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harun-farocki

400°

“Quando vi faremo vedere le foto delle vittime del napalm, chiuderete gli occhi. Chiuderete gli occhi di fronte alle foto. Dopo li chiuderete di fronte alla memoria. Infine li chiuderete di fronte ai fatti”
Tengo gli occhi bassi. non ho mai chiuso gli occhi di fronte a delle immagini, non ricordo sia mai successo. Non riesco a tenerli aperti, perché? Sullo schermo c’è un gatto tra le macerie, è semza una zampa, miagola dolorante, zoppica. Cristo santo, fatti delle domande. È incredibile come mi faccia sempre più effetto l’immagine straziante di un animale che quella di un uomo, succede sempre così. Perché continua con queste immagini, perché vuole seppellirmici sotto? Mahafby vuole che il dolore della Siria, la sua assurdità, mi tocchino negli occhi, mi penetrino sottocarne, da non poterli dimenticare.
Passano una sigaretta ad Harun, se l’è spenta sul braccio, nemmeno il tempo di capire il perché, la carne sfrigola. Sento le sue parole che parlano della temperatura di una sigaretta accesa, 400 gradi. Come posso immaginarmi 400 gradi? a 100 l’acqua evapora, a 400 che succede? Carne che si scioglie, forse, si stacca dall’osso. La temperatura del napalm arriva a 2mila gradi. sono fisso su quella sigaretta, il resto conta poco, sì, la temperatura, certo, ma quella sigaretta, sul braccio, sulla carne viva, il dolore. Poche cose fanno male come bruciarsi, è un dolore che persiste, ad ondate, parte da un centro e si espande, come un sasso lanciato in un lago. Mia mamma sta stirando un vestito, che colore era, blu mi pare, stira, poggia il ferro in verticale. quella superficie liscia, come riesce a rendere liscia i vestiti. La tocco. È come un lampo bianco che sfonda il cranio, non finisce più questo dolore, mangia ogni pensiero, non sento più nulla, solo la mano che sembra esplodere in quelle pulsazioni.
Il napalm è un collante, quando prende fuoco non può essere spento, brucia a migliaia di gradi, non può essere tolto di dosso, non c’è maniera. In pocho minuti arriva a friggere il corpo fino all’osso, la pelle letteralmente si spacca, si crepa lasciando scoperti nervi, tendini e muscoli cotti, carbonizzati.
Non riesco ad immaginarlo, non riesco a capire cosa voglia dire quel fuoco, quel calore, quel dolore lancinante sulla pelle. Posso guardare, posso provare ad supporlo, ma non posso sentirlo, non posso capire. La sigaretta di Harun, 400 gradi, 400 gradi sulla pelle. Un quinto della temperatura del napalm, un quinto di quel dolore. Perché, Harun? Sento sempre più i limiti. L’immagine è come una bolla, i confini in continua espansione, come un universo. Ma ora stiamo di fronte limiti, pressati contro di essi, non si riesce ad andare oltre. Non basta più l’immagine. “non hai mai visto Hiroshima, non sei mai stato ad Hiroshima”. No, non sono stato ad Hiroshima, non posso capire, posso solo cercare di mostrare, di rimostrare al mondo. Ma non so cosa sia quel calore improvviso, non so che voglia dire sentire la carne bruciare, il sangue evaporare, gli occhi sciogliersi. basta. Scrollo la testa. Due ore a Torino, due ore di morte in Siria, come un martello su un incudine, ogni immagine un colpo, un fulmine. È rimasta la consapevolezza. Basta? Penso di no. La punta della sigaretta sulla pelle, 400 gradi. A scuola li chiamavano fantasmini, ti colpivano a tradimento con la punta di un mozzicone sulle mani, un dolore infernale. Alla fine rimaneva quella bruciatura irregolare, una cicatrice. In quei due minuti, in quella sigaretta, ci sono i limiti dell’immagine. la circonferenza del mozzicone, i confini di quella bolla. 400 gradi, per poter capire, per potersi mettere in quei panni, per sentire, non solo per vedere. “capite? non voglio vedere. Vedere è una curiosità, un capriccio intellettuale, io voglio sentirle quelle cose. Non è un capriccio intellettuale. Non so se riesco a spiegarmi”. aveva ragione lui, mentre stava in mare. un palo del telegrafo come pennone. cosa c’è di più resistente? Non basta più l’immagine ad Harun, vuole sentire, gli serve il fuoco. Pidocchi sottoproletari, li aveva Anna, solo così Grifi potè arrivare ad Anna, vivere il suo disagio, superare quella linea. Fuoco sottoproletario, fuoco nato dal capitalismo. Il nemico della borghesia nasce in seno ad essa, me lo diceva spesso Francesco. Sto cercando di fare ordine nei pensieri, per scrivere tutto. Non vado a rivedermi gli appunti, mi sembra scorretto, quello che deve essere scritto verrà fuori da sé, ciò che è importante sarà qui. A qualche metro dal divano sta la stufa al pellet, qui in casa di mia madre. Un’unica fiamma dentro un cilindro, si alza come la punta di un inceneritore. Cadono i pezzi di pellet sulla fiamma che per un attimo sembra morire. Poi ritorna, si riaccende nel buio della stanza. I pezzi di pellet sembrano tanti corpi umani che cadono nel fuoco. È un suono meccanico, quello della stufa. Carica, posizionamento, rilascio. I suoni di una fabbrica. Cos’avranno pensato gli uomini in catena du montaggio mentre costruivano le bombe piene del collante pronto a bruciare? Potevano sentire, potevano capire? In quelle bombe, in potenza, stavano infinite immagini di morte. Le hanno percepite, le hanno viste? Non sono bastate, in ogni caso.
Sara mi ha chiesto perché è necessario vedere queste immagini. Non lo so, mi spiazza. Per comprendere, sono necessarie, necessarie per comprendere quello che è stato, non ripeterlo. Perché sono necessarie? Non lo so, è il peso del mondo. La necessità spinge Harun, lo spinge a bruciarsi le carni, a mettere il suo corpo in gioco. Non bastano più gli occhi, serve il corpo, non basta più vedere, è necessario sentire. Non si può andare oltre, siamo ai confini. Queste immagini sono necessarie, sono necessarie per capire, per ricordare, per comprendere. No, quelle no, c’hanno spedito nel pozzo con lui, con quel bambino, ma non siamo mai stati lì, ne hanno fatto un dramma, la tv ha creato un’irrealtà, ha messo su un set per una tragedia dove potessimo specchiarci, quelle immagini non sono necessarie. Harun, il suo braccio brucia, una cicatrice, la pelle segnata. La pellicola impressa dalla luce, la carne impressa dal calore di una fiamma. Un uomo che brucia, nel buio, sarebbe l’unica luce, l’unica immagine visibile, l’unica opera d’arte.
Il corpo di Harun, come una pellicola, una mappatura del sentire. vuole andare oltre, non vuole vedere il fuoco che brucia, vuole sentirlo, è come il punk. un tentativo disperato, non basta. Mi ricordo a malapena del dolore del ferro da stiro. la memoria è come segni sulla sabbia. ogni marea, ogni momento che passa, ofuscano quelle tracce, le cancellano.
Può il mio corpo essere campo di prova del sentire di un mondo intero, impressione di tutto ciò che è stato? Posso usare il mio corpo come mezzo per capire il mondo?

Cosa ne pensi?