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Referendum / 1 L’impossibilità di una riforma ben scritta

Il prossimo quattro dicembre i cittadini elettori saranno chiamati ad esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso sul progetto di riforma della seconda parte della Costituzione proposto dal governo Renzi. Il tormentone del “Sì” e del “No” si è impossessato del web, della televisione e dei giornali da ormai un paio di mesi, trasformando progressivamente il dibattito politico in uno scontro partitico e riducendolo così ad una serie di slogan sugli effetti benefici o nefasti che la riforma potrebbe avere sull’ordinamento italiano.

Uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori del “No” è che la riforma è scritta male, pasticciata e confusa. Tale argomento è francamente inconfutabile, se come termine di paragone si prende l’originale, ossia il testo della Costituzione redatto dall’Assemblea Costituente tra il 1946 e il 1947. Diverso è se la si confronta con le leggi, anche costituzionali, degli ultimi vent’anni e dei giorni nostri: a colpo d’occhio ci si accorge che il testo non è né peggiore né migliore. In altre parole, l’italiano impiegato per la scrittura della revisione costituzionale è lo stesso utilizzato dal Legislatore per la stesura di ogni altro suo atto. Di questo ci si può indignare ma non stupire. La perdita della chiarezza, della linearità e dell’efficacia della lingua italiana nelle leggi ha radici datate e, purtroppo, ben salde nel nostro ordinamento.

La prima considerazione in merito è di carattere generale ed esula dal campo del diritto: l’italiano, come ogni linguaggio, si evolve e si adatta ai tempi e ai modi della società in cui vive. Oggi, senza dubbio, vi è meno
attenzione nei confronti dell’impiego dell’italiano nella scrittura
, dal momento che la velocità e l’ampiezza dei mezzi di comunicazione consentono di esprimersi in qualsiasi luogo ed in qualsiasi momento. L’aspetto negativo di questo sviluppo tecnologico è la tendenza a sovrapporre il linguaggio orale a quello scritto, con il rischio che “si parli” anche quando si scrive. In secondo luogo, la globalizzazione e l’ampliamento degli interessi da regolare hanno innalzato il livello di complessità e di specificità del linguaggio legale. All’intensificazione di questi due fattori il Legislatore e tutto l’apparato amministrativo del nostro ordinamento non hanno saputo adeguare il modo di esprimersi, producendo norme ed atti intricati, sovrabbondanti di parole, di difficile comprensione per gli stessi professionisti dei vari settori del diritto e, spesso, non privi di errori.

Tutto ciò ha contribuito all’allontanamento dei cittadini dalla partecipazione alla vita politica del Paese, dal momento che le leggi sembrano rivolgersi ad una cerchia ristretta di persone, le sole capaci di capirle, e non all’intera comunità. Per cercare di uscire da questa impasse, negli ultimi anni ha avuto un notevole sviluppo la Tecnica legislativa, ossia quella branca della scienza costituzionalistica volta allo studio delle regole necessarie a scrivere una legge chiara, lineare ed abile a raggiungere gli scopi di chi l’ha progettata. Gli studiosi della materia si impegnano a contrastare le storture dell’attuale stato della legislazione e ad “educare” gli organi preposti alla stesura delle leggi ad un innalzamento della qualità dei testi normativi. Fra i principali problemi linguistici presenti nelle leggi italiane si possono menzionare: la lunghezza degli articoli, figlia di una verbosità quasi ricercata; l’utilizzo di pronomi e aggettivi dimostrativi, per fare riferimento a termini impiegati negli articoli o nei commi precedenti, in luogo della ripetizione dei termini in questione, utile a dissipare le inevitabili ambiguità semantiche che vengono a generarsi; l’eccessivo ricorso a congiunzioni subordinanti, che appesantiscono il periodo, al posto delle congiunzioni coordinanti1.

