Weiwei/il Blog. Scritti, interviste, invettive, 2006-2009”, curato nell’edizione italiana da Stefano Chiodi, il blog ha rappresentato “una delle testimonianze culturali e politiche della Cina contemporanea”; definito da Hans-Urlich Obrist “una delle grandi sculture sociali del nostro tempo” riprendendo proprio il concetto di “scultura sociale” di Joseph Beuys. Una “scultura viva”, si legge nella postfazione del libro, “un agente di trasformazione del mondo grazie al quale la moltitudine acquista autoconsapevolezza” e in questo modo “ci addita una diversa possibilità per l’arte, quella di farsi politica (…) divenendo essa stessa, nella propria costituzione interna, nel proprio muoversi verso e nel mondo, il segno visibile di una differenza”.

L’arte come azione, la “scultura sociale” di Ai Weiwei, ha assunto la forma di un Blog, poi di microblogging con Twitter e di opere provocatorie; ha permesso di far conoscere Ai Weiwei ovunque come personaggio “dissidente”, termine per niente gradito all’artista; “icona della libertà” che genera posizioni controverse. Il suo impegno politico-artistico guarda sicuramente agli intellettuali della Cina novecentesca; alla biografia del padre, il poeta Ai Quing, critico del regime e costretto all’esilio e alla “rieducazione”; all’attivismo non violento di intellettuali cinesi come Liu Xiaobo, primo firmatario e promotore del manifesto democratico 08, insignito del premio Nobel per la pace nel 2010 “per il suo impegno non violento e la tutela dei diritti umani in Cina” e condannato invece dal governo a undici anni di prigione per “incitamento alla sovversione del potere dello stato”. E’ questo, a grandi linee, il contesto da considerare ed entro cui inquadrare l’azione e la concezione di arte e di pensiero intellettuale dei lavori di Ai, ed entro cui si genera, si muove e vedremo trasformarsi l’arte-azione, la “scultura sociale”.

L’ arresto e l’ossessione per il tema del controllo.
Un secondo momento di cesura coincide con l’arresto nel 2011 e gli ottantuno giorni di prigionia in un luogo segreto. Dopo il rilascio su cauzione, Ai è accusato di evasione fiscale, viene multato, gli viene ritirato il passaporto, gli è vietato pubblicare articoli su internet o parlare con la stampa ed è messo continuamente sotto sorveglianza. Nel frattempo Art Review lo nomina “l’artista più influente del mondo” mentre personalità politiche e musei tra i più importanti come il Tate Modern, si mobilitano per il rilascio di Ai Weiwei la cui detenzione segreta diventa un caso mondiale.

Da questo momento nei suoi lavori si percepisce la presenza ossessiva per il tema del controllo subìto e a cui contemporaneamente si presta per creare testimonianze. I suoi lavori, con l’intento di protesta, di denuncia, di essere voce attiva e sociale, si convertono quasi totalmente in tutte le forme di espressione di internet. La presenza di Ai Weiwei e ogni suo movimento o espressione, per effetto della viralità, si diffonde in una modalità probabilmente senza precedenti nel mondo contemporaneo dell’arte, in una alterazione del pop di popolare al pop di populista. C’è una palese continua autoreferenzialità che parte dalla libertà di espressione di cui è stato privato e che diventa denuncia, provocazione, spunto per un’opera. Lo vediamo in Photographs of Surveillance (2010-2015)- visibile al piano inferiore della strozzina- , una serie di fotografie che documentano la vita dell’artista e la sorveglianza a cui è sottoposto. Lo vediamo in altri temi sensibili affrontati attraverso l’espressione di arte-azione- sociale e che ritornano sempre alla rappresentazione della sua persona. Per citarne una su tutte, la foto comparsa nel 2016 su India Today in cui è ritratto sulla spiaggia nella stessa posa del bambino Alan Kurdi. Attivissimo dal 2009 su Instagram, si perde il numero di selfie diventati opera sotto forma di carta da parati o di proiezioni alternate su schermi piatti.

C’è un ritorno ossessivo al tema della censura e del controllo sulla propria persona. Un lavoro molto interessante che ben rappresenta l’ossessione per la videosorveglianza e le contraddizioni connesse al loro uso da parte dell’artista, è la carta da parati The animals that looks like a LLama but is actually an Alpaca (2015), presente in una delle sale di Palazzo Strozzi. Decorata in stile rococò, raffigura un’intricata fioritura di videocamere da sorveglianza, catene, manette, tra cui si insinua il logo di Twitter, simbolo della libera espressione dei social media e di internet posti sotto la sorveglianza e il controllo del governo cinese.

The animals that looks like a LLama but is actually an Alpaca (2015), carta da parati.

The animals that looks like a LLama but is actually an Alpaca (2015), carta da parati.

 

Contrasti.
L’ossessione per la sorveglianza che ha subìto torna spesso nelle opere, nei documentari, nelle foto, ed è ribaltata dalla predisposizione alla documentazione video e fotografica a cui Ai Weiwei stesso sottopone la sua vita. Tutto, a partire dalla sua persona, sembra ironicamente rappresentato e strumentalizzato. L’evoluzione dei mezzi espressivi, la commistione tra arte e azione politica e sociale, la “scultura sociale”, il messaggio forte e realistico davanti al quale ci pone, che piaccia o meno, è esasperata però da un percorso diventato molto pop, commerciale, virale; un po’ come si percepiva osservando la facciata del palazzo.

I piani di riflessione, se vogliamo, sono comunque diversi e stimolarli è sempre un fatto positivo a livello di comunicazione, di riflessione artistica e di azione sociale per il cambiamento che vuole essere. Forse ci vorrà un po’ più di tempo per capire la forma e la deformazione della “scultura sociale”, di questa modalità di espressione artistica che comprende diversi medium e diversi temi, così come diversi sono i piani di significato nelle opere di Ai.
In un post pubblicato il 4 febbraio 2006 sul suo blog, parlando dell’arte contemporanea cinese, scriveva: “chi può immaginare le terribili catastrofi che avvengono nella profondità dell’oceano semplicemente osservando i relitti e le carcasse che si arenano sulle spiagge assolate?”, intendendo con questa metafora l’impossibilità di giudicare qualcosa, in questo caso l’arte contemporanea cinese, senza conoscerne la storia e il contesto. La stessa metafora andrebbe applicata osservando le sue opere, cosa che vale d’altronde per ogni opera d’arte contemporanea o per ogni storia più in generale.

Dove.
Firenze, Palazzo Strozzi
dal 23 settembre 2016 al 22 gennaio 2017.
A cura di Arturo Galansino.
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