Privacy Policy

Privacy Policy

Cookie Policy

https://www.iubenda.com/privacy-policy/7852079/cookie-policy

Termini e Condizioni

http://midnightmagazine.org/?page_id=785

Il ridere democratico / 1

“Una risata vi seppellirà” dicevano in Italia quelli del ’77 mutuando il detto da Bakunin e penso avessero proprio ragione.

Travalicando il senso politico dell’affermazione, vorrei iniziare questo articolo esponendo direttamente la tesi che sta alla base di questa e delle riflessioni che seguiranno sullo stesso tema nelle prossime settimane: ridere è il più grande gesto di libertà e democrazia.
La storia del riso e della comicità ha una tradizione antichissima, risalendo, come ogni aspetto della letteratura, ai tempi della Grecia classica. Essa però va di pari passo con la storia del realismo e dei modelli, in un legame particolare istituito alle origini della parola scritta, di cui Auerbach dà uno dei migliori affreschi, tutt’ora attuale.

La storia del riso è la storia della democrazia e studiare l’uno significa studiare l’altro, dal momento che il popolo, corpo animante la democrazia, è sempre stato un riferimento per la comicità e per il realismo, ritenuti entrambi, però, disvalori; quel che fa ridere ha sempre avuto un carattere definito basso e gretto, certamente secondario. Aristotele nella Poetica (5, 1), trattando della commedia dice:

«D’altra parte la commedia, come dicevo, è imitazione di soggetti vili, ma non sul piano di una totale malvagità, sibbene del brutto; e suo elemento è il ridicolo. Ora, il ridicolo è una deficienza ed è un difetto, ma non doloroso né esiziale, come per l’appunto la maschera buffa è qualche cosa di brutto e sgraziato che non desta sofferenza».

Fin da Tersite bastonato da Odisseo, la voce del popolo è associata al brutto e al deforme, a ciò che non è per l’appunto “retto” (la Guida Retta dello Stato, della καλοκαγαθία, gli Ἄριστοι, aristo-cratici e così via. In greco, ὀρθός, vuol dire insieme “dritto”, “corretto” e “giusto”). Il δῆμος (demos) è sempre inadatto a governare, sempre impreciso nello scegliere, appare come un flusso d’acqua da indirizzare e gestire: se a favore, grande aiuto; se contro, grande danno. A partire dal panem et circenses il popolo è una subalternità da gestire.

Fin dalle origini, allora, la storia del riso è un’imitazione di povera gente, nemmeno degna della cattiveria (la ferocia, come attributo, è ben più sublime della viltà o dell’ignavia), inserita nella facile distinzione tra bellobrutto, di cui occupa il secondo posto.
Ecco che allora diviene chiaro il primo corto circuito a cui andiamo incontro: il governo del δῆμος non è realmente un governo del popolo, dal momento che “popolo” (Treccani docet) è, tra l’altro: «il complesso degli individui cui sono attribuiti i diritti di cittadinanza nello stato»; definizione evidentemente omissiva, almeno per le civiltà antiche, della maggior parte degli interagenti in una società. Dice bene Scalfari nel suo editoriale di Domenica 2 Ottobre, sostenendo che, in buona sostanza, non sia mai esistita in Occidente una demo-crazia («l’oligarchia è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum. […] L’oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche. E se vogliamo cominciare dall’epoca più lontana il primo incontro lo facciamo con Platone che voleva al vertice della vita politica i filosofi»).

Alla visione dunque del popolo come sostanza informe, brutta ed impossibilitata al governo si relaziona la risata. Per secoli, essa è stata diretta dall’alto verso il basso, una derisione dei potenti che piove sui deboli, e non salva da ciò neppure il buon cristianesimo, pietoso e devoto verso gli ultimi, che, nella sua applicazione terrena, ha sempre lasciato tali soggetti in coda, per dirigere costantemente lo sguardo ad altiora.
Bisognerà aspettare lo spirito rinascimentale per poter avere una piena rivisitazione del riso e dei valori corporali: Pulci, Rabelais, Burchiello, Folengo inizieranno a rendere dignità, almeno concettualmente, all’essere umano. Sarà questo spirito rinnovato a porre il problema del riso come qualcosa da svincolare dai modelli, qualcosa che può svelarsi, satiricamente, irriverente e destruens nei confronti di ogni istituzione (chiesa o stato). Il riso come famelico divoratore, il de-ridere come de-strutturare, diventerà pratica di resistenza nei confronti delle altezze letterarie, rarefatte e perse nei loro aulismi, a cui si contrapporranno i calderoni ribollenti di questi autori, tutti sulla scia dell’Inferno dantesco e della sua lingua. Coloro che appoggeranno una risata innovativa, rifletteranno un clima di apertura e tolleranza, quasi superiore all’Illuminismo, innovando a fondo e il pensiero e il linguaggio.

127247-hdNonostante ciò, per lungo tempo il popolo non verrà rivalutato, se pensiamo che ancora durante il Romanticismo, l’idea di letteratura “popolare” teorizzata da Berchet avesse come riferimento la sola borghesia (nonostante, come ben sappiamo il più grande traguardo del tempo fu l’innalzamento dei dialetti a lingue letterarie, personificato in Porta, Belli e Ruzante). La definizione di comico-realista è quella su cui poggia il binomio popolo/riso, che verrà però sistematicamente smontata nel momento in cui il concetto di reale passerà ad essere materia seria. Finché il popolo è stato oggetto di derisione, non ha mai potuto emanciparsi dal suo ruolo subalterno, ma con l’innalzamento del reale a materia “sublime”, esso guadagnerà una dignità inedita (si pensi solo che ai personaggi verghiani, tragici e addolorati). Allo stesso tempo la comicità, non più relegata ad una specifica materia, potrà essere reindirizzata verso nuovi obiettivi.

Dunque dovremmo giungere a due conclusioni: la prima è che il riso e il popolo non sono così legati come si crede, alla luce del fatto che il popolo non lo attua mai, ma ne è oggetto e che, nel momento in cui la derisione diviene arma satirica, raramente è esso a propugnarla. Il popolo entra nel discorso solamente in qualità di riferimento del riso in una parabola di costante rivalutazione che, da un lato lo svincola da tale ruolo e, dall’altro, consapevolizza il riso della propria capacità di farsi lesivo contropotere. Ed è proprio una capacità lesiva quella che ha il riso consapevole delle sue capacità, in quanto iconoclasta; nonostante appartenga a persone di medio rango, inserite nel sistema culturale a cui fanno capo. Tuttavia è indubbio che tale ruolo, prendendo come bersaglio il potere, tenda a rivolgere i rapporti di forza di cui sopra (Elias Canetti, nel suo capolavoro Massa e Potere sostiene che i più grandi satiri della storia letteraria – Aristofane, Giovenale, Swift, Kraus e Gogol’ –  sarebbero divenuti degli assassini se non avessero scritto satire graffianti).

Il processo di presa di coscienza del riso come strumento socio-politico non è una linea in salita, ma somiglia più ad una sinusoide che ha i suoi picchi nei momenti in cui vige una forma di governo democratica o quando la libertà dell’individuo fa capo allo stesso, indipendentemente dai poteri religiosi o temporali. Si impara a fare del riso un’invettiva e dell’invettiva un’arma che dona piena consapevolezza del proprio potere egoistico e terreno nei confronti delle imposizioni esterne.

Cosa ne pensi?