Al centro di questo panorama nebuloso fino ad oggi si è distinta la Costituzione, con il suo stile asciutto ma limpidissimo, immediatamente comprensibile per chiunque. L’eventuale entrata in vigore del nuovo testo la porterebbe ad assomigliare a tutti gli altri atti normativi, lasciandone però immutata la funzione di perno intorno al quale ruota l’intero sistema legislativo italiano. E se, da un lato, risulta difficile accettare lo scadimento linguistico del documento fondante la nostra democrazia, dall’altro, era impossibile immaginare che esso non sarebbe stato colpito dall’italiano attualmente utilizzato dal Legislatore, anche perché sono già presenti segnali in tal senso2. A tal proposito tornano utili le parole del costituzionalista Michele Ainis, il quale, nel suo intervento al seminario Il linguaggio della Costituzione, afferma che «non si mette una regola codicistica di questo tipo in una Costituzione», riferendosi alla ridondanza e alle minuzie dell’art. 111 Cost., e definisce «una lenzuolata, un elenco del telefono» l’art. 117 Cost. L’autore conclude dicendo che «quando questo succede, questo, sì, infligge una ferita all’autorevolezza di una Carta costituzionale, perché è difficile poi prenderla sul serio»3.

Il problema si ripropone oggi con maggiore insistenza, vista l’ampiezza della riforma attuale. Della questione ci si è resi conto anche in Parlamento durante la discussione del testo e merita di essere segnalato un ordine del giorno, che non è stato accolto, focalizzato proprio sugli aspetti del linguaggio impiegato: si è evidenziato come «seguendo un approccio già manifestato nei recenti tentativi di riforma, il legislatore costituzionale attuale opera una cesura con la tradizione del linguaggio costituente, adottato nell’elaborare il testo del 1948; in particolare si fa largo uso della tecnica regolamentare a scapito di una formulazione compromissoria delle disposizioni costituzionali, che rappresenti la sintesi tra orientamenti e visioni culturali e politiche diverse»4.

Una delle possibili soluzioni per il superamento del contemporaneo stato dell’arte è suggerita proprio nel finale dell’ordine del giorno appena richiamato: il compromesso tra le varie opzioni in campo. Il successo così duraturo della nostra Costituzione risiede soprattutto nella sintesi che i Padri costituenti hanno saputo fare delle diverse anime politiche presenti in Assemblea. Il punto di partenza, però, era la volontà di pervenire ad un risultato ottimale e condiviso. Oggi, invece, le logiche partitiche impediscono a priori una discussione sobria ed efficiente circa le necessarie modifiche alla Carta. Lo scontro fa più rumore, più audience dell’incontro, impedendo una pianificazione dei lavori parlamentari seria e orientata verso un risultato soddisfacente, impossibile da raggiungere fintanto che gli umori politici cambieranno a seconda dei sondaggi. Questo fa sì che la riforma costituzionale non sia il risultato di un lavoro corale, ma della sola maggioranza parlamentare di turno, finendo per diventare un’ordinaria proposta o disegno di legge in attuazione del programma politico di un partito o del Governo. Ma è bene sottolineare ancora che la Costituzione non è una legge come le altre e, quindi, non può ricevere lo stesso trattamento.

Non basterà respingere l’attuale testo, affinché il prossimo sia migliore e su questo si deve concordare con il Presidente del Consiglio quando afferma che la vittoria del “No” non porterà ad una nuova fase di elaborazione, ma all’ennesimo periodo di stasi, come accaduto dopo il fallimento del referendum del 2006 sul progetto di riforma del governo Berlusconi. Fino a quando non verrà assunto un autentico spirito collaborazionista da parte di tutti i soggetti coinvolti è arduo ipotizzare la stesura di una buona riforma, in armonia con il carattere e il tono della «più bella del mondo».

1 Tutte le indicazioni su come redigere un buon testo di legge, privo di ambiguità e strutturato in maniera semplice e ordinata, si trovano nella Guida alla redazione dei testi normativi, contenuta nella Circolare 2 maggio 2001, n. 1088, del Consiglio dei Ministri (http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2001/05/03/001A4875/sg). Si tratta di un documento che ha la funzione di illustrare e incoraggiare all’applicazione delle regole di Tecnica legislativa.

2 I testi degli artt. 111 e 117 Cost. modificati, rispettivamente, dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 e dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, si discostano parecchio dal tenore originario della Costituzione

3 Cfr. M. Ainis, Intervento al seminario Il linguaggio della Costituzione, svoltosi a Roma, Palazzo della Minerva, il 16 giugno 2008, il cui testo è stato pubblicato a cura del Servizio dei resoconti e della comunicazione istituzionale del Senato, n. 18/2008, pp. 39-40 (https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/convegni_seminari_n18.pdf).

4 Cfr. Ordine del Giorno 9/02613-A/062 presentato in Assemblea dall’Onorevole Elena Centemero, 9 marzo 2015, seduta n. 387.